martedì 26 settembre 2017

I LIBRI DELLE DUE STAGIONI

Primavera ed estate di scrittura




Tutto ha inizio il 22 febbraio. Nicola Cinquetti, un amico con il quale ho scritto alcuni libri, mi informa che Anna Vivarelli sta curando una nuova collana per Il Leone Verde di Torino. Intende spedirle “Incubo gorango”, un nostro libro di tanti anni fa rimasto inedito. Mi chiede se sono d’accordo. Certo. Anna non pubblica il libro per vari motivi. Nel frattempo mi è però tornata la voglia di scrivere per ragazzi, dopo alcuni anni di scrittura per adulti e di teatro. Ho appena fornito il copione a una compagnia locale, “Il donchisciotte”. Fresco di rilettura cervantesca, scrivo un’operetta fresca: “Il mio amico Donchisciotte”. La mando ad Anna con esito positivo. Ecco la scintilla. Poi Il Leone Verde ci ripensa, non inaugura più una collana per ragazzi, ma non importa. Ormai il fuoco è acceso, diventerà un incendio. Il libro ci mostra Felipe, un ragazzino diverso dai coetanei perché occhialuto e forte lettore, partire orgoglioso per una commissione affidatagli dal padre. Spera così di dimostrare a tutti che anche lui vale qualcosa. S’imbatte in un uomo anziano e strampalato che ha appena perso lo scudiero. Si tratta di don Chisciotte. I due affrontano alcune imprese che riprendono quelle classiche, mostrando come la scienza si possa coniugare con l’immaginazione.
Mando il testo qua e là e mi giunge infine la conferma da parte di “Coccole Books”. Tra la primavera e l’estate 2018 il mio Donchisciotte sarà in libreria.

Mi sono divertito. Tanto. Ho riscoperto la gioia di scrivere per me. Senza pormi questioni serie e concrete di mercato e di aspettative editoriali. Scrivere senza limiti, in piena libertà. Data la mia recente esperienza con i migranti (piccolo spettacolo “Uomini”), voglio un romanzo in tema che riguardi un bambino. La prima versione s’intitola “Il destino di un bambino”. Interessa Raffaello, ma l’editore vuole che lo porti ad almeno centomila caratteri e che cambi molto cose. Rispondo che si tratta di un esperimento: un testo breve e incisivo, con ritmo e montaggio da serie televisiva.
Tuttavia, poco dopo m’incuriosisce verificare se posso trarne qualcos’altro.  Lo riscrivo con il titolo “Il tuo nome è coraggio”. Aggiungo una sorellina al protagonista, approfondisco i caratteri e gli ambienti, do maggiore respiro alla vicenda. È la storia di un ragazzino ospite di un istituto del Nordafrica che ignora che fine abbiano fatto i genitori. Un emissario del padre lo porta via, in un viaggio avventuroso con i migranti. Grazie alla solidarietà di molta gente, arrivano a Roma. Lì s’imbatte nella sorellina e possono andare insieme a Milano, dove li aspetta il padre, un collaboratore di giustizia ricercato dai trafficanti di uomini.
Soddisfatto, spedisco. Raffaello m’informa che purtroppo ha già scelto un altro libro con un contenuto simile. Ma mi scrive la signora Orietta Fatucci: vuole pubblicarlo con Einaudi Ragazzi. Dopo due giorni arriva il contratto.
Avvio il terzo libro, una fantasia che difficilmente troverà spazio nell’editoria italiana. La prima è Raffaello a dirmi che “vogliono storie vere e realistiche”. S’intitola “Il lupo dietro l’angolo”. Riccardo è un ragazzino da incubo: piccoli atti di bullismo, dispetti, prese in giro… Un giorno sta per salire sullo scuolabus, si gira e la sua casa è cambiata. Ora ha una forma diversa e una porta rossa. Al ritorno da scuola, trova che nella sua cameretta tutto è cambiato. Addirittura, è invasa dai Quèquè, piccole creature dispettosissime. Che cosa sta succedendo? Nel pomeriggio, la realtà non cambia soltanto, scompare. Si ritrova in un mondo di foreste, lupi e mostri. Da oppressore diventerà vittima. Ma alla fine assumerà il ruolo dell’eroe.
Appena finito, senza sosta, voglio scrivere un romanzo su Mergozzo, una località che amo. Metto insieme un gruppetto di protagonisti bene assortiti: i due grandicelli che provano una simpatia reciproca, lo studioso appassionato di storia, lo scapestrato…  Si recano oltre Ornavasso per una ricerca storica sul sistema difensivo di Cadorna. Vedono uscire da una trincea un fante della Prima Guerra Mondiale che lancia loro un messaggio e scompare. Come se fosse una caccia al tesoro, ulteriori indizi li portano nel bosco del monumento megalitico, la Ca’ d’la Norma, dove s’imbattono in un primitivo Leponzio;  a Montorfano, dove scorgono un Burgundo di cinque secoli prima; nel centro del paese, dove vedono un picasass, uno scalpellino secentesco… Insomma, alla fine riusciranno a evitare un disastro ambientale. Il titolo è "I sentieri di Muregocio".
Mandato a Interlinea.

