lunedì 3 luglio 2017

LE DONNE DI ILIO

Aquilino
Come nasce e prende corpo “Le donne di Ilio”




Dopo le Baccanti e la Medea mi domando: che cosa fare l’anno prossimo? Parto da Euripide, e mi fermo ancora a Euripide senza bisogno di ricorrere a Eschilo o a Sofocle. Le Troiane, o Troadi. Avevo già pensato, tempo fa, a quest’opera. Avevo già letto le versioni di Seneca e di Sartre. Rileggo tutto, annoto. Leggo qualche saggio critico. Mi metto a scrivere. Voglio un’opera breve. Rimescolo i personaggi delle varie versioni ed ecco il mio cast. Cinque uomini: Agamennone, Menelao, Odisseo, Pirro, Taltibio (quattro eroi e un messaggero). Cinque donne: Andromaca, Cassandra, Ecuba, Elena, Polissena. In un secondo momento aggiungo Priamo, già morto.
Rimango fedele a grandi linee alla vicenda classica: dopo la caduta di Ilio, le prigioniere attendono di sapere a chi saranno assegnate come schiave. Prima dell’imbarco, Polissena viene sacrificata sulla tomba di Achille, apparso al figlio Pirro per esigere il proprio bottino. Poi è la volta di Astianatte, l’ultimo maschio della dinastia. Gli eroi greci vogliono che muoia per timore che da adulto faccia risorgere Ilio. Tutti meno Agamennone, che già aveva tentato di salvare Polissena. Non per pietà, ma per timore di offendere gli dei e di dovere affrontare un difficile ritorno. È sempre Pirro, l’uccisore di anziani e di bambini, a buttarlo giù dalla torre. Le donne possono essere imbarcate.

Lo schema è questo:
-          Priamo ha la battuta di introduzione
-          gli eroi chiudono le prigioniere nelle tende-celle
-          Taltibio li presenta uno dopo l’altro, ma viene più volte interrotto dalle donne
-          coro delle donne contro la guerra
-          dialogo tra Ecuba e lo spirito di Priamo
-          coro delle donne per esprimere l’ansia della destinazione
-          Taltibio annuncia chi sarà il padrone di ciascuna
-          coro delle donne contro la schiavitù
-          danza di Cassandra
-          dialogo tra Cassandra e Agamennone
-          dialogo tra Pirro e Agamennone circa il destino di Polissena
-          Andromaca racconta come è morta Polissena
-          dialogo tra Andromaca e Odisseo che è in cerca di Astianatte
-          coro delle donne a commento della morte di Astianatte
-          dialogo tra Elena e Menelao, con interventi di Ecuba, Polissena e Priamo
-          Elena descrive la morte di Astianatte
-          Cassandra chiama a raccolta le donne: vengono imbarcate
-           Cassandra e coro: “Venite a piangere, donne del mondo.”

L’opera affronta, amplia e approfondisce il ruolo di prevaricazione dell’uomo sulla donna. È un ruolo di consolidamento delle proprie virtù di forza e di dominio. La debolezza della donna, la sua inconsistenza sociale, la sua diversa visione dei valori riaffermano lo status dell’uomo che si è autoproclamato essere superiore. L’uomo è la guida della famiglia e della società, la donna è al loro servizio.
Le donne imprigionate sono spogliate di ogni bene, ma soprattutto di ogni diritto e di ogni dignità. Vengono portate in Grecia come prove viventi della vittoria, ridotte in schiavitù affinché sia lampante il rapporto di forza tra i greci e i nemici. Nemici che non esistono più: tutti i maschi, di ogni età, sono stati trucidati.

Quelle che sono le qualità intrinseche di ogni donna vengono del tutto ignorate. Andromaca non è più una madre. Ecuba non è più una regina. Cassandra non è più una profetessa. Polissena non è più una bambina. Elena non è più una greca.
Ma l’uomo può disporre a proprio piacimento di ogni categoria senza che questo lo indebolisca. Menelao può confessare che non ha ancora deciso se accordare a Elena lo status di greca, e di conseguenza accettarne il pentimento e riprenderla come moglie; o se condannarla a morte come barbara, con una pubblica esecuzione a Sparta, lapidata dalle donne oneste: per volere dell’uomo, le donne uccidono le donne.

Le prigioniere di guerra vengono sorteggiate, caricate sulle navi come bestiame e portate nelle dimore dei vincitori. Le poche fortunate diverranno concubine, eviteranno i lavori più faticosi e abiteranno in ricche dimore. Le altre saranno prostitute e serve.
Non c’è supplica, non c’è pianto disperato che possa impietosire i guerrieri. Nemmeno le maledizioni di Ecuba provocano reazioni. “Dobbiamo gioire, quando il nemico piange” dice Menelao.

Le considerazioni di Agamennone sulla tenera età di Polissena non hanno alcun effetto su Pirro. Una bambina viene uccisa sulla tomba di Achille per diventarne la sposa nell’aldilà. Un’aberrazione che viene accettata perché i diritti degli eroi travalicano la vita e si estendono anche nel regno dei morti. Pirro prende decisioni come una macchina programmata, mostruosa marionetta i cui fili sono mossi da valori oscuri e confusi, sui quali si regge una società di ingiustizie.

Astianatte non è più solo un bambino, ma una minaccia oscura. Gli eroi paranoici temono che da adulto possa regnare. Invano Andromaca tenta di farli ragionare: “Regnare su che cosa? Non lo vedi? Siamo al centro del nulla.”
La sua morte è il simbolo più straziante di Ilio.
La città è diventata la più grande, la più forte, la più opulenta, e anche la più invidiata. Ma ora è crollata. Non rimangono che macerie.
Come in un rituale, il bambino viene condotto sulla torre da dove Priamo controllava il campo di battaglia. I soldati non capiscono. Già si sono commossi per Polissena. Non capiscono perché in guerra si debbano uccidere anche i bambini. Ma il loro canto funebre, gli sguardi desolati fissi sulla torre non fermano Pirro.
Spinge Astianatte nel vuoto, a fracassarsi sulle rovine della città conquistata.

Ecco, non solo il presente, ma anche il futuro di Ilio scompare nel ventre della bestia che fa la guerra per avidità e per soddisfare le proprie voglie di piacere e di violenza.
Non c’è consolazione, come dice Priamo: “La guerra non uccide i guerrieri, ma le donne, gli anziani, e i bambini. Tutti i nostri bambini sono morti! Ci avvelenano il presente e ci rubano il futuro. Questo fanno quelli che comandano. Non c’è consolazione, non c’è nessuna consolazione.”


Breve presentazione dei personaggi.

AGAMENNONE. È il capo supremo, si sente quindi investito di un potere superiore, come se facesse da tramite fra le divinità e i sudditi. La compassione che mostra per Astianatte e Polissena è solo ipocrisia. Da politico accorto, vuole dare un’immagine di uomo pietoso e comprensivo. L’alta opinione che ha di sé lo rende cieco. Non dà quindi peso alle parole di Cassandra che predicono la loro morte per mano di Clitennestra.

MENELAO. È un debole. Cerca quindi un esempio da seguire. Lo trova in Pirro. Vuole dimostrare al fratello Agamennone, al quale si è sempre sentito inferiore, di essere virile. Si mostra quindi insensibile e spietato. Ma si fa dominare perfino da Elena. Le minacce nei suoi confronti sono fasulle. Elena è la sua moglie-madre, in grado di guidarlo nelle decisioni. Rappresenta anche il suo status: nessun altro ha una donna così bella e famosa.

ODISSEO. Pragmatico, sa valutare con oggettività ogni situazione, soppesando rischi e vantaggi, senza farsi influenzare dai sentimenti. Non si oppone alle uccisioni di Polissena e di Astianatte, utili alla causa (la prima in difesa del passato, la gloria di Achille; la seconda del futuro, la sicurezza di una impossibile rinascita di Ilio). Dà l’impressione di non avere cuore. La vita è solo un gioco di inganni e il più furbo vince.

