martedì 23 febbraio 2016

Commento a "GANIMEDE" di Aquilino

Commento a “Ganimede” di Aquilino



Non c’è prologo, a meno che non lo si voglia considerare il dialogo iniziale tra Era e il supplice. Esso è più nello stile di Eschilo e Sofocle che di Euripide e ha infatti una valenza etopoietica, intende cioè presentare il protagonista non tanto come carattere quanto come personalità dal punto di vista etico. Chi è quindi il supplice? Un ometto che non si rende nemmeno conto dell’enormità di cui è responsabile: valicare la soglia dell’Olimpo, il monte degli dei proibito ai mortali. “E tu chi sei, che hai le bende dei supplici? Come sei potuto entrare? Con quali intenzioni?” gli domanda infatti Era, che modera l’ira solo perché le bende dei supplici proteggono l’impudente.
Lo sconosciuto snocciola una serie di bugie, a cominciare dal proprio nome: Supplice. Mente sul luogo di provenienza, Argo. Mente sul sogno in cui Zeus lo invita sull’Olimpo. Mente sulla figlia Ipometea ingravidata da chissà chi e promessa sposa al figlio del socio. Mente sul contenuto della supplica: Zeus si riprenda il frutto dell’amore disonesto.
Era gli impone di aspettare Zeus forse per l’eternità e manifesta il proprio disgusto: “Come si fa a tollerare che vivano esseri che muoiono?”
È significativo che sia la prima ad accorgersi dell’intrusione. Fa la padrona di casa, controlla i confini, spia i ritorni di Zeus, cerca occasioni per esercitare la sovranità. In perenne competizione con il marito, vive di astio e vendette, di complotti e malignità. La sua ambizione frustrata è poter gestire in parità (meglio ancora se in supremazia) il libertinaggio del consorte, del quale perseguita amanti e figli (terribile il tormento che dà a Eracle!).
Il supplice è un uomo piccolo con una storia troppo piccola, ma Era non ha sospetti: l’individuo rappresenta alla perfezione la meschina mediocrità dell’umanità che solo nell’esistenza degli dei trova consolazione e governo. Canta infatti il supplice, mentre una nota ci informa che l’Olimpo somiglia a un centro commerciale:

Canta una cetra, è Apollo Musagete.
                        Di là il clangore di Ares con la lancia.
                        Tra le nubi squarciate appare Zeus
                        con le folgori che tutto distruggono.
                        Atena incede gli occhi scintillanti.
                        Poseidone grondante d’acqua ed Ermes
                        con Demetra emergente dalla terra
                        precedono Efesto e le sue fiamme.
                        Mi guardo intorno e gemo di paura.
                        Mi domina l’Olimpo come il tutto
                        incombe minaccioso sopra il niente,
                        ma io confido sempre negli dei.

La seconda a incappare in Supplice è Estia, la dea prima e ultima. Figlia di Crono e Rea, è la primogenita della prima generazione degli olimpici; ma avendo in seguito ceduto il trono a Dioniso è detta anche ultima. Dea del focolare, della famiglia tradizionale, della comunità. Una dea mite, ricca di buonsenso, modesta e poco amante delle novità, soprattutto di quelle che scardinano l’ordine antico.
Quando vede chi c’è sulla soglia dell’Olimpo, si allarma: che sia un satiro ubriaco di Dioniso? Il supplice ricorre a un’altra bugia: sono un vasaio.
Era le illustra la situazione e il primo pensiero di Estia riguardo alla figlia del mortale è se sia stata violentata, destino comune alle donne che non devono ribellarsi, ma accettare la sottomissione al maschio. Si apparta con Era per parlare dell’ultima criminosa e impudica impresa di Zeus: il rapimento di Ganimede. Le due dee sono come popolane al mercato, ansiose di scambiarsi confidenze, pettegolezzi e consigli. Era s’indigna perché ritiene che i genitori del ragazzo non abbiano fatto nulla per fermare il dongiovanni divino, Estia è più conciliante: il padre si è accontentato di un paio di cavalli e la madre… “che può farci una donna?” Inoltre le ricorda che il fedifrago “è tuo marito”. La santità e indissolubilità del matrimonio non vanno mai messe in crisi.  Era, in cerca di alleanze, si trova di fronte a un muro: “Sono la sentinella della famiglia, non posso schierarmi contro il tuo sposo.” Il quadro che dipinge a Estia è apocalittico: “Ora tutti ripudieranno le mogli per mettersi nel letto ragazzi con gli occhi di cerbiatto. Al posto del desco familiare, orge. E le donne? Tutte Amazzoni.”
Estia, per la quale non possiamo invocare una santa ingenuità da suorina vissuta in convento, rivela l’ipocrisia che pilota le sue opinioni: Zeus ha scelto il ragazzo per la sua sensibilità, non per… l’innominabile. Ma Era va dritta al punto: “Il premio che Zeus ha destinato al ragazzo è in mezzo alle sue gambe.”
E questa la irrita molto, dato che per rivali non ha più solo le altre dee, le ninfe e le mortali, ma ora anche i ragazzini.
Estia invoca la consueta inutile strategia del dialogo: “Non mancare di rispetto a tuo marito, prima ancora di averne parlato con lui.” Ma Era contrattacca con un colpo basso: sei la paladina della famiglia tradizionale, dimostralo affrontando Zeus e sfrattando Ganimede. La determinazione di Era fa andare in ansia la collega. Le tocca anche ascoltare una minaccia: se non risolve la questione, a Ganimede potrebbe accadere qualcosa di brutto. Insomma, l’intento di Era è di crearle sensi di colpa e ansie tanto forti da indurla ad affrontare Zeus.
Era se ne va, lasciando Estia spaventata e piena di rabbia verso di lei, verso Zeus che la prende sempre in giro e soprattutto verso Ganimede: “Quel Ganimede! La bellezza è immorale, lo dico sempre.”




Ancora qualche endecasillabo di Supplice, che fa le veci del Coro. Arriva un’altra dea: Afrodite. Un siparietto con la dea dell’amore al quale Supplice non si sottrae, disposto a qualunque cosa pur di ottenere quello che vuole. “Mia figlia è tanto soddisfatta dell’amore che vorrebbe tornare vergine per ripetere l’esperienza.” Ennesima bugia. Ma quanto mentono gli uomini di fronte agli dei? Afrodite alla fine è soddisfatta delle risposte e raccomanda anche lei di pregare sempre, ma per scopi diversi da quelli di Estia: “Chi non prega, ha orgasmi tiepidi.”
Se sull’Olimpo ci sono posizioni contrapposte, queste sono di Estia e Afrodite. Probabilmente si detestano, ma coabitano e devono comunque soffocare i dissidi. Ciò che stupisce è come Estia, quando vuole ottenere qualcosa, non esiti a rivolgersi a chi, per coerenza, non dovrebbe. Dato che il suo ethos è molto rigido, la coerenza fa in fretta a incrinarsi e ogni incrinatura viene comunque sempre giustificata con sofismi vari per salvaguardare il sistema.
“Ai giovani non dispiacciono le esperienze del letto” afferma Afrodite e già questo dovrebbe segnalare a Estia quanto siano distanti le loro posizioni. Estia si vanta di valori antichi e solidi, Afrodite al contrario affronta temi sensibili come l’amore e il sesso con una superficialità becera, distante anni luce dalla filosofia di Dioniso, la cui sregolatezza non è pazzia, ma diversità di approccio. Per Afrodite non esiste una questione Ganimede: il ragazzo sta facendo esperienza e non si trova poi così male nel letto di Zeus. Estia insiste per ottenere il suo appoggio quando affronterà Zeus, ma Afrodite le dà un’informazione che dovrebbe vanificare ogni intervento: se Ganimede lascia l’Olimpo, è destinato a morire immediatamente nella guerra di Troia.