Arriva l’estate. Niente ferie. Niente week-end. Una scrittura incessante, quotidiana.
Scrivo una storia di buoni sentimenti, “Un capofamiglia di dieci anni”. Per la misteriosa assenza del padre, un ragazzino si occupa della gestione della casa e dei suoi occupanti: una madre depressa, una sorella svampita, un fratello maggiore che si mette volentieri nei guai. Aiutato da un avvocato e da un investigatore, risolverà tutti i problemi. E nel finale il padre farà ritorno con tutte le spiegazioni.
La chiudo consapevole che alcune cose andrebbero sistemate, ma per il momento…
Avvio poi un romanzo sul mondo attuale che erige muri e chiude le frontiere.
Si tratta di “Io sono una straniera”. Per ora, mandato solo a Salani. Un piccolo Stato europeo, chiamato Valle, sta per avviare misure drastiche per evitare le invasioni di stranieri. Il nonno, uno dei ministri del governo presieduto dai Tre Onori, informa la nipote Glena che per il mattino seguente è previsto il Cambiamento. La riguarderà direttamente. Al mattino, tuttavia, Glena è rimasta come prima, mentre gli altri sono cambiati: duri, determinati, coesi, uniti contro gli stranieri. Il potere assoluto è nelle mani del fratello Diman. Glena deve scappare. Supera le Alpi, giunge in Italia. Fa la conoscenza dei migranti. Quando tornerà nella Valle, sarà per sovvertire l’ordine vigente.
È un buon libro? Non lo so. I miei libri sono buoni per me. Per il resto, dipende dalla linea editoriale delle case editrici, che cambia nel tempo. Dipende dalle diverse sensibilità degli editor, spesso legati al mercato e agli umori degli insegnanti. Dipende dai gusti personali dei lettori… così strabilianti, a volte.
Lo scrittore scrive, spedisce, aspetta.

Per agosto ho anche riscritto tre vecchi libri.
Incubo gorango”, seguendo alcune indicazioni di Vivarelli. “Racheles”, un romanzo per adulti pazzerello, che probabilmente non sarà accolto, soprattutto per questo bisogno tutto italiano di storie di vita vissuta (così noiose). Mi arrivano due proposte di pubblicazione, ma sono di editori che stampano il libro senza provvedere alla distribuzione. Le rifiuto.
Eracle il figlio di dio”. Eh, sì, il mio amato Eracle spedito tra gli editori come fossero altri mostri da sconfiggere.

In piena estate avviene il cambio di registro.
Voglio mettere a frutto la cultura e la sensibilità acquisite in questi anni di studio e di allestimenti teatrali relativi al mondo greco: mitologia, micenei, tragedie…
Di getto scrivo “L’isola con la puzza del morto”. Ho ripreso la storia di Filottete abbandonato sull’isola di Lemno dai compagni achei diretti a Ilio, disgustati dal fetore della sua ferita. L’ho accostata a un’altra storia di fetore. Quella delle lemniadi punite da Afrodite con una puzza che ne allontana i mariti (e loro sterminano tutti i maschi dell’isola). Ho dato vita alla città di queste donne, ai loro riti. Ho contrapposto la purezza di un ragazzo siriano e di una ragazza lemniade al cinismo dei conquistatori greci. Un libro contro la guerra.
L’ho mandato solo alla signora Fatucci.
E poi “Medea ha gli occhi gialli”.
L’anno scorso ho messo in scena “La Medea” con i miei ragazzi del laboratorio. Mi è venuta l’idea: perché non mettere in prosa le tragedie in modo rispettoso del loro spirito, ma libero per quanto riguarda ambientazioni e personaggi?
Ecco quindi la vicenda di Medea vista attraverso gli occhi di un ragazzo, Menippo, divenuto compagno di giochi dei due figli della maga. Il punto di vista infantile rende la storia ancora più affascinante, coinvolgente e terrificante.
Ci conto molto.
So che il testo dovrà affrontare molte difficoltà. La letteratura per ragazzi italiana è, a volte, eccessivamente protetta. Ma protetta da che cosa? Si preferiscono scritture banali pur che siano tanto innocue da risultare annacquate.
Sulla scia della Medea mi metto a scrivere “Le Baccanti hanno le zanne”. Anche in questo caso ho messo in scena le Baccanti con i ragazzi.
Accuso la stanchezza, e il testo presenta maggiori difficoltà.
Colgo un’idea in itinere e scrivo, in tre giorni, “Amara”, un testo breve, intenso. Ecco la presentazione:
“La madre è depressa, il padre violento. Amara non va a scuola, non ha amici, non è felice. Di notte evade dalla cameretta-cella e si reca nel cimitero. Ne ama la pace e il silenzio. Una notte, da una tomba emerge Ariberto, il bambino che aveva conosciuto in una casa famiglia. Giocano. Fanno un giro sulla barca di Caronte. Ariberto le regala due biglietti per la crociera dei bambini annegati, ma lui non può parteciparvi. Le regala anche un cellulare. Amara s’imbarca. A bordo conosce Achille, un ragazzo affascinante. Sarà lui a scatenarle contro i bambini annegati trasformati in mostri aggressivi. Per allontanarla dalla morte. In una chat, Amara ha conosciuto Zaia. La chiama e lei accorre con il padre per salvarla. Amara, dopo la notte e la morte, conosce il giorno e la vita. Su invito del padre, torna a casa. Ma non è più l’Amara di prima. Ora è l’Amara della trasformazione, con la quale i genitori dovranno fare i conti. E vissero tutti meno infelici.”