PIRRO. Rozzo, fanatico, fedele al pensiero unico, spietato. Ha ucciso il vecchio Priamo, ora uccide due bambini senza alcun ripensamento. Ciò che ritiene necessario va fatto. Non ha la complessità conflittuale e infantile di Achille. È solo una macchina di conquista. Il migliore frutto dell’addestramento militare.

TALTIBIO. A differenza degli eroi, non reprime le emozioni. Prova sentimenti contrastanti, ma alla fine a prevalere è comunque la fedeltà alla madrepatria. “Tu sei buono, Taltibio. Ma servi uomini malvagi” gli dice Cassandra. Impersona l’uomo comune che potrebbe fare la differenza, se si ribellasse al sistema. Ma non ce la fa a superare i limiti imposti da religione e politica. L’obbedienza è la sua virtù e allo stesso tempo la sua dannazione.

ECUBA. Se ne sta appartata, non perché voglia tenere le distanze, ma per una sorta di vergogna e disperazione. Lei che era tutto, non è più niente. Si pone al confine tra la vita e la morte, poiché le hanno ucciso i figli e la morte è quello che anche lei desidera. Ma rimane combattiva e le maledizioni contro i greci e contro Elena in particolare ne denunciano la vitalità.

ANDROMACA. Donna senza qualità particolari, se non quelle del focolare, onora la memoria di Ettore coltivando una fantasia impossibile: che il figlio Astianatte faccia risorgere Ilio. Rappresenta la donna annientata: le uccidono il marito, poi il figlio, e deve diventare schiava del suo assassino, Pirro.

CASSANDRA. Canta la morte propria, di Ecuba e di Agamennone, oltre a quella di molti eroi greci, destinati a scomparire durante il ritorno in patria. Si illude che la lunga serie di lutti le dia gioia, ma la sua somiglia più a una forma di disperazione isterica.

POLISSENA. La sua tristezza deriva non solo dalla necessità di morire, ma dalla consapevolezza di essere desiderata come sposa da Achille, colui che le ha ucciso i fratelli. Sposata a un cadavere, sposa cadavere lei stessa. È uno spirito rassegnato, svuotato. “I morti sanno più dei vivi” dice.

ELENA. La più irriducibile. Dopo la morte di Paride, sposa un altro principe troiano, Deifobo, ma poi lo consegna ai greci che lo uccidono. Ora intende tornare con Menelao. Bugiarda e infedele, tiene testa a tutti. “La regina dei due mondi non perde la corona” declama il coro.

PRIAMO. È morto, ma il suo spirito aleggia su Ilio. Abbigliato come un idolo. Solo ora ha capito che cosa sia veramente la guerra. Si sente corresponsabile, ma è troppo tardi per riparare i danni compiuti. Ha perso tutto e tutti.   

Come gli anni scorsi (ma allora erano quattro), un interprete stabilisce un rapporto diretto con il pubblico, facendo da “mediatore”. Costui è Taltibio. A lui il compito di commentare, presentare, spiegare, esprimere dubbi. Il popolo vive di persona gli avvenimenti, ma non è in grado dei cambiarli.

Tutto questo in undici pagine.
Un testo denso che gli interpreti (dai dieci ai dodici anni) devono memorizzare durante l’estate. A settembre si parte per mettere in scena l’opera ai primi di marzo, in occasione della Festa della Donna.

Ho cercato di ridurre all’osso la scrittura.
Monologhi brevi, dialoghi serrati. Cori semplici e ridotti. La struttura della tragedia classica (prologo, parodo, episodi e stasimi, esodo) è ancora presente, ma rimodellata in modo tale da renderla quasi irriconoscibile.

Colonna sonora.
In un primo momento ho pensato di utilizzare rifacimenti moderni di musica greca antica, che ho scaricato da internet. Poi ho immaginato, data anche la brevità della prosa, di accoppiare l’opera a musiche dal vivo. Ho cercato alcune collaborazioni. Il professor Suppa dell’I.C. Verjus di Oleggio, sezione musicale, con due allievi per le percussioni. La scuola di musica Dedalo di Novara per il violino, uno o due strumenti a fiato. Ma come e dove sistemare i musicisti?
Sul palco non ci può stare nessun altro oltre agli interpreti. Le percussioni prevedo di piazzarle sotto il palcoscenico, a livello del pubblico. Gli altri musicisti in sala, seduti a guardare lo spettacolo: si alzano poco prima dell’esecuzione.
Vado a parlare con Elena Sant’Andrea di Dedalo. Mi suggerisce di utilizzare non i solisti, ma un gruppo concertistico. Ribatto che accetterei volentieri le due soluzioni: un gruppo in un palco e due solisti in sala.
Quest’estate esamina il testo con i colleghi e propone la collaborazione ad alcuni allievi. A settembre avrò la risposta.

Che cosa succede durante le esecuzioni musicali? Drammaturgia e concerto viaggiano su binari paralleli, ma non mi va certo di fermare l’azione scenica per consentire l’ascolto unilaterale. La scena, per tutta la durata di un’opera, rimane viva.
Prevedo una coreografia non invasiva, a luci abbassate, con movimenti lenti, coerente con la situazione emozionale.
Mi metto in contatto con Elisabetta Pistochini, insegnante di yoga e di danza moderna, con la quale ho già collaborato (per “Auge del sangue”). È contenta di collaborare. E anche questa è fatta.

La scenografia è piuttosto semplice. Guardando il palco, a sinistra la sagoma di una nave (ne ho in solaio una, da restaurare, utilizzata per una recita sull’Odissea), con tanto di vela e sartiame, intorno alla quale si danno da fare gli eroi.
Al centro e a destra, arretrati, tre pallet in piedi con due aste alla base per la stabilità e due verticali che sostengono un telo, ora tenda e poi vela: sono le celle di tre delle donne. Sul pavimento (l’anno scorso, per Medea, un ampio telo bianco, bianco come l’abito di Medea e delle sue figlie) un “tappeto” lucido nero (o sacchi della spazzatura o plastica da pacciamatura) davanti al quale, sul proscenio, si allunga un lunghissimo telo azzurro che una volta sollevato formerà il mare.
Sulla destra sta accasciata Ecuba. Qua e là si sposta Polissena. Priamo è un’anima irrequieta, vaga in continuazione dalla platea (dove sosta per fissare gli spettatori in modo triste e inquietante) al palco, dove fissa i vivi come se non li riconoscesse più.

Costumi.
Le donne sono del tutto rivestite di stoffa nera, libere solo le mani e il viso (che per Polissena sono imbiancate). Gli eroi indossano calzoni pakistani simili a quelli di foggia turca su tonalità spente (trovati in un banco del Centro commerciale di Gravellona); sul torso nudo una sorta di gilet diverso per ognuno; in testa una fascia che nasconde i capelli.
I ragazzi stanno costruendo due spade micenee.

Ecco, questa è la partenza. L’arrivo… quante cose cambieranno prima di marzo!



Personaggi e interpreti.
Andromaca, Lucia Cavazza – Cassandra, Angelica Roman – Ecuba, Giorgia Picaro – Elena, Viola Beghelli, Polissena, Lucrezia Balbo.
Agamennone, Francesco Schirò – Menelao, Giulio Gallarate – Odisseo, Raffaele Giannantonio – Pirro, Luca Andrico – Taltibio, Francesco Divisoli.


sabato 20 maggio 2017

LA MEDEA



"La Medea". Laboratorio di teatro organizzato dal Comitato Genitori dell'I.C. Verjus di Oleggio (Novara). Allievi di età dai 9 ai 12 anni. Testo e regia di Aquilino. 
Materiali di Tecneke. 
Il testo nasce dalla lettura delle diverse versioni della "Medea" di Euripide nel corso dei secoli. La vicenda assume un registro investigativo, poiché comincia dalla fine e finisce senza alcuna certezza di giudizio. Tre "mediatori" (che occupano la zona oscura della razionalità) commentano e provocano il pubblico. Dietro di loro, a ritroso nel tempo, le complesse dinamiche tra i personaggi, nella zona luminosa delle passioni.
Rappresentata nel Teatro di Oleggio il 4 maggio 2017.