Supplice incontra la quarta dea, la meno importante, quella che non ha lasciato miti personali dietro di sé. Si sa solo che è la dea della giovinezza, con il ruolo di coppiera olimpica, ruolo che ora le viene tolto da Ganimede. E qui scoppiano rabbia e odio. Di lei si sa anche che è andata sposa a Eracle dopo l’apoteosi, ma il passo dell’Odissea sembra un’interpolazione tarda. Eracle con una ragazzina vanesia?
La sua entrata è logorroica, forse perché è agitata. Si accorge che Estia e Afrodite, intraviste in lontananza, hanno tolto l’udito al mortale e glielo restituisce, curiosa di sfogarsi con qualcuno e di sapere che cosa ci fa lì un supplice.
Rivela di odiare lo “spregevole invertito capace solo di fare gli occhi dolci ai vecchi.” Supplice maschera il turbamento e la incalza per saperne di più. Ebe, solo una ragazzina dal cuore di ghiaccio, è un fiume in piena. Ganimede, che vorrebbe vedere morto, le ha portato via tutto. “Non so fare nient’altro, non ho poteri, né un marito importante. Sono sempre stata servizievole, ho prestato la mia opera come una tuttofare a vantaggio di tutti. E il risultato? Sono una dea, ma conto meno di una serva di taverna.”
Da coppiera divina a disoccupata rancorosa e priva di risorse.
Con le minacce, Ebe impone a Supplice un piano basato sulla menzogna (“Qui tutti mentono, perfino meglio degli uomini”). Supplice deve dichiarare a Zeus di essere un abitante della Troade e di avere conosciuto Ganimede, raccontando “episodi che ne mostrano l’animo vile e traditore”.

Nel successivo dialogo con la madre Era, le meschinità divine prendono ancora più luce. Sull’Olimpo si mente, si ordiscono congiure e inganni, si calzano maschere che non sono le teatrali di Dioniso, ma quelle dell’ipocrisia più cinica e spietata. Gli dei sono peggio degli uomini.
A sorpresa, Supplice può parlare con… Ganimede. E qui si svela la sua falsa identità. Non vasaio, non padre di una “sciocca irretita da Afrodite”, ma Troo, re della Troade. L’incontro con il figlio è straziante. Ganimede minaccia perfino di uccidersi, se il padre non riesce a liberarlo, ma Troo lo supplica: te lo chiedo in ginocchio; vivi, figlio, vivi per me.

VOCE             Che gioia vederti!
SUPPLICE     Mostrati, che ti abbracci.
VOCE             Non posso. Quando è assente, Zeus mi rende invisibile.
SUPPLICE     Per quale motivo?
VOCE             La mia bellezza, la mia dannazione.
SUPPLICE     Occulta la tua bellezza?
VOCE             In mia difesa. Poseidone ha già tentato un assalto. Ares si è vantato con lui di… di farmi presto del male, padre.
SUPPLICE     Dei maledetti!
VOCE             Portami via.
SUPPLICE     Sono venuto per questo.
VOCE             Riportami a casa.
SUPPLICE     Dimmi come stai. Ti trattano bene?
VOCE             Ho tutto quello che mi serve, anche di più. Ma che me ne faccio del lusso quando ho perso la gioia?
SUPPLICE     E Zeus, dimmi, ti rispetta?
VOCE             So che cosa intendi. Finora sì, ma non mettermi in imbarazzo, ti prego.
SUPPLICE     Che tormento non poterti abbracciare!
VOCE             Mia madre? Le mie sorelle? Mio fratello? Mi pensano?
SUPPLICE     Non fanno che piangere.

Supplice si svela a Estia e la mette in crisi, dato che egli non ha fatto altro che difendere i valori della famiglia, quelli che la dea rappresenta. Da lei vuole sapere come e perché Ganimede è destinato a morire in guerra.

SUPPLICE     Non deve un padre osare l’impossibile per il bene del figlio?
ESTIA            Ma tu hai…
SUPPLICE     Non deve perdere se stesso per la sua salvezza?
ESTIA            Proprio quello che hai fatto.
SUPPLICE     Ho anteposto la famiglia a ogni altra considerazione.
ESTIA            Bene, tuttavia…
SUPPLICE     Ritarda la tua ira. Parlami di Ganimede, poi affronterò il mio destino.

Egli non riesce a capire come può morire in una guerra che deve ancora scoppiare, ma Ebe ha pronta la spiegazione: il tempo umano e quello degli dei non corrispondono, dato che da una parte c’è la morte e dall’altra l’eternità. La dea, impastoiata nei suoi falsi valori, non può a fare a meno di rimproverargli le menzogne e la falsa identità. Egli ha peccato in modo grave e deve comunque rassegnarsi al volere superiore, come sempre devono fare gli uomini: “Non c’è perfezione in voi, lo capisci? Se è destino che tu perda Ganimede, vuoi forse ribellarti? E mettere in pericolo anche il resto della famiglia? Sii ragionevole, scegli il male minore”. Lo invita quindi a fare l’unica cosa che può fare un mortale: sottomettersi e pregare con fede.

Ebe, ancora ignara della sua vera identità, torna da Troo con le istruzioni su quello che deve riferire a Zeus, nelle vesti di un inesistente Enenio.

EBE               Tu racconta l’episodio con la convinzione di un testimone. Non è difficile, sei un uomo, sai mentire e ingannare, è nella tua natura.
SUPPLICE     Prostituto di strada? All’età di otto anni?
EBE                Sputa per terra, quando lo dici. Sii efficace. Usa espressioni colorite. Pure volgari, Zeus è di bocca buona. Sai imprecare? Fammi sentire.
SUPPLICE     Imprecare, io?
EBE                Oh, che impedito! Continua a leggere, e non farmi perdere la pazienza.
SUPPLICE     Ha accoltellato la madre?
EBE                Sì, sì. Ma più realistico, mostrati indignato. Una scena tragica. Sai che cos’è una scena tragica? No, tu non sai niente. Sei un caprone capace solo di dare cornate.