Ecco, ora è il 26 settembre e riprendo a scrivere le Baccanti.
Cliccando sulla posta e rispondendo al telefono con l’ansia di vedere pubblicati altri libri. Destino dello scrittore. Scrivo per me, ma poi vorrei donare a tutti le mie fantasie. Non nascondo che una delle motivazioni per questa stagione felice di scrittura è di tipo economico. Di colpo, mi è venuto il timore che la pensione non possa più bastare. Non ho altri introiti. Il teatro lo faccio gratis. Lo dico senza vergogna: è uno stimolo forte, primordiale, legato all’istinto di sopravvivenza. Esso riguarda anche mio figlio. Lasciargli alcuni libri che diventino dei classici e continuino per anni e anni a produrre un piccolo reddito.
Mi lascio quindi impregnare da questa febbre assoluta di andare a dormire sognando storie, di accogliere il dormiveglia mattutino con le storie, di pedalare e camminare dentro le storie, di sollevarmi da terra e volare tra le storie, di veleggiare fra storie che mi portano su isole sempre nuove.

È una febbre, è una malattia. La più sana. Non m’importa più di nient’altro. Tutto il resto è qualcosa che passa e non lascia segno. Le storie sono la realtà unica e intramontabile.
Molti ritengono che lo scrittore lavori quando è seduto alla scrivania. Non è vero. Lavora in ogni momento del giorno e della notte. Mentre fa cose, mentre parla con la gente… c’è sempre una porta aperta verso la storia che sta elaborando. La storia nasce e cresce così, nella dedizione totale. Per me, almeno, è così. Come fanno gli altri non m’interessa. Quando mi metto alla tastiera, la storia (non tutta di colpo, per scene) è già scritta dentro di me, devo solo scrivere sotto dettatura. Alla fine, è sufficiente una revisione leggera. Il libro nasce completo, equilibrato, soddisfacente. Non è stata una conquista facile. Se ripenso alle difficoltà di struttura, lingua, potenza espressiva di una decina di anni fa… Mi ha aiutato moltissimo dedicarmi al teatro: sintesi, efficacia, misura ed equilibrio.
Da liceale, il rettore del collegio mi aveva detto: sta’ attento, la vita non è un film, riporta i piedi a terra, fa i conti con la realtà.
Ma era un prete, non l’ho mai ascoltato.
A tenere i piedi per terra ci si infanga. Le storie sono di nuvole e cristallo.
E adesso, lasciatemi scrivere.

I libri delle due stagioni:
Il mio amico Donchisciotte (Coccole Books), Il tuo nome è coraggio (Einaudi Ragazzi), Il lupo dietro l’angolo, I sentieri di Muregocio, Un capofamiglia di dieci anni, Io sono una straniera, L’isola con la puzza del morto, Medea ha gli occhi gialli, Amara, Le Baccanti hanno le zanne.

Libri riscritti:
Incubo gorango, Racheles, Eracle il figlio di dio.







lunedì 3 luglio 2017

LE DONNE DI ILIO

Aquilino
Come nasce e prende corpo “Le donne di Ilio”




Dopo le Baccanti e la Medea mi domando: che cosa fare l’anno prossimo? Parto da Euripide, e mi fermo ancora a Euripide senza bisogno di ricorrere a Eschilo o a Sofocle. Le Troiane, o Troadi. Avevo già pensato, tempo fa, a quest’opera. Avevo già letto le versioni di Seneca e di Sartre. Rileggo tutto, annoto. Leggo qualche saggio critico. Mi metto a scrivere. Voglio un’opera breve. Rimescolo i personaggi delle varie versioni ed ecco il mio cast. Cinque uomini: Agamennone, Menelao, Odisseo, Pirro, Taltibio (quattro eroi e un messaggero). Cinque donne: Andromaca, Cassandra, Ecuba, Elena, Polissena. In un secondo momento aggiungo Priamo, già morto.
Rimango fedele a grandi linee alla vicenda classica: dopo la caduta di Ilio, le prigioniere attendono di sapere a chi saranno assegnate come schiave. Prima dell’imbarco, Polissena viene sacrificata sulla tomba di Achille, apparso al figlio Pirro per esigere il proprio bottino. Poi è la volta di Astianatte, l’ultimo maschio della dinastia. Gli eroi greci vogliono che muoia per timore che da adulto faccia risorgere Ilio. Tutti meno Agamennone, che già aveva tentato di salvare Polissena. Non per pietà, ma per timore di offendere gli dei e di dovere affrontare un difficile ritorno. È sempre Pirro, l’uccisore di anziani e di bambini, a buttarlo giù dalla torre. Le donne possono essere imbarcate.