Medea, Giorgia Picaro
Nutrice,  Lucia Cavazza
Giasone, Giulio Gallarate
Creonte, Luca Andrico
Glauce, Angelica Roman
Mermero, Lucrezia Balbo
Fereto, Viola De Paoli
Mediatori, Francesco Divisoli, Matteo Fanchini, Raffaele Giannantonio
Coristi, Ariel Apollo, Valentin Ciocoi, Alice Iorio, Francesco Schirò

venerdì 12 maggio 2017

LE POESIE DEL MANGIALIBRI



Durante i laboratori di scrittura creativa nelle classi Quinte della Primaria e Prime della Secondaria, nell'ambito del concorso di scrittura "Il Mangialibri", ho proposto esercizi sia di prosa sia di poesia.
L'obiettivo non è stato di replicare esercizi scolastici, ma di affrontare modalità diverse dal curricolo. La scuola, di solito, si muove di più sull'imitazione e sull'improvvisazione, mentre io ho presentato tecniche anomale di composizione delle parole e di gestione dell'immaginazione.
Ho fatto ricorso, più che al supporto della razionalità, alla dimensione onirica, dove la logica assume fisionomia nuova e tanto spazio viene dato all'imprevedibile e al casuale.
Abbiamo affrontato molti elementi della composizione poetica: la rima, la metrica, l'accostamento inusuale e casuale, la metafora, la sintesi pregnante, l'adesione emotiva...
In un post precedente ho elencato gli esercizi, qui offro la lettura di alcune composizioni.
Il laboratorio è durato due moduli per classe, quindi meno di due ore, 




La luce del sole
brilla elegante
nell’aria fresca.
Il leone gioca.
I fiori
sono così tanti
che contarli non si può. (Mara)

La luce della fantasia
giocando nell’aria
si mette a ballare
di fiore in fiore. (Lorenzo)

Si sta come
in mensa
sul tavolo
pasta fredda. (Margherita)

Un’onda mi ribalta
nell’abisso laggiù
cerco conchiglie
nel profondo mare blu. (Benedetta)

Si sta
come di notte
quando incontro
Tommaso. (Noha)

Mentre vado in bicicletta
canto e suono la trombetta. (Arsela)

All’aria leggera
gioca un leone
con un fiore.
La luce lo fa ballare
elegantemente con fantasia.
Indossa gli occhiali,
legge la cartina
e impara a contare. (Golemi)

Il dromedario
cammina nel deserto
con un serpente. (Rita)

La luna piena
mi fissa furibonda
ma non mi parla. (Eleonora)

La notte cupa
dorme sugli alberi
freddo il buio. (Noemi)

Una cicala
con l’aria sospettosa
osserva il bosco. (Luca)

Sopra un albero
ci sono i colibrì
batto le mani. (Francesca)

Sulla riva del mare
Mara ama remare
pensando una rima
gustando una pera. (Denys)

Il tram al tramonto
porta un morto
e Omar
tanto tonto
lanciò un acuto. (Davide)

Il mare può essere
la guerra
e la pace. (Mattia)

La primavera arriva prima,
ancora più vera,
ancora più in rima. (Matteo)

Si sta
come sott’acqua
a soffocare
e nessuno se ne accorge. (Laila)

Dentro un libro puoi trovare
un bel posto per sognare. (Alice)

Un tale in bici
morto sotto un treno
dormiva mangiava parlava
e cantava. (Ambra)

Sento di essere esausto
l’acqua mi scorre fra i piedi
e circondato da conchiglie
mi sembra di sognare
tra la tranquillità delle onde. (Simone)

Si sta come
d’estate
sul materassino
grigliati. (Chiara)

Si sta come
in primavera
suifiori
le farfalle. (Roberto)

Monti contigui
biancheggiando di neve
un velo sale. (Lorenzo)

Il trattorino
è stato demolito
dopo due giorni. (Nicolas)

Sul ramo è nata Roma
Roma ha spaccato il ramo
ora Roma sta sul prato. (Emanuela)



Mi ricordo la neve gelida che mi rivestiva
in lontananza scorgevo le vette maestose
non riuscivo a trattenere la voglia
di scendere sulle piste da sci. (Mass)

Aspettando
primavera
pianto il fiore
che non c’era. (Christian)

Il mio piedi affonda nell’acqua limpida
mi tuffo e sento un senso di libertà
esco… la sabbia bollente morbida ascolto
i gabbiani e l’andirivieni delle onde. (Camilla)

Tizio muore sopra il treno
il coccodrillo spinge la bici
che finisce sotto il ponte
parla un forzuto con un cane
il cane vede un ratto che canta
mentre scrive un rebus. (Gabriele)

L’acqua è gelida e diventa un ghiacciolo
salato le onde volano come gabbiani agitati
e i pesci saltano dalle onde volando
la sabbia calda sembra magma. (Michele)

La montagna silenziosa e fantasiosa
la valanga scende rumorosa e paurosa
guardo il monte incantato
il freddo mi penetra
sono
un albero innevato. (Riccardo)

L’anatomia della rabbia
è la felicità
di un elefante
di carta. (Marco)

Un cane di carta
volle scoprire
l’anatomia della rabbia
per mandarla via.

Sul tramonto
di Toronto
c’è un tonto. (Francesco)
























domenica 2 aprile 2017

TORNO A SCRIVERE PER RAGAZZI

Sono tornato a scrivere per ragazzi. Per caso. A fine febbraio mi scrive Nicola Cinquetti, amico con il quale ho scritto alcuni libri, tanto tempo fa. Anna Vivarelli gli ha chiesto un libro per una nuova collana e lui intende mandare “Incubo gorango”, un nostro inedito del 2007 di genere comico. Anna ci fa un mucchio di complimenti, ma il libro non è adatto (troppo spinto per l’editore, contiene nomi come Imbezile e Lidiota e attività sgradevoli come i rutti, e inoltre i goranghi divorano i nani burlacchi). Nicola prova altrove, ma dubito che venga pubblicato, per i motivi che spiegherò più avanti.