Al momento opportuno, Troo si fa sentire, ma non come vorrebbe Ebe.

SUPPLICE     Ero Supplice, un supplice. Ora sono Enenio, un bugiardo. In verità sono Troo, il padre di Ganimede, e tu mi conosci bene, dato che me lo hai portato via.
ZEUS              Che vuoi?
SUPPLICE     Mio figlio.
ZEUS              Te l’ho pagato.
SUPPLICE     I tuoi cavalli sono alle pendici del monte, te li puoi riprendere.
ZEUS              Ne hai di coraggio!
SUPPLICE     Che cosa devo temere? Puoi uccidermi, niente di più.
ZEUS              Vattene.
SUPPLICE     Questa è la dimora degli dei e dagli dei gli uomini si aspettano comprensione e soccorso.
ZEUS              Gli uomini sognano.

La temerarietà di Troo non dà risultati. Chi ascolta la sua supplica non ha alcuna sensibilità.

ZEUS              Mi hai annoiato. Non hai altri figli? Fanne altri. Fanne tanti. E tanti ne fai, di ciascuno vengo a spiare se uguaglia questo in bellezza; e allora te lo porto via e ne faccio il mio amante. Gli dono l’immortalità, così anche lui aspetta in eterno il mio ritorno, trepidante come una moglie fedele che desidera solo servire il marito padrone. Lo tratto bene, ma dalla sua memoria cancello ogni viso. Egli ricorda solo me e solo me venera. Guai a chi posa gli occhi sul mio coppiere!

Ora le dee conoscono la verità.
Ebe vorrebbe che l’uomo fosse ucciso, ma Era lo preferisce così, vivo e infelice, una punizione più dura della morte. Estia non vuole più avere a che fare con lui. Solo, senza più speranze, a lei confida un piano allucinato.

SUPPLICE     Mi avvio verso la Troade e quando vi giungo convoco i generali e dico loro: l’Olimpo non solo ha offeso il nostro amato paese, ma ha spregiato ogni decenza, rivelandosi un covo di briganti.
ESTIA            Perché i generali?
SUPPLICE     Perché dichiaro guerra agli dei e prima di domani il mio esercito è in marcia contro l’Olimpo.

Ma Estia lo fa ragionare, lo riporta alla sua realtà terrena e alla sua impotenza. In questa desolazione, si ode di nuovo la voce di Ganimede. Ha fatto la sua scelta, l’unica possibile. Non può suicidarsi, Zeus si vendicherebbe sui familiari. Non può lasciare l’Olimpo, dato che morirebbe causando alla madre un dolore ancora più grande di saperlo rassegnato sull’Olimpo. Si sacrifica, ma quanto si sacrifica? Lo nasconde. Vuole che il padre torni a vivere, che non ci siano altri lutti.

GANIMEDE  Se non ti arrendi agli dei, mi rendi infelice. Come posso tollerare che la mia famiglia sia maledetta? Che contro di essa si scateni l’ira di Zeus? Va’, padre, sii sereno.
SUPPLICE     Dimmi se ti manca qualcosa.
GANIMEDE  Mi manchi tu.
SUPPLICE     Ma io sono qui.
GANIMEDE  E dopo?
SUPPLICE     E dopo sarò ancora qui.
GANIMEDE  Significa che…
SUPPLICE     Quando vuoi, mi trovi qui.
GANIMEDE  Non è possibile, padre.
SUPPLICE     Sarò qui in modo impossibile, ma sarò qui. Io non ti abbandono.

Con stupore di Estia, Zeus glielo concede.

ZEUS              Non separiamo padre e figlio. Gli dei sono pietosi. Rimanga qui a elemosinare una parola. Rimanga fino a quando Ganimede vorrà, poi se ne vada per sempre.
ESTIA            Prostrati, uomo. Rendi grazie a Zeus. L’Olimpo è giusto e misericordioso. Dillo a tutti, quando sarai tornato a casa.

Seguono gli ultimi endecasillabi del re Troo, infelice padre di Ganimede, sconfitto dagli dei.


Ma è davvero una sconfitta? Solo a metà. Troo ha oltrepassato il limite posto dagli dei, è entrato in
casa loro e il proprio coraggio li ha sbugiardati. Non figure ieratiche, pietose, solidali, ma mostri di 
piccineria e opportunismo che antepongono il proprio benessere alla felicità degli uomini. Non 
tengono in alcun conto la giustizia e si parano dietro leggi ritenute immutabili che invece plasmano 
per il proprio tornaconto. Sono i veri tiranni dell’universo. Un uomo ha osato l’impensabile e il suo 
esempio diffonde i semi dell’ateismo e della razionalità. Gli dei non sono così eterni come credono. 












  





           




giovedì 3 dicembre 2015

UN RACCONTO STORICO: IL MAVLET DEI LUPI

Aquilino
Il Mavlèt dei lupi




MANIFESTO a Milano giugno1728: “Ritratto della Fiera Bestia veduta sul contado di Novara dove ha fatto e sta facendo strage di uomini e donne di ogni età, particolarmente nel territorio di di Oleggio,  Ghemme, di Momo e di Barengo e come si è ragguagliato da lettere e notizie riportate nella pubblica Gazetta di Milano n° 26 del 30 giugno 1728”


Nel giugno del 1728 avevo otto anni, essendo nel ’20 nato il 31 di dicembre, giorni di falò nelle cascine per bruciare sia l’anno vecchio sia gli spiriti maligni che gli si erano accumulati addosso. E forse uno spiritello me lo portavo anch’io nel cuore, come sospettavano in molti, dopo che il mio gemello era venuto alla luce morto; e così fino a due anni prima mi era capitato di sentirmi chiamare “il gemello vivo”. Poi altre vicende di vita s’erano portate via il sospetto che il fratellino l’avessi ammazzato io nella pancia della mamma. Questo, e il giorno della nascita infuocato come un inferno, avevano fatto di me uno da tenere d’occhio. Forse fu proprio il sospetto a rendermi irrequieto e passionale, impulsivo e temerario. Battezzato Pietro (e Paolo il morticino), fui chiamato dai più il Mavlèt per la mia abilità con il falcetto, adoperato con l’incoscienza del bambino che vuole bruciare i tempi per entrare a far parte del mondo degli adulti. Non ero un bambino benvoluto, soprattutto a causa delle piccole prepotenze e di una sanguigna predisposizione alla rissa, con la quale m’illudevo di risolvere i contrasti. Eppure non pativo solitudine. Avevo il mio esiguo seguito di succubi, del quale la coetanea Margherita Spagnoli era la regina. 