Lo schema è questo:
-          Priamo ha la battuta di introduzione
-          gli eroi chiudono le prigioniere nelle tende-celle
-          Taltibio li presenta uno dopo l’altro, ma viene più volte interrotto dalle donne
-          coro delle donne contro la guerra
-          dialogo tra Ecuba e lo spirito di Priamo
-          coro delle donne per esprimere l’ansia della destinazione
-          Taltibio annuncia chi sarà il padrone di ciascuna
-          coro delle donne contro la schiavitù
-          danza di Cassandra
-          dialogo tra Cassandra e Agamennone
-          dialogo tra Pirro e Agamennone circa il destino di Polissena
-          Andromaca racconta come è morta Polissena
-          dialogo tra Andromaca e Odisseo che è in cerca di Astianatte
-          coro delle donne a commento della morte di Astianatte
-          dialogo tra Elena e Menelao, con interventi di Ecuba, Polissena e Priamo
-          Elena descrive la morte di Astianatte
-          Cassandra chiama a raccolta le donne: vengono imbarcate
-           Cassandra e coro: “Venite a piangere, donne del mondo.”

L’opera affronta, amplia e approfondisce il ruolo di prevaricazione dell’uomo sulla donna. È un ruolo di consolidamento delle proprie virtù di forza e di dominio. La debolezza della donna, la sua inconsistenza sociale, la sua diversa visione dei valori riaffermano lo status dell’uomo che si è autoproclamato essere superiore. L’uomo è la guida della famiglia e della società, la donna è al loro servizio.
Le donne imprigionate sono spogliate di ogni bene, ma soprattutto di ogni diritto e di ogni dignità. Vengono portate in Grecia come prove viventi della vittoria, ridotte in schiavitù affinché sia lampante il rapporto di forza tra i greci e i nemici. Nemici che non esistono più: tutti i maschi, di ogni età, sono stati trucidati.

Quelle che sono le qualità intrinseche di ogni donna vengono del tutto ignorate. Andromaca non è più una madre. Ecuba non è più una regina. Cassandra non è più una profetessa. Polissena non è più una bambina. Elena non è più una greca.
Ma l’uomo può disporre a proprio piacimento di ogni categoria senza che questo lo indebolisca. Menelao può confessare che non ha ancora deciso se accordare a Elena lo status di greca, e di conseguenza accettarne il pentimento e riprenderla come moglie; o se condannarla a morte come barbara, con una pubblica esecuzione a Sparta, lapidata dalle donne oneste: per volere dell’uomo, le donne uccidono le donne.

Le prigioniere di guerra vengono sorteggiate, caricate sulle navi come bestiame e portate nelle dimore dei vincitori. Le poche fortunate diverranno concubine, eviteranno i lavori più faticosi e abiteranno in ricche dimore. Le altre saranno prostitute e serve.
Non c’è supplica, non c’è pianto disperato che possa impietosire i guerrieri. Nemmeno le maledizioni di Ecuba provocano reazioni. “Dobbiamo gioire, quando il nemico piange” dice Menelao.

Le considerazioni di Agamennone sulla tenera età di Polissena non hanno alcun effetto su Pirro. Una bambina viene uccisa sulla tomba di Achille per diventarne la sposa nell’aldilà. Un’aberrazione che viene accettata perché i diritti degli eroi travalicano la vita e si estendono anche nel regno dei morti. Pirro prende decisioni come una macchina programmata, mostruosa marionetta i cui fili sono mossi da valori oscuri e confusi, sui quali si regge una società di ingiustizie.

Astianatte non è più solo un bambino, ma una minaccia oscura. Gli eroi paranoici temono che da adulto possa regnare. Invano Andromaca tenta di farli ragionare: “Regnare su che cosa? Non lo vedi? Siamo al centro del nulla.”
La sua morte è il simbolo più straziante di Ilio.
La città è diventata la più grande, la più forte, la più opulenta, e anche la più invidiata. Ma ora è crollata. Non rimangono che macerie.
Come in un rituale, il bambino viene condotto sulla torre da dove Priamo controllava il campo di battaglia. I soldati non capiscono. Già si sono commossi per Polissena. Non capiscono perché in guerra si debbano uccidere anche i bambini. Ma il loro canto funebre, gli sguardi desolati fissi sulla torre non fermano Pirro.
Spinge Astianatte nel vuoto, a fracassarsi sulle rovine della città conquistata.

Ecco, non solo il presente, ma anche il futuro di Ilio scompare nel ventre della bestia che fa la guerra per avidità e per soddisfare le proprie voglie di piacere e di violenza.
Non c’è consolazione, come dice Priamo: “La guerra non uccide i guerrieri, ma le donne, gli anziani, e i bambini. Tutti i nostri bambini sono morti! Ci avvelenano il presente e ci rubano il futuro. Questo fanno quelli che comandano. Non c’è consolazione, non c’è nessuna consolazione.”


Breve presentazione dei personaggi.

AGAMENNONE. È il capo supremo, si sente quindi investito di un potere superiore, come se facesse da tramite fra le divinità e i sudditi. La compassione che mostra per Astianatte e Polissena è solo ipocrisia. Da politico accorto, vuole dare un’immagine di uomo pietoso e comprensivo. L’alta opinione che ha di sé lo rende cieco. Non dà quindi peso alle parole di Cassandra che predicono la loro morte per mano di Clitennestra.