Nel frattempo Anna manda anche a me l’invito a mandarle un testo. Non avendone di pronti, scrivo “Il mio amico Donchisciotte”, sulla scia di “Il donchisciotte” che ho scritto per una compagnia teatrale. Il testo le piace e mi fa scrivere subito dalla responsabile della casa editrice “Il Leone Verde” di Torino. Ci vorranno alcuni mesi, stanno ancora organizzando la grafica della collana, ma io non ho fretta. Si narra dell’incontro di Felipe, dieci anni, un tipetto razionale e ligio al dovere, con Don Chisciotte che, dopo le prese in giro alla corte ducale, ha perso Sancio. Alla fine, Felipe scopre il piacere di un po’ di follia e la sua mente razionale si arricchisce attingendo risorse dall’immaginazione.
Mi metto subito a scrivere su un’idea che ho da tempo: dare ai ragazzi un romanzo breve, con capitoli brevi, una scrittura ricalcata sul montaggio filmico d’azione e sulle serie televisive. Ma che cosa racconto? È appena andato in scena “Uomini” con alcuni richiedenti asilo che drammatizzano il loro viaggio dal Gambia all’Italia. In questo caso il protagonista deve essere un bambino, Alagi. La storia deve ricalcare la narrazione classica di abbandoni, agnizioni, fughe, peripezie e lieto fine. Nasce in pochi giorni un libro abbastanza convulso, che non dà spazio a descrizioni e spiegazioni logiche: la logica è tutta interna e finalizzata al flusso degli avvenimenti. Si intitola “Il destino di un bambino”. Al Leone Verde non interessano storie realistiche. Piace a Emanuele Ramini della Raffaello, che però chiede di adeguare il testo alla collana, raddoppiandolo, cambiando il titolo, fornendo spiegazioni in modo da razionalizzare la vicenda. Rifiuto la pubblicazione, spiegando che il libro è così e non può essere snaturato. Lo mando a Einaudi El e Giunti.
Mi rimetto a scrivere. Mi viene in mente, senza motivo apparente, un alunno di tanti e tanti anni fa, un tipo speciale. Il libro si intitola “Il lupo dietro l’angolo”. Ecco la presentazione che ho allegato per le case editrici: Riccardo… “Dicono che sono dispettoso, irresponsabile, pettegolo, vittimista, pigro, egoista, insensibile, disobbediente, inconcludente…”… Riccardo non è un tipo facile. Esaspera chiunque, come lui stesso ammette nel prologo di autopresentazione. La narrazione procede poi in terza persona.
Un giorno, al momento di salire sullo scuolabus, si volta verso la propria abitazione e non la trova più. Al posto della villetta colore mattone in cui abita, un’altra bianca con la porta rossa.
Da qui ha inizio l’inatteso, il fenomeno che distorce la realtà, la cambia a capriccio in modo insensato, riservando belle e brutte sorprese.
La sua guida è un lupo, il lupo risponde ai comandi di Falgand. Ma chi è davvero Faldang? È forse il Vecchio Lanterna? Colui che rapisce i bambini trasformandoli in scheletri viventi nella Città Verticale? L’avventura di salvataggio degli amici Stefano e Rachele rende forse eroico Riccardo, ma non gli importa più di farsi notare. Ora è cambiato. Ha scoperto un altro sé stesso che preferisce a quello di prima. L’inatteso è la sua risorsa: c’è sempre modo di cambiare le cose.

Ora mi piacerebbe cominciare un quarto libro, ma quello che ho in mente è piuttosto difficile. Il titolo (parto sempre da un titolo e dal nome del protagonista) “Le figurine di Marvin”. Un bambino solitario, una diagnosi di autismo. Ritaglia immagini, le combina in collage bizzarri. Una bambina che sa disegnare quello che lui traccia in aria. Una comunicazione che si fa rivelazione, forse, sul futuro. Ci provo.

Mi diverto, scrivere per ragazzi è sognare. Purtroppo, non basta scrivere bene. Non basta una bella storia. In Italia si fanno i conti con editor, bibliotecari, insegnanti. Come ho scritto all’inizio, parole come idiota o imbecille sono considerate parolacce nell’ambito della scuola elementare e molte maestre non le vogliono nei libri, le mette in imbarazzo. Così come le questioni sociali che stimolano domande alle quali non si vuole o non si sa rispondere (suicidio, abbandono, povertà, disoccupazione, identità sessuale, violenza familiare, corruzione, ateismo…). Molti contenuti spinosi abbondano nei libri importati dall’estero, ma si preferisce evitarli nei testi italiani.
E questo è un ostacolo. L’altro riguarda la scrittura. Gli editor (coloro che curano la pubblicazione) amano una scrittura semplice, per non dire piatta. Sintassi banalizzata e lessico impoverito. Ma soprattutto vogliono che la scrittura sia la fotocopia della realtà (anche immaginaria). Tutti i passaggi logici devono essere espressi, altrimenti il bambino (o la maestra) potrebbe non capire.
Non concepiscono una scrittura adeguata ai social, al cinema, alla televisione (scartando le telenovele). Velocità, suggestione, intuizione, logica interna, salti espressivi…
Molti vogliono la bella scrittura, non la scrittura d’arte.
Io mi considero un artista, non un compilatore di romanzetti per bambini.
E non scrivo per le maestre o le bibliotecarie o gli editor. Scrivo per me e condivo questa scrittura solipsistica con i bambini, invitandoli a riprendersi il protagonismo nella scelta dei libri.

    

mercoledì 8 marzo 2017

IL DIARIO DI MEDEA (tredici)


La tensione aumenta. Una defezione per motivi di salute, lo spostamento della data di rappresentazione, la memoria ancora da perfezionare, le assenze dovute a settimana bianca, gite, influenze… Ogni anno mi auguro, di nascosto anche da me stesso, che sia l’ultimo. Lavorare con i ragazzi è faticoso, soprattutto se si ha questa ambizione, forse assurda, di non accontentarsi del genere brillante o fiabesco. Il testo è molto difficile, l’opera è sempre più lunga di quanto ci si aspettava e pare di non arrivare mai alla fine. O di arrivarci zoppicando.

Ne vale la pena? Sinceramente, non lo so. Due rappresentazioni, una al mattino e una alla sera, e poi basta, il lavoro di un anno muore lì, sull’unico palcoscenico riservatoci. Troppo complicato portare in giro quattordici ragazzi per le repliche. In compenso, io imparo molto, i ragazzi anche.

Molti di loro ora modulano la voce in sintonia con le emozioni che il personaggio ispira. Si muovono con una maggiore consapevolezza. Sanno tenere la scena. Tengono conto dei partner. Insomma, la partita è giocata bene.

Se si giudica dalle foto, sembra impossibile che da un’aula scolastica ingombra di tutto fino a diventare quasi soffocante possa scaturire una rappresentazione pulita, perfino scarna nella sua essenzialità, composti di momenti emotivi forti, di suoni e musiche suggestivi, di parole parole parole che ci parlano di un intrico di sentimenti forti.

Tante parole, è vero. Forse troppe. Ma il mio è un teatro di parole, è ispirato dalla tragedia greca che non prevedeva acrobazie ed effetti speciali, ma solo il suono e il significato delle parole, così come le trattavano gli aedi di fronte a un uditorio che si incantava grazie alla propria immaginazione. Parole e immaginazione, ecco che cosa propongo ai ragazzi.

A volte li sgrido in modo secco e perentorio perché giocano, si distraggono, disturbano… a volte invece vorrei subissarli di complimenti tanto sono vivi e veri, efficaci e commoventi. Ma ho sempre paura che poi se ne approfittino e misurino al ribasso l’impegno.

Mancano pochi incontri e poi si va in scena. Al momento mi sembra impossibile, non sono pronti. Ma lo saranno. Devono esserlo. Non si scappa. In scena si va quando si è pronti, e loro lo saranno. Altrimenti, che senso ha tutta questa fatica?


lunedì 6 marzo 2017

IL TESORO DI LAIVES - racconto

Un racconto del 2008 scritto a Laives (Bolzano) nell'ambito di un progetto con la biblioteca: una settimana di interventi nella scuola materna, elementare e media su lettura e scrittura creativa.



Aquilino 
Il tesoro di Laives 

Georg Burger si era lasciato alle spalle il maso in der Au, sopra le paludi che univano Laives a San Giacomo. Procedeva a passo svelto, tutto solo; e sapeva che non era cosa da farsi, scendere a valle senza nemmeno un compagno per proteggersi a vicenda. Era giovane e forte, ma nella boscaglia che contornava la palude si rintanavano malfattori che vivevano come bestie, traendo sostentamento dagli assalti alla brava gente. Rubavano di tutto a tutti. Soldi, oggetti, indumenti e scarpe. Di solito lasciavano la vittima ammaccata dalle bastonate, ma ogni tanto ci scappava il morto.
Era il motivo per cui Georg si era infilato un pugnale in bella vista nella cintura. Poi l’avrebbe nascosto sotto la camicia, una volta entrato in Laives. L’ordinanza cittadina che vietava di portare armi non sempre veniva osservata e le teste calde si portavano appresso asce, pugnali, alabarde, pistole e perfino schioppi.
Ma Georg non voleva rogne.