Il giorno 8, un lunedì, accompagnavo mio padre al mercato delle bestie,  avendo da rimpiazzare una capra che ci era morta, del cui latte mia madre aveva necessità. Allora non lo sapevo, ma dopo la mia nascita mia madre non era più rimasta incinta. L’aveva considerato un brutto segno divino, una punizione per chissà quali colpe non tanto sue quanto di qualcuno che aveva vicino, o il figlio o il marito, per cui si negò a mio padre che s’aggiustò con una vedova consolatrice; e con me fu sempre più brusca. Altri figli non potendo avere, mio padre si legò a me, l’erede. E le mie intemperanze le accettò come forza di carattere, lasciando a mia madre il compito, a lei gradito, di raddrizzarmi all’obbedienza con parole e con fatti per me dolorosi.
Nel giorno di mercato c’era una ressa straordinaria di cui i negozianti si erano più volte lagnati con il podestà. Con cinque mulini e sette forni, e più di cinquemila abitanti, Oleggio attirava moltitudine dai borghi di confine. Mio padre ne godeva i frutti, dato che il suo lavoro di carradore era stimato fin nel Milanese. Il lunedì era quasi impossibile entrare in un’osteria, c’erano vacche ovunque, non solo in piazza, fin sotto i portici; e non scherzo se dico che più volte una capra o un asino erano entrati in una mescita suscitando l’ira dell’oste.
“Ci lasciano tanta merda da spazzare, vero” rideva mio padre”, ma basta chiamarla concime e vedere che gli affari prosperano, che c’è da lamentarsi?”

Pure in quella confusione di compravendite e baratti, richiami striduli e colloqui animati, incidenti come il toro che scappava tra la gente facendo qua ridere e là gridare di paura, la notizia dell’accaduto piombò limpida come un mastello di acqua ghiacciata sulla testa di uno sprovveduto.
Mi stava parlando un fattore amico del papà, il Gerolamo Bonini, che nonostante la mia bizzarria mi aveva in simpatia.
“Mavlèt” mi contava accarezzandomi la testa, “ci ho un campo da diserbare e se vieni te in quattro e quattr’otto…”
Ma s’interruppe per l’agitazione allarmata che ci crebbe intorno. Ci vollero alcuni minuti per capire che un lupo aveva fatto disgrazie giù in direzione del porto, dove cinque garzoni stavano trasferendo le vacche da un pascolo all’altro. In zona non era una novità, quella del lupo. Si sapeva di assalti a Ghemme, nella primavera. Ma soprattutto rimbalzavano di qua e di là le storie di decine di morti sbranati portate in paese dal biellese e dal varesotto; e il mio papà era uno di quelli, con il suo lavoro, che raccoglieva i racconti meglio della Gazzetta. Io, che mi tenevo in disparte per non farmi cacciare, sentivo tutto e tutto venivo a conoscere. Di come il lupo impara che la preda umana è facile da catturare se è un bambino o una bambina; e di come trasmette l’esperienza agli altri lupi; e anche di come è goloso del sangue, per cui comincia il pasto dalla gola; e di come ci sono lupi che forse lupi non sono, ma spiriti maligni, diavoli, creature dell’inferno; e di come bisogna seppellirli in una fossa profonda quattro braccia annegati dentro la calce viva.
Cogliemmo una voce:
“… l’hanno portata nello spedale, ma ormai…”
“Tu sta’ qua con Gerolamo” mi comandò mio padre lanciando un’occhiata all’amico. Feci segno di sì, serio, ma era una delle mie tante bugie. Il Bonini troppo infervorato a chiacchierare per farmi da guardia, me la svignai verso la chiesa della Santa Maria Annunciata, dove c’era lo spedale. Lo sapevo che non mi facevano entrare, lo sapevo che là dentro c’era qualcosa che non dovevo vedere, ma nessuno mi fermava mai, quando mi fissavo di fare qualcosa. 

Ci arrivai con una corsa a urti e spintoni, gettai un’occhiata giù dalla costa dei Mazzeri e vidi la folla che arrancava per venire a sentire la brutta notizia; e là sulla porta nord della chiesa trovai un muro di gente che non potevo valicare. Mio padre ci era passato oltre perché faceva parte della Confraternita, ma io… Approfittai della sosta per aguzzare le orecchie. Sentii una voce acuta, mi feci sotto più che potei e intravidi il mio amico Giuseppe Vanoli. Lo stordivano di domande e lui, con gli occhi stregati di lacrime, raccontava tra i singhiozzi. La bestia era lunga due braccia, alta uno e mezzo, con la testa porcina, le orecchie cavalline, il pelo caprino lungo e folto, bianchiccio sotto il ventre e anche sulla coda lunga, ma rossiccio e corto sul dorso, con le zampe sottili, il piede largo, le unghie lunghe e grosse, e largo anche il petto, e stretto il fianco... E tutti annuivano perché era davvero bravo a ricordare e a contare facendosi coraggio; ma tanti li vedevo che si scambiavano occhiate come a dire: è un lupo o un drago? un mostro o un diavolo?
Non persi altro tempo, girai dietro il campanile e trovai sgombra l’entrata del prete, così la chiamavamo, proprio dirimpetto alla casa parrocchiale. M’infilai dentro con il fiato sospeso, dato che non entravo mai volentieri nella chiesa dell’Annunciata. Tutti noi bambini sapevamo che sotto il pavimento c’erano gli scheletri di quelli che erano stati impiccati nel campo della forca di Galnago, poco fuori il borgo. Sapevamo pure che gli impiccati erano morti non-morti, perché la loro anima non la volevano nemmeno i diavoli dell’inferno. E quindi se ne stavano là sotto a prendere a pugni la pietra e un giorno o l’altro sarebbero venuti fuori e allora ci sarebbe stata la fine del mondo. Infatti, fissavamo con orrore il pavimento che in più punti si era incurvato, come se lo tirassero dal basso. Qualcuno sentiva anche bruciare le piante dei piedi e si metteva a saltellare intanto che sentiva messa guadagnandosi sberlotti dalla madre.
Lanciai un’occhiata alla madonna di legno rivestita d’oro, che per fortuna se ne stava lì a controllare e a proteggerci.
E sentii il mio respiro forte che suonava tutta l’ansia che avevo dentro.