MENELAO. È un debole. Cerca quindi un esempio da seguire. Lo trova in Pirro. Vuole dimostrare al fratello Agamennone, al quale si è sempre sentito inferiore, di essere virile. Si mostra quindi insensibile e spietato. Ma si fa dominare perfino da Elena. Le minacce nei suoi confronti sono fasulle. Elena è la sua moglie-madre, in grado di guidarlo nelle decisioni. Rappresenta anche il suo status: nessun altro ha una donna così bella e famosa.

ODISSEO. Pragmatico, sa valutare con oggettività ogni situazione, soppesando rischi e vantaggi, senza farsi influenzare dai sentimenti. Non si oppone alle uccisioni di Polissena e di Astianatte, utili alla causa (la prima in difesa del passato, la gloria di Achille; la seconda del futuro, la sicurezza di una impossibile rinascita di Ilio). Dà l’impressione di non avere cuore. La vita è solo un gioco di inganni e il più furbo vince.

PIRRO. Rozzo, fanatico, fedele al pensiero unico, spietato. Ha ucciso il vecchio Priamo, ora uccide due bambini senza alcun ripensamento. Ciò che ritiene necessario va fatto. Non ha la complessità conflittuale e infantile di Achille. È solo una macchina di conquista. Il migliore frutto dell’addestramento militare.

TALTIBIO. A differenza degli eroi, non reprime le emozioni. Prova sentimenti contrastanti, ma alla fine a prevalere è comunque la fedeltà alla madrepatria. “Tu sei buono, Taltibio. Ma servi uomini malvagi” gli dice Cassandra. Impersona l’uomo comune che potrebbe fare la differenza, se si ribellasse al sistema. Ma non ce la fa a superare i limiti imposti da religione e politica. L’obbedienza è la sua virtù e allo stesso tempo la sua dannazione.

ECUBA. Se ne sta appartata, non perché voglia tenere le distanze, ma per una sorta di vergogna e disperazione. Lei che era tutto, non è più niente. Si pone al confine tra la vita e la morte, poiché le hanno ucciso i figli e la morte è quello che anche lei desidera. Ma rimane combattiva e le maledizioni contro i greci e contro Elena in particolare ne denunciano la vitalità.

ANDROMACA. Donna senza qualità particolari, se non quelle del focolare, onora la memoria di Ettore coltivando una fantasia impossibile: che il figlio Astianatte faccia risorgere Ilio. Rappresenta la donna annientata: le uccidono il marito, poi il figlio, e deve diventare schiava del suo assassino, Pirro.

CASSANDRA. Canta la morte propria, di Ecuba e di Agamennone, oltre a quella di molti eroi greci, destinati a scomparire durante il ritorno in patria. Si illude che la lunga serie di lutti le dia gioia, ma la sua somiglia più a una forma di disperazione isterica.

POLISSENA. La sua tristezza deriva non solo dalla necessità di morire, ma dalla consapevolezza di essere desiderata come sposa da Achille, colui che le ha ucciso i fratelli. Sposata a un cadavere, sposa cadavere lei stessa. È uno spirito rassegnato, svuotato. “I morti sanno più dei vivi” dice.

ELENA. La più irriducibile. Dopo la morte di Paride, sposa un altro principe troiano, Deifobo, ma poi lo consegna ai greci che lo uccidono. Ora intende tornare con Menelao. Bugiarda e infedele, tiene testa a tutti. “La regina dei due mondi non perde la corona” declama il coro.

PRIAMO. È morto, ma il suo spirito aleggia su Ilio. Abbigliato come un idolo. Solo ora ha capito che cosa sia veramente la guerra. Si sente corresponsabile, ma è troppo tardi per riparare i danni compiuti. Ha perso tutto e tutti.   

Come gli anni scorsi (ma allora erano quattro), un interprete stabilisce un rapporto diretto con il pubblico, facendo da “mediatore”. Costui è Taltibio. A lui il compito di commentare, presentare, spiegare, esprimere dubbi. Il popolo vive di persona gli avvenimenti, ma non è in grado dei cambiarli.

Tutto questo in undici pagine.
Un testo denso che gli interpreti (dai dieci ai dodici anni) devono memorizzare durante l’estate. A settembre si parte per mettere in scena l’opera ai primi di marzo, in occasione della Festa della Donna.

Ho cercato di ridurre all’osso la scrittura.
Monologhi brevi, dialoghi serrati. Cori semplici e ridotti. La struttura della tragedia classica (prologo, parodo, episodi e stasimi, esodo) è ancora presente, ma rimodellata in modo tale da renderla quasi irriconoscibile.

Colonna sonora.
In un primo momento ho pensato di utilizzare rifacimenti moderni di musica greca antica, che ho scaricato da internet. Poi ho immaginato, data anche la brevità della prosa, di accoppiare l’opera a musiche dal vivo. Ho cercato alcune collaborazioni. Il professor Suppa dell’I.C. Verjus di Oleggio, sezione musicale, con due allievi per le percussioni. La scuola di musica Dedalo di Novara per il violino, uno o due strumenti a fiato. Ma come e dove sistemare i musicisti?
Sul palco non ci può stare nessun altro oltre agli interpreti. Le percussioni prevedo di piazzarle sotto il palcoscenico, a livello del pubblico. Gli altri musicisti in sala, seduti a guardare lo spettacolo: si alzano poco prima dell’esecuzione.
Vado a parlare con Elena Sant’Andrea di Dedalo. Mi suggerisce di utilizzare non i solisti, ma un gruppo concertistico. Ribatto che accetterei volentieri le due soluzioni: un gruppo in un palco e due solisti in sala.
Quest’estate esamina il testo con i colleghi e propone la collaborazione ad alcuni allievi. A settembre avrò la risposta.