Il delegato giudiziario, incaricato di mantenere l’ordine pubblico facendo opera di persuasione e mediazione, era il padre del suo amico Hans e lui voleva dimostrargli che sapeva rispettare le regole.
Con Hans aveva appuntamento al Pfleg, il castello inferiore dei conti Liechtenstein all’imbocco della Vallarsa, in cui risiedeva il loro capitano. Là c’era il Reif più antico, uno spiazzo per lo scarico del legname dei novaponentini e spesso anche degli abitanti della valle d’Ega.
Da Trento, Verona, Mantova, Ferrara, Venezia… giungevano continue ordinazioni di legname da costruzione, ma si diceva che il governo stesse per limitarne l’esportazione varando leggi contro il taglio indiscriminato dei boschi.
Georg sorrise fra sé.
Il suo amico Simon si vantava di fare grossi affari con gli alberi che abbatteva, ma Georg era dell’opinione che un maso era quanto di meglio si potesse desiderare. Bestiame, vino, frutta, miglio, orzo, grano… C’era da pagare al padrone del fondo, certo, e c’erano la decima per la chiesa e i vari tributi per i conti che a volte parevano non finire mai. La terra era comunque generosa e il suo lavoro di carrettiere valeva quanto quello di boscaiolo.
“Senza il mio carro” diceva a Simon, “come porti i tronchi alle zattere?”
“Ce l’ho anch’io il carro!” esclamava Simon che aveva un carattere ombroso come il luogo dove abitava.
“Con quel trabiccolo da sentiero ci porti una ragazza a cercare i mirtilli, ma i tronchi lasciali a me.”
“Voi carrettieri siete come gli zatterieri, tutti sbruffoni.”
“Ah, no. Quelli sono anche ladri.”
Quanta frutta si erano portati via! E quando spariva una capra o un maialino, che cosa mormorava la gente? Questa è la mano lunga degli zatterieri.

Perso in questi pensieri, Georg non si era più preoccupato di tenere d’occhio i dintorni e solo quando sentì un frusciare brusco alla sua sinistra si allarmò. Un brigante? Con un gesto rapido afferrò il pugnale e lo tese davanti a sé, pronto ad affrontare la minaccia.
“E se fossero due, tre o più?” pensò con un brivido. Avevano certo capito che si recava all’osteria e che quindi aveva con sé qualche soldo. Sentì spezzarsi un rametto sotto il passo di qualcuno e allora non resse più alla tensione.
“Vieni fuori. Mi piace vedere in faccia chi mi spia.”
Si tenne pronto a rintuzzare l’assalto, ma invece di una carica violenta dovette affrontare solo un ragazzetto smilzo che balzò sul sentiero sussurrando:
“Abbassa la voce che ci sentono!”
“Karl, che cosa ci fai qui?”
Invece di rispondere, il ragazzo  ammiccò da furbo e levò alto il cesto pieno di pesci. Gli occhi gli brillavano per la gioia.
“Sei matto? Non lo sai che c’è la gogna per chi pesca nelle acque dei conti?” lo rimproverò Georg.
“Tinche, lucci e carpe. E domani vado per rane e gamberi.”
“Non dovresti venire da solo in questi posti di tagliagole.”
“Ma io sono svelto, a me nessuno la fa.”
“E poi un giorno non torni più a casa.”
“Infatti c’era qualcuno che mi stava addosso. Allontaniamoci.”
“L’hai visto?”
“No, ma ne ho sentito la puzza di selvatico.”
Si misero a correre fino a un bivio, dove Karl si divise da Georg. Correva dalla madre, ansioso di sentirla esclamare di gioia alla vista dei pesci.

*

Non era da molti anni che in quel 1549 la Vallarsa aveva smesso di essere una forra di cinghiali ed era stata colonizzata dai primi boscaioli che avevano costruito capanne e strade. Portare giù i tronchi fino allo sbocco non era sempre facile, a causa della ristrettezza della valle; ma il guadagno sicuro offerto da un’attività in crescita aveva sveltito l’ingegno e rafforzato la volontà.
Il rio portava acqua per la ruota e in breve ben tre mulini cominciarono a macinare.
Quello di Hans, l’amico di Georg, era particolare. Non solo macinava il grano, ma provvedeva anche alla decorticazione dell’orzo e del miglio grazie a un pistone in legno di melo. Cadendo sul frutto vestito della sua buccia e costretto in una cavità di marmo levigatissima nelle sue parti interne, ne determinava la separazione della parte esterna ricchissima di cellulosa e non commestibile.
Hans arrivò in anticipo al Pfleg e si sedette su un muretto ad aspettare Georg e Simon.
Qualche carro gli passò davanti e un conducente non mancò di apostrofarlo.
“Lo sa tuo padre che te ne stai in giro a fare il lazzarone?”
“Mio padre è d’accordo con quelli che dicono che la domenica non si lavora” rispose allegro.
“Forse che la domenica non si mangia?”
“Si mangia, ma non si lavora.”
“E da quando in qua anche chi non lavora ha il piatto pieno?”
“Da quando il mondo è più civile, no?” rispose Hans mentre il carro già si allontanava.

Gli zatterieri avevano cambiato le abitudini dei laivesotti. Il trasporto di legname e mercanzie doveva essere continuo e non c’erano santi che tenessero. Il fiume continua a scorrere anche la domenica e tutte le feste comandate, dicevano.
Ma questa e altre iniziative venivano sempre meno tollerate dai cattolici più attenti alla nuova crociata che la chiesa stava per lanciare con il concilio di Trento, iniziato appena quattro anni prima.
In risposta all’affissione sulla porta della chiesa di Wittenberg delle 95 tesi luterane, la Controriforma avrebbe riportato le cose al loro giusto posto, a cominciare dall’osservanza del giorno del Signore.
Il padre di Hans, che garantiva l’ordine pubblico, si era subito schierato con il gruppo sempre più folto di cittadini che si opponevano all’imposizione degli zatterieri, rei di scarso zelo religioso e di crimini a non finire, dalla bestemmia al furto, dall’aggressione all’omicidio.
Davanti ad Hans passarono anche le donne che andavano a messa. Quando davanti a lui si fermarono la madre e la sorella, dovette sorbirsi un rimprovero lamentoso e alla fine anche astioso, perché non volle chinare il capo e mostrarsi remissivo.
“Insomma, madre, è festa. Me lo merito un po’ di riposo o volete vedermi stramazzare al suolo come un asino sotto un carico eccessivo?”
Sua sorella si nascose il viso tra le mani per ridacchiare di nascosto, ma poi tornò subito seria e lo fulminò con lo sguardo. Lei non ce l’aveva con lui, ma lo invidiava. Anche a lei sarebbe piaciuto oziare in giro per il paese invece di seguire la madre prima in chiesa e poi in visita a una parente malata.