Me ne sto rasente al muro, convincendomi di essere invisibile; non posso avvicinarmi di più, mio padre è là davanti all’altare maggiore; discute con i suoi pari; se mi vede, mi sbatte fuori a calci. L’occasione propizia arriva presto. La ressa si scompagina per l’arrivo del prete in compagnia di cinque clarisse del monastero di San Giuseppe. Approfitto della confusione (tutti si spostano e hanno da raccontare) per mescolarmi ai chierichetti. Penso: li ha fatti venire per l’estrema unzione? Seguo il prete oltre la soglia dello spedale dei poveri addossato alla chiesa e dal buco d’ombra in cui mi calo la vedo come se ce l’avessi qui a portata di carezza, Margherita Spagnoli di anni otto appena compiuti, la mia regina. Non ha più il naso, non ha più un braccio, i vestiti laceri hanno il colore del sangue tiratole fuori del corpo in un colpo solo, la gola squarciata e così il petto, e ha gli occhi chiusi e la bocca aperta, ma non ha un’espressione di paura, è come addormentata e mi dico che sta facendo un bel sogno e che non ha nemmeno sofferto.
La fisso, la vedo e non la vedo, mi dico è Margherita e mi dico non è Margherita, la vedo e vorrei che aprisse gli occhi e mi salutasse e invece la vedo e penso: copritela, poveretta, che così nessuno deve vederla.
Sento urlare, è la madre, arriva come una tempesta che spinge via tutti e si abbatte sulla sua bambina straziata.
Nello stesso momento suona la campana a martello e non passa un’ora che suonano quelle dei cantoni; e immagino che anche nei paesi vicini i parroci diano l’ordine, e questo è l’allarme e l’ultimo saluto a Margherita, così come a martello rintocca il mio dolore.
Scappai via, con l’odio per i lupi nel mio piccolo cuore già tanto agitato.

Mentre correvo verso casa, giù in valle il lupo, giunto sotto San Donato, azzannò un uomo e tre donne, si avventò contro la Marta della cascina Bellora uscita a quietare i cani che lo respinse con la forca; morsicò quindi la sorella Domenica e un’altra donna. Raggiunta un’altra cascina aggredì una ragazzetta e un bambino e deviò verso i boschi del fiume azzannando Domenico Rega alla mascella, e Marianna Bonis al fianco. Ripresa quindi la fuga verso sud morsicò alla gamba una pastorella salvata dai cani e spaccò il naso a un carrettiere che se ne liberò a frustate.
Nei giorni seguenti non si parlò d’altro. La domenica fu organizzata una processione con messa solenne, alla quale si può dire che parteciparono tutti gli abitanti. Si erano da pochi giorni lasciati per il funerale di Margherita ed erano ancora confusi dal dolore e dalla paura. Su richiesta dei consoli, da Novara fu inviato un distaccamento di cavalleria per stanare la bestia che però (ma era sempre la stessa?) si era spostata di nuovo a Ghemme, dove sbranò un neonato abbandonato nella culla dai genitori in fuga. Nel corso del mese si contarono sedici aggressioni e all’inizio di luglio, da Milano, giunse il Capitano delle Cacce per comandare un esercito: trecentocinquanta uomini con tridente e falce e altri centocinquanta armati di schioppo, tra i quali il mio papà. Dal quale mi presi uno scappellotto perché ripetei per tre volte la mia supplica pressante di partecipare alla battuta con il mio falcetto.
Dopo tanto succo d’erba, voleva sangue di lupo per vendicare Margherita.
Non trovarono il lupo, solo la testa e un braccio di un tale Bartolomeo Perazzone di Cavaglià, di anni nove, ch’era di passaggio con la famiglia e si era appartato per un bisogno.

La calata della bestia sui prati di pascolo fu il motivo per cui imparai prima del previsto l’arte del carradore. Mia madre era sempre più assente verso gli altri e più attenta ai propri mali e alle proprie necessità spirituali, per cui passava più tempo in chiesa e dallo speziale che in casa. Fu quindi mio padre a decretare che non andassi più a fare erba per le conigliere o a tenere animali al pascolo. Resistetti più che potei ai suoi comandi, dato che mi toglieva la possibilità di frequentare i coetanei. E poi m’ero fissato che prima o poi avrei incontrato il lupo assassino e gli avrei tagliato la testa.  Mi carcerò nella bottega insieme agli artigiani e agli apprendisti, a fare il poco che potevo, esortandomi a imparare. A mio padre volevo bene, non riuscivo a portargli astio; tutto l’odio per la mia situazione lo riversai sui lupi. Era colpa loro se la mia infanzia finiva e cominciava l’età adulta.
Dopo qualche mese di mugugni, il carattere esuberante, la curiosità innata e l’abilità per le cose pratiche mi spianarono il terreno verso un’accettazione serena del destino; e mi guadagnai il rispetto e l’amore di mio padre che mi vedeva apprendere in fretta.
Quando compii quattordici anni, mi regalò uno schioppo.
“In giro non lo porti, se non ci sono anch’io. E spari quando te lo dico io” mi disse serio.
Accettai senza recriminazioni, essendomi fatta la convinzione che procedere un passo dopo l’altro premia la pazienza prevenendo le cadute. Il mio carattere d’impulsi e ripicche si piegava al vento della vita. Mi misi quindi in attesa di un’altra caccia al lupo, che purtroppo non giunse. Le bestiacce attaccavano tutte nel biellese, facendo grande strage. Le poche venute giù dalle colline seguendo il Ticino trovarono contadini armati che vegliavano sui piccoli mandriani, come tanti editti avevano raccomandato. E furono inforcate e portate in piazza come trofei per convincere la gente a tenere alta la guardia.
Io fremevo dalla voglia di correre nelle terre infestate per combattere contro i demoni che mi avevano portato via la piccola Margherita. Il cui ricordo, però, era sempre più sbiadito. Non sbiadiva l’odio per i lupi.
Con il tempo, imparai non solo a costruire e vendere carri, ma ad andare d’accordo con la gente, per quanto qualcuno mi trovasse sempre un poco brusco.
“E i lupi, Mavlèt?”
A chi me lo domandava, lanciavo un’occhiata che non gli faceva fare altre domande.