Che cosa succede durante le esecuzioni musicali? Drammaturgia e concerto viaggiano su binari paralleli, ma non mi va certo di fermare l’azione scenica per consentire l’ascolto unilaterale. La scena, per tutta la durata di un’opera, rimane viva.
Prevedo una coreografia non invasiva, a luci abbassate, con movimenti lenti, coerente con la situazione emozionale.
Mi metto in contatto con Elisabetta Pistochini, insegnante di yoga e di danza moderna, con la quale ho già collaborato (per “Auge del sangue”). È contenta di collaborare. E anche questa è fatta.

La scenografia è piuttosto semplice. Guardando il palco, a sinistra la sagoma di una nave (ne ho in solaio una, da restaurare, utilizzata per una recita sull’Odissea), con tanto di vela e sartiame, intorno alla quale si danno da fare gli eroi.
Al centro e a destra, arretrati, tre pallet in piedi con due aste alla base per la stabilità e due verticali che sostengono un telo, ora tenda e poi vela: sono le celle di tre delle donne. Sul pavimento (l’anno scorso, per Medea, un ampio telo bianco, bianco come l’abito di Medea e delle sue figlie) un “tappeto” lucido nero (o sacchi della spazzatura o plastica da pacciamatura) davanti al quale, sul proscenio, si allunga un lunghissimo telo azzurro che una volta sollevato formerà il mare.
Sulla destra sta accasciata Ecuba. Qua e là si sposta Polissena. Priamo è un’anima irrequieta, vaga in continuazione dalla platea (dove sosta per fissare gli spettatori in modo triste e inquietante) al palco, dove fissa i vivi come se non li riconoscesse più.

Costumi.
Le donne sono del tutto rivestite di stoffa nera, libere solo le mani e il viso (che per Polissena sono imbiancate). Gli eroi indossano calzoni pakistani simili a quelli di foggia turca su tonalità spente (trovati in un banco del Centro commerciale di Gravellona); sul torso nudo una sorta di gilet diverso per ognuno; in testa una fascia che nasconde i capelli.
I ragazzi stanno costruendo due spade micenee.

Ecco, questa è la partenza. L’arrivo… quante cose cambieranno prima di marzo!



Personaggi e interpreti.
Andromaca, Lucia Cavazza – Cassandra, Angelica Roman – Ecuba, Giorgia Picaro – Elena, Viola Beghelli, Polissena, Lucrezia Balbo.
Agamennone, Francesco Schirò – Menelao, Giulio Gallarate – Odisseo, Raffaele Giannantonio – Pirro, Luca Andrico – Taltibio, Francesco Divisoli.


sabato 20 maggio 2017

LA MEDEA



"La Medea". Laboratorio di teatro organizzato dal Comitato Genitori dell'I.C. Verjus di Oleggio (Novara). Allievi di età dai 9 ai 12 anni. Testo e regia di Aquilino. 
Materiali di Tecneke. 
Il testo nasce dalla lettura delle diverse versioni della "Medea" di Euripide nel corso dei secoli. La vicenda assume un registro investigativo, poiché comincia dalla fine e finisce senza alcuna certezza di giudizio. Tre "mediatori" (che occupano la zona oscura della razionalità) commentano e provocano il pubblico. Dietro di loro, a ritroso nel tempo, le complesse dinamiche tra i personaggi, nella zona luminosa delle passioni.
Rappresentata nel Teatro di Oleggio il 4 maggio 2017.

Medea, Giorgia Picaro
Nutrice,  Lucia Cavazza
Giasone, Giulio Gallarate
Creonte, Luca Andrico
Glauce, Angelica Roman
Mermero, Lucrezia Balbo
Fereto, Viola De Paoli
Mediatori, Francesco Divisoli, Matteo Fanchini, Raffaele Giannantonio
Coristi, Ariel Apollo, Valentin Ciocoi, Alice Iorio, Francesco Schirò

venerdì 12 maggio 2017

LE POESIE DEL MANGIALIBRI



Durante i laboratori di scrittura creativa nelle classi Quinte della Primaria e Prime della Secondaria, nell'ambito del concorso di scrittura "Il Mangialibri", ho proposto esercizi sia di prosa sia di poesia.
L'obiettivo non è stato di replicare esercizi scolastici, ma di affrontare modalità diverse dal curricolo. La scuola, di solito, si muove di più sull'imitazione e sull'improvvisazione, mentre io ho presentato tecniche anomale di composizione delle parole e di gestione dell'immaginazione.
Ho fatto ricorso, più che al supporto della razionalità, alla dimensione onirica, dove la logica assume fisionomia nuova e tanto spazio viene dato all'imprevedibile e al casuale.
Abbiamo affrontato molti elementi della composizione poetica: la rima, la metrica, l'accostamento inusuale e casuale, la metafora, la sintesi pregnante, l'adesione emotiva...
In un post precedente ho elencato gli esercizi, qui offro la lettura di alcune composizioni.
Il laboratorio è durato due moduli per classe, quindi meno di due ore, 