Hans dimenticò in fretta i rimbrotti. Starsene lì seduto a guardare i passanti gli dava un senso di indipendenza. Libero di non fare niente, per una volta. Ed era deciso a godersi la giornata fino in fondo. Levò lo sguardo verso la bocca nera della Vallarsa. Ma quanto ci metteva Simon ad arrivare?
Simon, in quel momento, pensava proprio a lui.
Sarà già là ad aspettarmi e avrà cominciato a sbuffare, ma è colpa mia se mio padre ha sempre una commissione urgente da farmi fare?
Correva giù per il sentiero come una capra inseguita dai lupi. Superava gli altri boscaioli che scendevano al piano e quando ne urtava uno sentiva dietro di sé gli accidenti che gli mandava. Li ignorava. Non era il momento di fare questioni. Suo padre aveva aderito al gruppo di laivesotti sostenitori del precetto festivo alla faccia degli zatterieri e lui ne era entusiasta. Non gli sembrava vero di avere tutta una giornata per sé.
Fino alla sera prima gli era sembrato di non avere fatto altro che segare tronchi e sfrondare chiome, il sudore negli occhi e i calli sulle mani, la schiena dolorante e la mente svuotata di ogni pensiero che non fosse quello di mandare a valle quanto più legname possibile.
In pochi anni la sua famiglia aveva accantonato una sommetta che forse gli avrebbe consentito di comprare un maso. E allora si sarebbe sposato e al solo pensiero gli occhi gli si accendevano, perché la sua sposa sarebbe stata la più bella e la più brava della valle.
Sarebbe davvero andata così? Simon non aveva un carattere aperto e ottimista come Hans. E non era nemmeno sicuro di sé come Georg. Dubbi e timori lo assalivano. Aveva sentito parlare delle nuove leggi per la protezione dei boschi. Ma i boschi esistevano per essere tagliati dai boscaioli! Come si poteva pensare di fare a meno del legname? Di alberi ce n’era un’infinità. Aveva paura. A volte, nell’ombra magica di un faggeto, sentiva intorno a sé le presenze cupe degli spiriti malefici. Stavano tramando contro i boscaioli, lo sentiva. Volevano buttarli fuori dalla Vallarsa.
Ma che cosa avrebbero fatto i boscaioli senza i boschi?
La fame.
Fame e miseria, ecco che cosa li aspettava.

*

“Dove andiamo?” domandò Hans dopo che i tre amici si furono salutati con grandi sorrisi e pacche sulle spalle.
“All’osteria Raymann” rispose Georg.
“L’osteria degli italiani?” si stupì Simon. “Ne sei sicuro?”
“Lo so perché fai quella faccia” rise Georg. “Non ha certo una bella fama, quel posto. Ma è il più vivace e lì ci si diverte di sicuro.”
“A prendersi coltellate? È questo il divertimento? Ci sto” tagliò corto Hans mostrandosi scherzoso. In realtà, sapeva anche lui quanto fosse facile finire coinvolti in una rissa. Era l’osteria preferita dagli zatterieri che provenivano quasi tutti da Sacco, vicino a Rovereto, dove c’erano le più importanti agenzie di spedizionieri.
Ma il problema non era la loro origine. Sacco era come tanti altri borghi. Il problema erano le assunzioni. Per fare lo zatteriere chiunque andava bene, anche se aveva un passato poco limpido e un presente da galera.

I tre amici si avviarono con il passo agile e saltellante dei giovani che vogliono trovarsi sempre più avanti di dove sono, scalciando sassi e spostando lo sguardo in tutte le direzioni per non perdersi niente dell’animazione che riempiva le strade di Laives.
A Bolzano si teneva una delle quattro fiere annuali, quella della Pentecoste, e per due settimane migliaia di persone sarebbero scese dalle città mercantili della Germania meridionale o salite dai sobborghi di Bronzolo, ormai considerato il porto della città.
I tre amici videro mercanti impellicciati e vagabondi in rozze tuniche di canapa, ladruncoli dall’aria innocente e donne maliziose che con lo sguardo cercavano di agganciare gli uomini soli; e poi storpi che chiedevano l’elemosina e cacciatori scesi dai solitari rifugi di montagna; e anche famigliole eccitate e stormi di bambini che parevano tanti passeri pronti a volare via.
Un gruppo di tre giovani a cavallo attirò l’attenzione di Simon. Tenevano i cavalli al passo e rivolgevano alla folla sguardi altezzosi e sarcastici. Simon aveva un proprio modo di vedere le cose. Storie, secondo lui, che Dio stesso avesse voluto l’umanità divisa in ricchi e poveri e storie che i ricchi bilanciassero la loro fortuna prendendosi cura dei disgraziati che continuavano comunque a morire per strada e in tuguri indegni. Siamo noi lavoratori che manteniamo i giovani viziosi e sfaccendati, siamo noi poveri a mantenere i ricchi. Così pensava Simon, cupo.
Georg e Hans erano di tutt’altro umore.
“Guarda quello” disse Hans dando di gomito a Georg.
“E allora?”
“È lui quello che ha perso la moglie. Margareta, si chiama, ma l’hanno soprannominata la Ribattezzata. È scappata di casa per correre dietro alla setta dei riformati anabattisti.”
“Doveva scegliersi una donna con più buon senso” commentò Georg.
“Ma non sapete, dunque, come chiamano invece lui?” continuò Hans. “Der nacket, il nudo. Così lo chiamano. E sapete perché?”
Georg scoppiò a ridere.
“Posso solo immaginare che cosa trovava quella donna tutte le volte che tornava a casa.”
“Tre volte al giorno, come minimo. Così si dice.”
Georg fece una smorfia.
“Se ne dicono tante” mormorò. “Io, se mia moglie scappa di casa…”
“Che cosa fai? Le corri dietro?”
“Sì, ma non per mettermi in ginocchio davanti a lei e implorarla di tornare. La riporto a casa a calci nel didietro.”
“E tu picchieresti una donna?”
“Lo fanno tutti.”
“Io so anche di donne che picchiano i mariti” osservò Simon.
“Solo quelli tanto fessi da farsele dare da una femmina” concluse Hans.
Rimasero per qualche tempo in silenzio, poi Simon sembrò esprimere a voce alta pensieri suoi personali.
“Quella poveretta… “ mormorò con la fronte aggrottata “… quella finisce come le donne di Coredo, le streghe. Ma voi ci credete che erano davvero streghe? E che volavano sulla scopa e  se la facevano con i diavoli?”
“Le tempestarie” gli fece eco Georg, lugubre. “Seminano tempeste e ci rovinano i raccolti.”
“Io sì che ci credo” affermò Hans. “Se non fossero streghe maledette, non le metterebbero mica sul rogo.”
“Chissà” mormorò ancora Simon. “Di sbagli se ne fanno tanti.”
Tutti e tre, senza saperlo, pensarono al palazzo nero, il fortilizio fatto erigere dal vescovo Giorgio II Hack quasi un secolo prima, nel cui salone del giudizio avevano ancora luogo le attività macabre della Santa Inquisizione e della caccia alle streghe.
Hans indicò un punto alla loro sinistra. Si fermarono tutti e tre a osservare un filo di fumo che si levava ancora nel cielo azzurro, mentre un odore acre di bruciato li assalì.
“C’è stato un incendio” disse Hans. “Andiamo a vedere.”
Si trovarono presto di fronte a ciò che restava del maso Anheiter.
Si fecero largo tra i curiosi e tra i vicini accorsi per aiutare a spegnere le fiamme che avevano avuto il tempo di distruggere il tetto di paglia di segala e canne di palude. Anche i pochi mobili erano ridotti in cenere.
Scorsero la moglie del fittavolo in lacrime e, accanto a lei, il padre di Hans, Vilg Enthofer, che aveva già cominciato le indagini.
“Padre” gli disse Hans, “siamo qui per caso e se avete bisogno possiamo dare una mano.”
Vilg scosse la testa.
“Ormai quel che è fatto è fatto. Ci sarà da ripulire e da rifare il tetto, ma il calore è ancora troppo alto.”
“Un incidente?”
“Parrebbe. Ma tu sai quanti incidenti si rivelano poi atti criminosi.”