Mi sposai che avevo appena diciotto anni nel maggio 1739, quando da tre mesi eravamo diventati sudditi del re Carlo Emanuele III di Savoia e sottoposti all’autorità del governatore il marchese Rivarolo, di stanza a Novara. Austriaci o savoiardi, noi si pensava a costruire carri e la vita ci portava come una corrente di fiume, che quando si ferma fa palude. Feci tre figli, e a tutti e tre insegnai come fa il lupo, che sta in agguato, sceglie la preda facile, balza fuori come una saetta e se la trascina in un posto tranquillo dove l’azzanna alla gola e la mangia. Di stare attenti soprattutto in primavera, gli insegnai, che le lupe hanno i cuccioli da nutrire.
Fu nel 1765, io di anni 45, che mi ritrovai di nuovo nella tempesta dei lupi mangiatori di uomini e nella bufera dei lupi assatanati, i lupi rabidi. Rabbiosi come lo diventavano le prede ferite, destinate a una morte atroce.
Ero con il mio figliolo maggiore, Paolo, presto a sposarsi con una brava ragazza figlia di panettiere, che s’andava a Milano per una fiera, partiti a notte ancora fonda con il carro migliore, da mostrare per fare contratti anche a lungo termine. Avevamo lavoro per anni, nella nostra bottega.
Ci fermammo a Cusago per ritirare un credito e facemmo ristoro in una locanda, dove mi stupii di trovare l’oste di poche parole, scuro in viso; anzi, di espressione sconvolta. C’erano alcuni operai che si raccoglievano per andare insieme al lavoro e a bassa voce domandai se fosse successa qualche disgrazia.
“Una disgrazia grande” mi rispose uno. “Gli è morto il figlio che sarà neanche tre giorni. Mangiato dal lupo.”
Quella parola, ogni volta che la sentivo, mi scatenava un lampo nella testa e dovevo subito sapere tutto e anche di più, così lo invitai a raccontarmi.
Antonio Gaudenzio di anni dieci portò la vacca al pascolo, ma s’addormentò nella calura del pomeriggio e al risveglio non trovò più l’animale. Lo cercò lungo tutta la piana erbosa, poi entrò nel bosco che si estende tra il Naviglio e la strada per Novara, ma non ebbe l’animo di andare oltre i pochi passi, per paura dei lupi che vi stazionavano. Tornò a casa con la speranza che la vacca ci fosse già arrivata per conto proprio, ma così non era. Il padre lo accolse in malo modo, minacciandolo di castighi paurosi se non avesse riportato la bestia prima del buio, che già cominciava a calare. E così piangendo di disperazione e terrore il bambino se ne tornò al bosco, e ci rimase.
Il padre, non vedendolo tornare, capì quanto era stato crudele a rimandarlo indietro e alle prime luci dell’alba partì alla ricerca del figlio. Trovò invece la vacca che pascolava tranquilla, ma dell’Antonio nessun segno. Ci volle l’aiuto dei compaesani per trovare, il giorno dopo, un lembo di camicia e i calzoncini insanguinati; e, cento passi più in là, la testa scarnata e una mano che pareva aperta a fermare la belva.
Il racconto mi fece piombare in una cupa costernazione e mio figlio Paolo si accomodò al mio silenzio e procedemmo come due che avessero litigato, lo sguardo fisso in avanti.

Era pomeriggio quando giungemmo alla fiera e Paolo aveva fame, così ci accomodammo sulle panche di un’osteria all’aperto, che faceva carne e polenta sulla brace. Chiesi subito dei lupi, di quello che sapevano. E la moglie dell’oste ci disse:
“Lupi, sì. E la jena?”
“La jena?”
“Ma non lo sapete che un tale Bartolomeo Cappellini si è fatto scappare una delle due jene che mostrava alla gente dentro una gabbia? E lo sapete voi cos’è una jena?”
Ce lo spiegò con passione, soprattutto perché la sua nipotina era nel gruppo dei ragazzi che avevano trovato scampo sugli alberi, quando la bestia li aveva attaccati.
“E il Cappellini?”
“Lo cercano per metterlo in prigione, ma quello se n’è già uscito dallo stato austriaco e dicono che è già in Veneto a farsi scappare anche l’altra bestia.”
La donna era tutta presa solo dalla jena, ma io volevo sentire le novità dei lupi; e me le passò una brigata di giovani che parevano studenti e chissà che cosa ci facevano lì.
“Di lupi ce n’è fin alle porte di Milano” raccontò uno, “tanto che la gente vive nel terrore. E allora c’è chi si vede venire incontro un vitello o una capra e grida al lupo e scappa. Gli schioppi sono a portata di mano e si spara fin troppo. La sapete quella del contadino che ha sparato palle incatenate e ha buttato giù l’albero invece della bestia? E dell’altro che ha lasciato una vacca attossicata al limite del bosco e ha avvelenato i cani dei vicini?”
“Io ne so una” raccontò un altro. “Di quei baldi giovani… proprio come noi… che si recarono all’osteria di tutto armati e finito il pranzo uno di loro uscì e rientrò gridando che c’era il lupo proprio lì fuori. Balzarono tutti alla battaglia, l’oste soddisfatto perché un ammazzamento avrebbe richiamato avventori. Ma ancora adesso è lì che aspetta i giovani a saldare il conto.”
Raccontavano e ridevano, com’era nello stile della gioventù, ma io rimuginavo sui danni e sullo scompiglio che i lupi portavano tra la brava gente. E mi veniva voglia di armarmi e di entrare nei boschi gridando:
“Sono qua, lupi! Sono il Mavlèt dei lupi! Quello che vi ammazza tutti!”
Lupi senza pietà, lupi che mangiavano i bambini innocenti. Lupi rabbiosi. Entravano nei centri abitati e mordevano tutto, anche le porte delle case, anche gli alberi dei viali. Sul loro cammino erano capaci di mordere cento capi di bestiame, i cani dei fattori, i fattori stessi. E quelli che venivano morsi diventavano rabbiosi a loro volta e chi li salvava da un morbo che pareva inventato da Satana in persona?
Lupi, una disgrazia che più grande non c’è.
Adesso, però, sono vecchio.
Non vado più alle fiere oltrefiume, ci vanno i figli.
Io siedo in bottega e borbotto se un lavoro mi pare fatto male dalle nuove leve che non hanno più la pazienza di una volta. Quando viene gente, domando:
“E i lupi? Si dice qualcosa, dei lupi?”
Certo che se ne dice.
A Varallo Sesia non hanno mangiato il braccio di una bambina dell’età della mia Margherita? Solo che questa l’han salvata le vacche che si sono rivoltate contro la bestia e pare che l’abbiano perfino incornata, perché ha lasciato sangue sull’erba. La bambina vivrà monca, ma vivrà. E su nell’Ossola, i lupi a branchi. Un danno enorme, per il bestiame; tanto che i Consoli hanno comandato una caccia stabilendo un premio di 25 lire a chi un lupo e di 35 lire a chi un orso consegna vivi o morti. E il secolo finisce e sto per finire anch’io. Mia moglie se n’è andata da tempo, i miei figli sono sposati, mi hanno dato nipoti in quantità.
La vita viene, la vita se ne va.

Ma i lupi restano, questo ho capito. Per quanto gli diamo la caccia, loro s’inforestano su in montagna, poi vengono giù e qualcuno è ammazzato. Ma gli altri figliano e tornano a vendicare i morti. Mangiano bambini perché sono facili da prendere. Sono fatti di carne, i bambini. Se fossi un lupo, anch’io mangerei bambini. A Milano diventano ancora matti di paura, per i lupi.
“La Congregazione Municipale di Milano notifica al pubblico d’avere in via sussidiaria alle providenze già date dalla Regia Conferenza Governativa, ed attese le straordinarie circostanze del caso, stabilito un premio di Zecchini 50 per l’uccisione di quella qualunque Bestia, che da qualche tempo infesta la Provincia, e die’ morte ad alcuni fanciulli riportandosi per la prova, e pagamento al disposto nel recente Avviso della prefata Regia Conferenza, e di avere inoltre ordinata per agevolare tale uccisione la consegna de’ fucili, e bajonette dell’ armerìa civica, che si richiederanno per le Comunità dai Regi Cancellieri distrettuali muniti delle opportune facoltà contro loro obbligo in iscritto di farne la restituzione in istato lodevole tosto cessato il bisogno.”
Questo scrivono a Milano il 7 Agosto 1792.