La luce del sole
brilla elegante
nell’aria fresca.
Il leone gioca.
I fiori
sono così tanti
che contarli non si può. (Mara)

La luce della fantasia
giocando nell’aria
si mette a ballare
di fiore in fiore. (Lorenzo)

Si sta come
in mensa
sul tavolo
pasta fredda. (Margherita)

Un’onda mi ribalta
nell’abisso laggiù
cerco conchiglie
nel profondo mare blu. (Benedetta)

Si sta
come di notte
quando incontro
Tommaso. (Noha)

Mentre vado in bicicletta
canto e suono la trombetta. (Arsela)

All’aria leggera
gioca un leone
con un fiore.
La luce lo fa ballare
elegantemente con fantasia.
Indossa gli occhiali,
legge la cartina
e impara a contare. (Golemi)

Il dromedario
cammina nel deserto
con un serpente. (Rita)

La luna piena
mi fissa furibonda
ma non mi parla. (Eleonora)

La notte cupa
dorme sugli alberi
freddo il buio. (Noemi)

Una cicala
con l’aria sospettosa
osserva il bosco. (Luca)

Sopra un albero
ci sono i colibrì
batto le mani. (Francesca)

Sulla riva del mare
Mara ama remare
pensando una rima
gustando una pera. (Denys)

Il tram al tramonto
porta un morto
e Omar
tanto tonto
lanciò un acuto. (Davide)

Il mare può essere
la guerra
e la pace. (Mattia)

La primavera arriva prima,
ancora più vera,
ancora più in rima. (Matteo)

Si sta
come sott’acqua
a soffocare
e nessuno se ne accorge. (Laila)

Dentro un libro puoi trovare
un bel posto per sognare. (Alice)

Un tale in bici
morto sotto un treno
dormiva mangiava parlava
e cantava. (Ambra)

Sento di essere esausto
l’acqua mi scorre fra i piedi
e circondato da conchiglie
mi sembra di sognare
tra la tranquillità delle onde. (Simone)

Si sta come
d’estate
sul materassino
grigliati. (Chiara)

Si sta come
in primavera
suifiori
le farfalle. (Roberto)

Monti contigui
biancheggiando di neve
un velo sale. (Lorenzo)

Il trattorino
è stato demolito
dopo due giorni. (Nicolas)

Sul ramo è nata Roma
Roma ha spaccato il ramo
ora Roma sta sul prato. (Emanuela)



Mi ricordo la neve gelida che mi rivestiva
in lontananza scorgevo le vette maestose
non riuscivo a trattenere la voglia
di scendere sulle piste da sci. (Mass)

Aspettando
primavera
pianto il fiore
che non c’era. (Christian)

Il mio piedi affonda nell’acqua limpida
mi tuffo e sento un senso di libertà
esco… la sabbia bollente morbida ascolto
i gabbiani e l’andirivieni delle onde. (Camilla)

Tizio muore sopra il treno
il coccodrillo spinge la bici
che finisce sotto il ponte
parla un forzuto con un cane
il cane vede un ratto che canta
mentre scrive un rebus. (Gabriele)

L’acqua è gelida e diventa un ghiacciolo
salato le onde volano come gabbiani agitati
e i pesci saltano dalle onde volando
la sabbia calda sembra magma. (Michele)

La montagna silenziosa e fantasiosa
la valanga scende rumorosa e paurosa
guardo il monte incantato
il freddo mi penetra
sono
un albero innevato. (Riccardo)

L’anatomia della rabbia
è la felicità
di un elefante
di carta. (Marco)

Un cane di carta
volle scoprire
l’anatomia della rabbia
per mandarla via.

Sul tramonto
di Toronto
c’è un tonto. (Francesco)
























domenica 2 aprile 2017

TORNO A SCRIVERE PER RAGAZZI

Sono tornato a scrivere per ragazzi. Per caso. A fine febbraio mi scrive Nicola Cinquetti, amico con il quale ho scritto alcuni libri, tanto tempo fa. Anna Vivarelli gli ha chiesto un libro per una nuova collana e lui intende mandare “Incubo gorango”, un nostro inedito del 2007 di genere comico. Anna ci fa un mucchio di complimenti, ma il libro non è adatto (troppo spinto per l’editore, contiene nomi come Imbezile e Lidiota e attività sgradevoli come i rutti, e inoltre i goranghi divorano i nani burlacchi). Nicola prova altrove, ma dubito che venga pubblicato, per i motivi che spiegherò più avanti.