Dunque, il delegato sospettava qualcosa. I tre amici si scambiarono occhiate eloquenti. In una stagione tanto fresca, un incendio aveva quasi sempre un’origine dolosa.
Si spostarono qua e là per soddisfare le proprie curiosità e anche perché Simon, il sospettoso, aveva sussurrato:
“Chi appicca incendi si ferma sempre a controllare il buon servizio che gli fa il fuoco.”
Si misero a esaminare i volti dei presenti, ma sempre facendo finta di essere bighelloni curiosi. Dopo un po’, Hans tirò da parte i due amici e disse:
“Avete visto Kuppermann? L’oste del Gutleben? Che cosa ci fa lontano dalla sua locanda in un giorno di festa e per di più di fiera? Non gli interessano più i bei profitti?”
Un’occhiata e via, alla locanda del sospettato. Che cosa vi sperassero di trovare i tre giovani proprio non lo sapevano. Vi si recarono perché sembrava un gioco appassionante, quello di dare una mano al delegato per il mantenimento dell’ordine pubblico.
Alla locanda c’erano molti avventori, ma non l’oste, come già ben sapevano i tre amici.
Ne intravidero la moglie affannarsi a dare ordini ai servi, assistita da un uomo che Hans identificò come il cognato. Georg si guardò in giro con attenzione.
“Non vedo Jakob” disse.
Era uno dei ragazzi che servivano ai tavoli, un’anima nera infida che non piaceva a nessuno, nemmeno ai più scapestrati.
“Andiamo a sederci e ordiniamo da bere, così ne approfittiamo per fare qualche domanda.”
Entrarono nella stube e si diressero a un tavolo libero, proprio quello sul cui piano erano incisi i marchi dei carrettieri. Quando un ragazzino con i capelli stopposi portò loro della birra, Georg gli sussurrò:
“Se mi mandi Jakob, gli riferisco un messaggio da parte di una bella ragazza.”
“Non c’è” disse brusco il ragazzo.
“Come? Si fa l’innamorata e poi la pianta in asso?”
“Io non so niente di questa innamorata, ma lui è scomparso e nessuno sa dove sia andato.”
I tre amici si scambiarono occhiate perplesse.
Appena il ragazzo si fu allontanato, lo sguardo di Simon cadde sul pavimento, attirato da una scritta tracciata con uno stecco carbonizzato. Jakob si leggeva in modo confuso, e poi una cifra.
“L’ha pagato” sussurrò Simon indirizzando con un cenno l’attenzione degli amici.
“Voi aspettatemi qui” disse Hans. “Faccio una corsa da mio padre.”
Poco più tardi, il delegato esaminò con attenzione la scritta. È il contratto criminale stipulato con Jakob, suggerì qualcuno. Il delegato scosse la testa: l’oste non sapeva scrivere, come la quasi totalità dei laivesotti. Interrogato, l’oste rispose che su quel pavimento camminavano cani e porci e che lui di quella scritta non ne sapeva proprio niente. E Jakob? Lo ritrovarono una settimana dopo nella palude. Con la gola tagliata.

*

Se per strada c’era gente, nei pressi dell’osteria degli italiani c’era una folla rumoreggiante, con una peculiarità: era formata da soli uomini.
I tre amici si fecero largo senza tanti riguardi, ma cercarono invano un tavolo libero. Nemmeno su uno sgabello poterono mettere mano.
D’altronde, se l’erano aspettato. Era proprio per quello che si trovavano lì: per la gente.
C’era un gran viavai di zatterieri. Alcuni erano solo in pausa. Aspettavano che la zattera venisse caricata per riprendere la navigazione verso Verona. Altri erano stati presi in contropiede dalla novità di rispettare il riposo festivo. Ma quando mai si era sentito di interrompere la fluitazione sull’Adige? La religione era una cosa, gli affari un’altra. E i padroni di Sacco non intendevano ragioni: Sta’ a voi convincere quelli di Laives!
E come?  
La frustrazione, unita alla rabbia per i guadagni mancati, avevano spinto gli zatterieri a recarsi all’osteria in gruppi vocianti e piuttosto agitati.
Ogni zattera era governata da un capozattera e da quattro fino a sette inservienti; e quel giorno di zattere in riva all’Adige ce n’erano molte, sempre per via della fiera.
Erano di solito gli inservienti, reclutati a Sacco senza badare ai loro trascorsi, che venivano accusati di essere ladri di legname e frutta, soprattutto di uva; e di andare in giro sempre armati e inclini alla provocazione e alla rissa.
Si diceva che bevevano tanta acqua, ogni volta che cadevano fuori della zattera, che per asciugarla ci voleva altrettanto vino dell’osteria. Le zattere erano enormi, ci volevano una trentina di tronchi per costruirle. La fatica per manovrarle e la tensione per i pericoli che correva il carico venivano scaricate con le bevute e le chiassate, quando andava bene.
Altrimenti spuntava il pugnale e scorreva il sangue.

Proprio due giorni prima, un inserviente di nome Bernardino era stato preso e messo alla ruota a Bolzano per avere ferito alla testa con un sasso un giovane intervenuto in difesa della sorella.
I tre amici, Georg, Hans e Simon, arrivarono all’osteria che era appena scoppiata una baruffa tra i laivesotti del piano e quelli del monte.
“Ranocchie del piano!” sbraitarono i novaponentini dell’altopiano Regglberg. Gridarono le solite battute sugli uomini di pianura che non facevano altro che mangiare e si gonfiavano come rospi; e sulle donne che passavano le giornate a gracidare pettegolezzi in giro per Laives.
E gli altri, di rimando:
“Cornacchie di monte!” facendo versacci e mimando le facce scure dei montanini che erano più riservati e perfino cupi e credevano a tutte le storie di folletti benevoli e di salighe, le streghe buone; ma anche di nani furbi e della Berchta, la strega dalle molte vite che rapiva i bambini raccogliendoli in lunghe processioni.
“Perché non siete al Pfleg a scavare?” gridarono ancora i laivesotti di città.
I novaponentini erano sicuri che due misteriose gallerie unissero il Pfleg al castello dei Liechtenstein, andato distrutto nel 1278; e che sottoterra si trovassero le bocce e i nove birilli d’oro massiccio con i quali i conti si erano trastullati. Con la scusa di fare lavori di sterro, c’era ancora chi si ostinava a cercare la galleria del tesoro, protetto da un uccellaccio infernale.
I tre amici osservarono ammaliati la baraonda.
L’oste riuscì a ricomporre gli animi, ma si beccò una bastonata sulla spalla che lo   fece strillare:
“La prossima volta ammazzatevi tutti che io ne sarò proprio contento!”
“Sì, così perdi tutti i clienti” ribatté qualcuno facendo scoppiare un coro di risa.
Georg guidò gli amici verso un angolo relativamente tranquillo. Non voleva farsi notare troppo. Molti uomini erano già ubriachi e tre giovani perbene come loro sarebbero stati il bersaglio ideale per frecciate sempre più pesanti. Meglio, quindi, tenersi nell’ombra.
“Guardate chi c’è” sussurrò Hans indicando un omone alla ricerca di un tavolo libero. Era accompagnato da una banda di una decina di ragazzotti dall’aria furba. In ogni loro movimento si leggeva una sfida e una provocazione.
“Il vecchio Costanza” disse Georg. “Ora se ne vedranno delle belle.”
Era, il vecchio Costanza, il decano dei capizattera, temuto da tutti gli inservienti, ma anche dai carrettieri e dai mercanti. Con lui non era facile discutere, pronto com’era all’aggressione verbale e alla reazione violenta.
Come sempre, anche quel giorno portava infilati nella cintura una pistola e un coltello, incurante della legge che li vietava.
Come Georg aveva previsto, il Costanza andò subito in cerca di guai. Girò lo sguardo intorno per cercare un tavolo libero, proprio come un falco che scruta la valle in cerca di una preda. Non trovandone, pensò bene di liberarne uno con i suoi famigerati metodi spicci.
“Voi avete da fare da un’altra parte, ne sono più che sicuro” disse a una tavolata allibita che in un primo momento non capì nemmeno che cosa volesse il vecchio con il suo seguito di bravi. Colpa delle caraffe di vino già svuotate. 
Qualcuno si limitò a ridacchiare, uno si alzò in piedi sulle gambe traballanti e fece per aprire bocca, intendendo ricoprire di insulti il disturbatore; altri levarono gli sguardi vacui sul gruppo e se ne restarono lì come pesci appesi all’amo.
Il Costanza non aveva nessuna intenzione di contrattare. Rivolse un cenno ai suoi sgherri e questi si buttarono sugli allibiti avventori. Li sollevarono di peso strappandoli via dagli sgabelli e poi li trascinarono lontano, mentre quelli si dibattevano invano e lanciavano ruggiti di rabbia.
Passata la sorpresa, ora tutti avevano ben chiaro che cosa stava per succedere: una scazzottata.
Gli zatterieri di Costanza erano allenati alle più dure battaglie d’osteria e si tuffarono nella mischia con grinta e piacere. I poveri paesani furono bastonati e dileggiati e il tavolo fu libero. Il Costanza ci pestò sopra un pugno minaccioso dal significato chiaro: che ci provasse qualcun altro a contrariarlo.
Uno dei suoi oltrepassò la misura e non avendo davanti a sé altri avversari si portò con due passi proprio sopra Hans, che quasi non si accorse nemmeno della nube che oscurò il suo cielo.
Più svelto fu Simon. Allungò una gamba e il giovane zatteriere prese il volo aiutato dal suo stesso lancio, mentre Georg scaraventava una botticella tra le gambe di un suo compare che aveva avuto la mala pensata di soccorrerlo.