L’anno dopo, per il mio figlio maggiore Paolo c’è un lutto che ferisce anche me, perché il Clemente Valentini, fornaio, era un bravuomo davvero, generoso e di buon carattere. Un tale Antonio Dazio, detto il Cravè, uno di brutta fama, alto e secco e rugoso come un vitigno, prima dell’alba di un giorno maledetto, ha fatto uscire il suocero di mio figlio per fargli rendere conto di una partita di pane che voleva senza pagare, come già altre volte, perché il Cravè è uno che con la prepotenza pensa di aggiustare la vita.
Clemente gli dice che basta, non è giusto che si faccia mantenere, che deve cercarsi un lavoro e quello, gonfio di vino come una botte, gli dà di bastone e poi di coltello e lo trascina dalle parti del castello e lo butta giù dalla ripa.
Preso dopo una settimana in quel di Arona e riportato a Oleggio è condannato a galera perpetua, con la gente che grida: impiccalo! impiccalo! e se lui è stato un lupo, tanti lupi parevano quelli che lo volevano morto.
E così è, che lupi si è di natura e lupi si diventa anche noi uomini. E adesso che sono vecchio e pronto a chiudere questa partita con la vita, ci vedo meglio di prima che ero giovane e troppo svelto, e quello che vedo non fa paura, mette pace.
I lupi non leggono, e nemmeno ricevono le notizie seduti in una bottega di carradore come faccio io. I lupi, però, sanno. Che per prendersi i bambini devono battagliare con l’uomo. La natura è fatta così, mi dico mentre mi appisolo. Che uno ammazza l’altro per sopravvivere. Siamo solo noi uomini che ammazziamo senza un perché, che facciamo le guerre chissà perché. Eravamo degli austriaci, poi siamo diventati dei Savoia, adesso siamo dei francesi di Napoleone. I lupi sono liberi. Il pensiero più strano che mi viene è questo: io muoio, ci manca ormai pochi mesi, me la sento; e loro continuano a vivere, a ringhiare, a correre, ad azzannare, a uccidere, a mangiare i bambini.
E non è così, la vita?


a)      Documenti vari presso il Museo Civico di Oleggio.
b) Comunicazione presentata al  Seminario “VIVERE LA MORTE NEL SETTECENTO”organizzato dalla “Società Italiana di Studi sul Secolo XVIII” - Santa Margherita Ligure 30 settembre - 2 ottobre 2002.  Si ringraziano gli Autori Aldo Oriani  e Mario Comincini.

c)      Nel ballatoio ligneo che si affaccia sull'atrio della Biblioteca Nazionale Braidense si trova una raccolta di scritti e opuscoli vari di argomento lombardo, costituita da una serie di cartelle che riportano sul dorso la segnatura Miscellanea 14.16. Nell'atmosfera un po' cupa, appesantita dalle strutture di legno antico, ma illuminata dai violenti fiotti di luce che si riversano dalle finestre che si aprono su un cortile interno del palazzo di Brera, emergono dalle cartelle dalla copertina violacea opuscoli di formati differenti, legati insieme. Uno di questi, che appare in apertura di cartella, è un opuscolo di poco più di sessanta pagine, stampato in caratteri piuttosto grandi, su una carta di colore chiaro, di qualità discreta; nel frontespizio il titolo Giornale circostanziato di quanto ha fatto la Bestia feroce nell'Alto Milanese dai primi di Luglio dell'anno 1792 sino al giorno 18 settembre p. p. In Milano, A spesa dello Stampatore Bolzani, [1792]- Segnatura: Biblioteca Nazionale Braidense - 14.16.E.8.20 - Edizione digitale a cura di Guido Mura.

lunedì 16 novembre 2015

I RAGAZZI DI SASSUOLO LEGGONO "KOATTI"

Mi ha scritto Anna Maria Manzini, maestra della classe 5A della scuola primaria "G. Bellini" di Sassuolo (Mo). Gli alunni hanno letto "Koatti", un mio vecchio libro di Salani del 2004. Mi hanno chiesto di rispondere ad alcune domande, un'intervista che riporto qui sotto. Sono rimasto stupito della richiesta. Da tanto tempo non scrivo più per ragazzi (e mi spiace, ma i motivi sono numerosi) e Koatti è purtroppo sempre rimasto in ombra, non ho mai capito perché. Alla classe è piaciuto molto e a quanto pare è sempre attuale. Bene, chissà che prima o poi non mi rimetta a scrivere. Purtroppo la delusione di "Orrendi per sempre" è ancora viva e mi demotiva: il quarto volume è pronto, ma la Giunti non lo pubblica. Al suo posto, decine di libretti e libracci di consumo, da mettere sugli scaffali di un centro commerciale insieme alle scatole di trippa. Povera letteratura! Quando conta solo la vendita e il successo, la letteratura finisce nelle mani sbagliate, le stesse che stanno uccidendo la cultura, la pace, il pianeta. Pubblico le foto dei ragazzi e ripeto loro: non abbiate mai paura o noia dell'intelligenza! Rifiutate la comodità del cervello spento.









L'INTERVISTA

1)      Dove scrivi i libri?



Questo è il mio angolo scrittura (sullo schermo ci sono le vostre domande), davanti alla finestra che dà sulla mangiatoia per gli uccelli (pettirosso, merli, cinciallegre, cinciarelle, passeri, tortore, verdoni, ghiandaie, codirossi, storni…).

2) Ci sarà un Koatti parte 2?

Penso di no. Non ho più rapporti con le case editrici. Mi sono staccato dalla letteratura per ragazzi perché si pubblica poco e soprattutto poco di quello che mi piace. Scrivo romanzi, saggi e teatro.

3) Quando scrivi i libri, che emozioni provi?

Tutte le emozioni che il lettore trova nel libro, ma più intense. Scrivere è vivere cento vite.

Saluti da Giada,Ali e Pietro Paolo e Sara B.

ciao!

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4) Racchia, Bombolo e Acido esistono davvero?

In parte sì perché mi ispiro sempre a bambini e ragazzi che ho conosciuto durante le mie attività (insegnante di scuola media, animatore teatrale di classi di scuola elementare ecc.). Un personaggio non è il clone di una persona reale, ma contiene in sé aspetti diversi di tanti individui esistenti, una specie di collage di vita.

5) Se non esistono davvero come li hai scelti nel libro?

6) Tu da piccolo scrivevi libri? Quanti anni avevi quando hai cominciato?