Nel frattempo Anna manda anche a me l’invito a mandarle un testo. Non avendone di pronti, scrivo “Il mio amico Donchisciotte”, sulla scia di “Il donchisciotte” che ho scritto per una compagnia teatrale. Il testo le piace e mi fa scrivere subito dalla responsabile della casa editrice “Il Leone Verde” di Torino. Ci vorranno alcuni mesi, stanno ancora organizzando la grafica della collana, ma io non ho fretta. Si narra dell’incontro di Felipe, dieci anni, un tipetto razionale e ligio al dovere, con Don Chisciotte che, dopo le prese in giro alla corte ducale, ha perso Sancio. Alla fine, Felipe scopre il piacere di un po’ di follia e la sua mente razionale si arricchisce attingendo risorse dall’immaginazione.
Mi metto subito a scrivere su un’idea che ho da tempo: dare ai ragazzi un romanzo breve, con capitoli brevi, una scrittura ricalcata sul montaggio filmico d’azione e sulle serie televisive. Ma che cosa racconto? È appena andato in scena “Uomini” con alcuni richiedenti asilo che drammatizzano il loro viaggio dal Gambia all’Italia. In questo caso il protagonista deve essere un bambino, Alagi. La storia deve ricalcare la narrazione classica di abbandoni, agnizioni, fughe, peripezie e lieto fine. Nasce in pochi giorni un libro abbastanza convulso, che non dà spazio a descrizioni e spiegazioni logiche: la logica è tutta interna e finalizzata al flusso degli avvenimenti. Si intitola “Il destino di un bambino”. Al Leone Verde non interessano storie realistiche. Piace a Emanuele Ramini della Raffaello, che però chiede di adeguare il testo alla collana, raddoppiandolo, cambiando il titolo, fornendo spiegazioni in modo da razionalizzare la vicenda. Rifiuto la pubblicazione, spiegando che il libro è così e non può essere snaturato. Lo mando a Einaudi El e Giunti.
Mi rimetto a scrivere. Mi viene in mente, senza motivo apparente, un alunno di tanti e tanti anni fa, un tipo speciale. Il libro si intitola “Il lupo dietro l’angolo”. Ecco la presentazione che ho allegato per le case editrici: Riccardo… “Dicono che sono dispettoso, irresponsabile, pettegolo, vittimista, pigro, egoista, insensibile, disobbediente, inconcludente…”… Riccardo non è un tipo facile. Esaspera chiunque, come lui stesso ammette nel prologo di autopresentazione. La narrazione procede poi in terza persona.
Un giorno, al momento di salire sullo scuolabus, si volta verso la propria abitazione e non la trova più. Al posto della villetta colore mattone in cui abita, un’altra bianca con la porta rossa.
Da qui ha inizio l’inatteso, il fenomeno che distorce la realtà, la cambia a capriccio in modo insensato, riservando belle e brutte sorprese.
La sua guida è un lupo, il lupo risponde ai comandi di Falgand. Ma chi è davvero Faldang? È forse il Vecchio Lanterna? Colui che rapisce i bambini trasformandoli in scheletri viventi nella Città Verticale? L’avventura di salvataggio degli amici Stefano e Rachele rende forse eroico Riccardo, ma non gli importa più di farsi notare. Ora è cambiato. Ha scoperto un altro sé stesso che preferisce a quello di prima. L’inatteso è la sua risorsa: c’è sempre modo di cambiare le cose.

Ora mi piacerebbe cominciare un quarto libro, ma quello che ho in mente è piuttosto difficile. Il titolo (parto sempre da un titolo e dal nome del protagonista) “Le figurine di Marvin”. Un bambino solitario, una diagnosi di autismo. Ritaglia immagini, le combina in collage bizzarri. Una bambina che sa disegnare quello che lui traccia in aria. Una comunicazione che si fa rivelazione, forse, sul futuro. Ci provo.

Mi diverto, scrivere per ragazzi è sognare. Purtroppo, non basta scrivere bene. Non basta una bella storia. In Italia si fanno i conti con editor, bibliotecari, insegnanti. Come ho scritto all’inizio, parole come idiota o imbecille sono considerate parolacce nell’ambito della scuola elementare e molte maestre non le vogliono nei libri, le mette in imbarazzo. Così come le questioni sociali che stimolano domande alle quali non si vuole o non si sa rispondere (suicidio, abbandono, povertà, disoccupazione, identità sessuale, violenza familiare, corruzione, ateismo…). Molti contenuti spinosi abbondano nei libri importati dall’estero, ma si preferisce evitarli nei testi italiani.
E questo è un ostacolo. L’altro riguarda la scrittura. Gli editor (coloro che curano la pubblicazione) amano una scrittura semplice, per non dire piatta. Sintassi banalizzata e lessico impoverito. Ma soprattutto vogliono che la scrittura sia la fotocopia della realtà (anche immaginaria). Tutti i passaggi logici devono essere espressi, altrimenti il bambino (o la maestra) potrebbe non capire.
Non concepiscono una scrittura adeguata ai social, al cinema, alla televisione (scartando le telenovele). Velocità, suggestione, intuizione, logica interna, salti espressivi…
Molti vogliono la bella scrittura, non la scrittura d’arte.
Io mi considero un artista, non un compilatore di romanzetti per bambini.
E non scrivo per le maestre o le bibliotecarie o gli editor. Scrivo per me e condivo questa scrittura solipsistica con i bambini, invitandoli a riprendersi il protagonismo nella scelta dei libri.