I tre amici balzarono in piedi, uno di fianco all’altro. Si scambiarono sguardi allarmati. Tutti e tre videro la testa del Costanza girarsi verso di loro; e a nessuno dei tre sfuggì il ghigno orrendo che gli aveva deformato la faccia.
Un attimo e il Costanza avrebbe dato fuoco alle polveri, scaricando contro di loro la violenza selvaggia degli zatterieri.
Ma l’attimo non giunse mai, perché prima ancora che il Costanza impartisse l’ordine i tre amici furono fuori della locanda, in fuga verso il borgo tra le cui viuzze si sarebbero eclissati.
Non assistettero, così, alla bolgia che trasformò le risse in assalti rabbiosi senza più misura. Gli avventori si colpirono con qualunque strumento o arma nella foga sorta dalla paura di rimetterci le penne. Dopo nemmeno dieci minuti, ci scappò il morto. Era un poveraccio che di quando in quando faceva servizio alla locanda, adattandosi ai lavori più umili. Un colpo d’ascia gli spaccò il cuore. Il colpevole non era uno zatteriere, ma un tale che per diciannove anni era stato via dal borgo, arruolato come lanzichenecco. Erano molti che se ne andavano volontari a fare guerre, ricavandoci alla fine solo pochi quattrini. Dichiarò che l’ascia lui l’aveva mulinata per difesa e che l’uomo ci si era buttato contro alla cieca. Fu condannato al pagamento di un’ammenda e al mantenimento dell’orfano. Poi, ricoperto da un cilicio di lana, scalzo, con un cero in mano, dovette assistere all’ufficio funebre della vittima e fare elemosine ai poveri.
L’orfano, un bel ragazzo di tredici anni, prese il posto del padre e servì alla locanda.

*

I tre amici s’inerpicarono su per il quartiere di nordest, incontrando poca gente. Erano tutti o in chiesa o nelle osterie o giù nelle vie principali a vedere i giocolieri e l’orso ammaestrato che erano scesi da Bolzano per fare altri incassi nei borghi della valle.
Davanti ai tre stava Georg. Sembrava che sapesse dove andare, ma in verità lasciava che i piedi si prendessero la libertà di vagabondare.
Giunse così in un luogo che nemmeno ricordava, uno spiazzo alto sopra il borgo, dal quale si scorgeva l’abitato e, lontano, la serpentina del fiume da un lato e lo specchio vaporoso della palude dall’altro. Si sedettero su un muretto a secco.
L’animazione nella quale erano stati immersi fino a poco prima era tutta lì sotto di loro, ma vestiva una maschera diversa, scolpita dalla lontananza, fatta di silenzio e di movimenti lenti.
Avevano tutti e tre la bocca amara.
“Non è giusto che finisca sempre così” si lamentò Hans.
“Così come?” domandò Georg che però conosceva già la risposta.
“Che un giorno di festa venga rovinato da quattro ribaldi, sempre quelli, che altro non hanno in testa se non la voglia di far danno agli altri.”
“Hai ragione.”
“Qualcuno dovrebbe prendere provvedimenti.”
“Mettere alla gogna tutti gli zatterieri?”
“Non lo so, ma qualcuno…”
“Qualcuno chi?” domandò Simon.
“Mio padre non può certo farcela da solo. Ci vuole…” rispose Hans.
“I conti? Il vescovo? L’imperatore? Pensi che uno di loro si preoccupi se qui a Laives gli zatterieri fanno i prepotenti?”
“Dovrebbero preoccuparsene.”
“Forse dovrebbero, è vero. Ma se tolgono di mezzo gli zatterieri, chi gli porta poi le mercanzie che fanno bella la loro vita? Tessuti pregiati, pellicce, gioielli… Il servizio di trasporto sul fiume è sacro.”
“Basta lasciar fare lo zatteriere a persone per bene, magari a gente di qui.”
“Ma la gente di qui ha voglia di imparare a pilotare le zattere?”
Simon si strinse nelle spalle.
“Non lo so. Qualcuno magari sì.”
“Se ci fossero meno stranieri…” incominciò Hans, lasciando però la frase in sospeso.
Georg si alzò in piedi e rivolse ai due amici un sorriso luminoso.
“Meno stranieri?” ripeté e poi scrollò il capo. “Ma guardate…” disse indicando la valle con un ampio gesto. “Non vi rendete conto di quello che vedete? Lo so, lo so. Ci sono i briganti nelle paludi e gli zatterieri nelle osterie che creano problemi alla gente onesta. Ci sono anche quelli che danno fuoco alle proprietà altrui e quelli che approfittano della fiera per borseggiare i benestanti. Ma guardate più a fondo… Non vedete che cosa significa tutto questo? Significa vita. Nel bene e nel male questa è la libera circolazione delle persone, delle merci e delle idee e io mi auguro che a Laives sia sempre così, negli anni e nei secoli a venire. Gente che va e che viene, che discute e litiga, che rapina e inganna, ma anche gente che costruisce, produce e inventa cose sempre nuove. Capite che cosa intendo? Vita, in tutta la sua complessità.”
I due amici lo fissarono con rispetto. Capitava spesso che Georg se ne uscisse con cose che loro non capivano fino in fondo, ma che lasciava nei loro cuori e nelle loro menti un’eco misteriosa.
Vita.
Quello lo capivano.
Vita in tutta la sua complessità. Ma quella libera circolazione di persone e di merci e di idee… quella non era una cosa facile da capire.
Hans ci rinunciò subito, Simon rimuginò dentro di sé e alla fine disse:
“È vero, la libertà è un privilegio. Ma diventa un tesoro quando nessuno ci perde niente. Voglio dire che… che gli uomini che circolano dovrebbero avere tutti una loro dignità e non essere magari dei morti di fame trattati come criminali. E le merci non dovrebbero rappresentare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E le idee di cui parli dovrebbero valere veramente qualcosa e non essere le bugie dei potenti o le suggestioni dei furbi o gli inviti dei violenti all’odio e alla discriminazione… Sapete di che cosa parlo? Di pace, di giustizia, di solidarietà.”
Simon si interruppe. I due amici lo fissarono sorpresi e confusi. Ma che cosa stava dicendo?
E allora Simon disse:
“Andiamo, va’” e Hans lo seguì con uno sbadiglio.
Georg lanciò l’ultima occhiata alla valle e poi si accodò.

C’erano altre osterie, a Laives, più tranquille di quella degli italiani. 


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