Mi è sempre piaciuto leggere e scrivere e a scuola ero bravo. Uno zio che lavorava in una cartiera mi portava scatoloni di libri e altri ne acquistavo (in un negozio che vendeva un po’ di tutto, non c’era una vera e propria libreria). Mi sedevo sul pavimento in un angolo della cucina e leggevo tanto e tanto. La mamma addirittura mi sgridava. Mi piaceva l’avventura (Verne, Salgari…). Anche perché fuori di casa di avventure ne vivevo tante, nei boschi o nei campi o in luoghi fantastici come il cimitero (ci andavamo a caccia di lucertole) o la discarica a cielo aperto sempre fumante (alla ricerca di cose vecchie da utilizzare per i giochi o per realizzare piccoli zoo dove mettevamo insetti e animaletti)

Noi siamo Luca, Manar, Mohamed e Sara Q.

ciao ciao!

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Buongiorno signor Aquilino, noi siamo Samuele, Malak, Gianluca, Carmela.

ciao ciao ciao!

Ti vorremmo fare delle domande :

7) Come è nata la tua passione per scrivere?

Un giorno di pioggia (più o meno alla vostra età) mi sono messo a comporre una poesia e mi è talmente piaciuta che non ho più smesso di scrivere (poesie, diario, racconti…) e adesso non ne posso più fare a meno. Sono scritturadipendente, guai se non avessi una tastiera sulla quale digitare!

8) Perché hai voluto intitolare il tuo libro Koatti?

In verità, è stata la casa editrice Salani a scegliere il titolo. A me non piaceva, mi sembrava che svilisse i personaggi, ma l’ho accettato. Da Wikipedia: “Coatto è un termine gergale regionale dal dialetto romanesco, con uso scherzoso e talvolta spregiativo, per indicare un individuo rozzo, arrogante, dalla parlata volgare e dall’abbigliamento privo di gusto, che vive nelle zone periferiche, suburbane, nelle borgate. Ha perso l'originaria connotazione malvagia o malavitosa, pur esibendo comportamenti trasgressivi e conducendo uno stile di vita al limite della legalità. Sinonimo: bullo. Termine divenuto oramai di pubblico dominio, ha corrispondenza con il dialettale meridionale tamarro, il campano guappo, il pugliese cozzalo, il siciliano occidentale tascio ed orientale torpo, il sardo gaggio.” A me non sembra che i miei cari personaggi siano… coatti.

9) Perché hai voluto ambientare Koatti nella periferia della periferia della città?

Purtroppo, il pianeta è spaccato in due. Da una parte ci sono i paesi ricchi e le metropoli, dall’altra i paesi poveri e le periferie. Anche l’umanità, quindi, è divisa in due: da una parte i ricchi che si credono i più bravi, i più educati e i più onesti, ai quali spettano solo i diritti; dall’altra i poveri che sono creduti i più incapaci, i più incivili e i più delinquenti, ai quali spettano solo i doveri. I miei personaggi sono poveri, ma sono ricchi di immaginazione, di sentimenti, di entusiasmo.

Domande

10) i tre ragazzi tornano alla periferia della periferia o sono rimasti a Milano?

Per loro non c’è posto in città, devono tornare dove sono nati. Tuttavia, grazie alle loro doti, un giorno potrebbero decidere di cambiare l’esistenza. Possono mettersi a studiare con impegno, scegliere un settore lavorativo che dia soddisfazione, andare ad abitare in una località immersa nella natura.

11) Vivono altre avventure tornando a casa?

Certo. Tipi come loro non se ne stanno sprofondati sul divano davanti al televisore e non trascorrono tutto il tempo con i videogiochi. Vogliono vivere con intensità, guidati dalla curiosità e dalla voglia di realizzare qualcosa di bello. Ogni giorno, per loro, tante avventure!

12) Da bambino cosa ti piaceva fare?

Abitavo in un paese che si chiama Tradate, circondato dai boschi. La mia prima casa era in un cortile rurale, con le stalle e i fienili. Quanti giochi! Quante avventure! C’erano mucche, asini, tacchini… Ci si rotolava sul fieno, si andava nei campi sul carretto trainato dal cavallo (prima bianco, poi rosso). Si cercavano i grilli. Si prendevano i girini dai fossi e li si allevava fino a quando diventavano rane. Di sera si dava la caccia ai pipistrelli (allora non c’era ancora l’ecologia e il senso di protezione e salvaguardia della natura).

13) Stai scrivendo un altro libro?

Sto scrivendo “Il romanzo di Eracle” per adulti. “Jane & Tarzan”, una commedia sempre per adulti. La riduzione della tragedia “Le Baccanti” di Euripide per ragazzi (ho un gruppo teatrale di 17 ragazzi dalla quinta alla terza media). “Nel paese dei mi piace”, riduzione teatrale di “Pinocchio” per una seconda media. Trovate foto e video su facebook (aquilino.di.oleggio), blog (http://aquilinoaquilino.blogspot.com) e sito (www.aquilino.biz).

14) Hai degli animali ?quali e quanti?

Nessun animale domestico. Ho il riccio in giardino che va e viene (sono apparsi anche un coniglio e uno scoiattolo, l’anno scorso) e gli uccelli.



IL GRUPPO DI ROBERTO,MARCO,VITTORIA,LORENA

ciao ciao ciao ciao!

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Domande

15) Quali emozioni hai provato quando hai scritto KOATTI?

16) Quanti libri hai scritto?

Li trovate sul mio sito www.aquilino.biz. Tra ragazzi e adulti una cinquantina.

17) A chi pensi quando scrivi ?

Ai personaggi. Vivo i fatti che racconto come se fossi loro.

18) Sei contento di aver scritto così tanti libri ?

Molto contento. Ma ne voglio scrivere ancora!

CARLO,CHIARA D,PRANVERA,CHIARA ANNA

ciao ciao ciao ciao ciao!

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Buongiorno signor Aquilino, noi siamo Gabriele, Anastasia, Dilki, Samantha ed Elena.

ciao ciao ciao ciao ciao!

19) Perché hai voluto scrivere Koatti con la k?

20) Ti sei emozionato quando hai scritto il libro?

21) Da dove hai preso la passione dei libri?

Probabilmente dal fatto che sono un sognatore. Mi piace sognare sia a occhi aperti sia a occhi chiusi. Vorrei sognare sempre.

22) Cosa ti appassiona di più quando leggi un libro?

Mi appassiono solo quando i personaggi sono veri, esprimono sentimenti ed emozioni coerenti e realistici, ai quali il lettore crede. Ma questo non basta. Ogni libro deve lanciare messaggi. Deve dire cose importanti sul mondo e sulla società. Ogni libro dev’essere uno scorcio di verità.

23) Ti piace avere tanti fan?

Certo, fa piacere. Mi fa sentire utile.

24)Quale era il tuo sogno da piccolo?

Fare lo scrittore.



Un caro saluto a tutti. Vi ringrazio perché vi siete interessati a me e al mio libro. Leggete, leggete sempre!

Aquilino