venerdì 3 novembre 2017

LABORATORIO DI SCRITTURA IN QUINTA ELEMENTARE: RODARI

Il progetto di "Il Mangialibri" prevede che mi rechi nelle scuole per laboratori di scrittura sia di prosa sia di poesia, a scelta dei docenti. Nelle due Quinte della scuola Rodari di OIeggio, con la maestra Elisabetta Rampazzo, affrontiamo la prosa.


Propongo la stesura di un incipit e come faccio spesso porto io qualche esempio. Parlo quindi del punto di vista, della questione del narratore. Leggo i tre esempi di incipit di una storia semplice: il/la protagonista vede atterrare un Ufo. Poi espongo la problematica del livello di scrittura: cronaca giornalistica, esposizione documentaristica, narrazione oggettiva, drammatica... Il livello più profondo e complesso è quello che ricorre a tutta la potenzialità della lingua, saccheggiando quindi anche le risorse della forma poetica. Invito i ragazzi a scegliere a seconda della propria competenza linguistica: un incipit più facile di una storia di avventura o uno più difficile di un doloroso episodio di bullismo? 

Li assisto durante l'elaborazione, convertendo in patrimonio comune le osservazioni al singolo. Leggo poi gli scritti continuando con le osservazioni, che di solito vertono su:
- coerenza dei tempi verbali
- punteggiatura, soprattutto l'uso del punto
- verifica logica del succedersi degli avvenimenti (le procedure)
- ottimizzazione ed efficacia del discorso diretto
- la partecipazione emotiva
- la credibilità da parte del lettore
- il "respiro" del periodo
- quale tempo verbale scegliere (l'immediatezza del presente)
- d eufonica, accenti e apostrofi, maiuscole, l'uso della acca...   eccetera.
Il tempo è poco, ma è sufficiente per indurli a riflettere su elementi importanti. E i ragazzi lavorano con attenzione, interesse e intensità. 

Ecco i miei incipit che servono da guida.

TRE PUNTI DI VISTA

Giulio non aveva sonno. Se ne stava alla finestra della propria camera e osservava il cielo. Era stata una giornata intensa ed emozionante. Con la classe era andato a Torino a visitare il Mufant, il Museo del Fantastico e della Fantascienza. Non era grande, ma c’erano delle cose… Le sale più interessanti erano quelle di Star Wars e Star Trek. Contenevano modellini, manichini con i costumi originali, disegni e gadget di tutti i tipi. Quante cose avrebbe voluto portarsi a casa! Il piacere del ricordo fu interrotto da una strana scia luminosa nel cielo. Una stella cadente? Così luminosa? Ma… dove andava a cadere? Nel campo proprio dietro casa sua? E se invece di una stella fosse stata…? Emozionato e anche spaventato corse fuori, senza nemmeno pensare di svegliare i genitori.

Troppo stanco per dormire. Sono ancora eccitato! Me ne sto qui alla finestra a guardare il cielo. Star Wars e Star Trek! Mel museo c’erano cose spettacolari. Si chiama Mufant, è a Torino. Ci siamo andati in pullman, abbiamo cantato e fatto un po’ gli stupidi. Continuo a pensare ai modellini, ai costumi… ehi, quello che cos’è? Una stella cadente? O un satellite artificiale in avaria? Sta precipitando proprio qui dietro! Magari è un meteorite d’oro! Sveglio la mamma e il papà? Se non è niente me ne dicono di tutti i colori. Prima vado a vedere.

Sto precipitando sul pianeta sconosciuto. Ci sarà vita? Ho lasciato appena in tempo la navicella di esplorazione. Appena espulsa la mia capsula, è esplosa. Appena atterro lancio un segnale radio. Se la capsula non si disintegra. Se non mi disintegro anch’io. Sto captando qualcosa. Una forma di vita pensante. Attiverò il traduttore linguistico. Per ora ricevo solo le immagini mentali. Astronavi, tute spaziali… L’essere si è accorto di me. Lo sento spaventato ed emozionato allo stesso tempo. Spero che non sia pericoloso. Spero che sia pacifico. Non vorrei doverlo disintegrare. 

TRE STILI DI SCRITTURA: classico, drammatico, poetico

Quando ripenso a quello che mi è successo, mi sento molto triste. Anzitutto, perché ho l’impressione di essere stato abbandonato da tutti. Nessuno mi ha difeso. Poi, perché mi sembra che nessuno mi capisca. Non soffro per l’occhio nero, ma per l’umiliazione. Mi sono sentito una nullità. Trattato come se non fossi una persona, ma una cosa da prendere a calci. Infine, ora diffido di tutti. Anche se non vogliono farmi del male, penso che agli altri di me non importa proprio nulla. Sono solo e ho paura. Non voglio più andare a scuola. Non voglio nemmeno uscire di casa.

In tre, circondato. Non dimenticherò mai le loro facce. Come certi incubi che ritornano. Musi, non facce. Musi cattivi. Prima le parole. È capitato anche a me di provare rabbia o odio e di insultare, ma… Loro usano parole che nessuno dovrebbe usare. Mai. Me le scaricano addosso come se mi ricoprissero di spazzatura. Poi gli spintoni, le sberle, i pugni, i calci… E intorno a me… ridevano. O scappavano per non andarci di mezzo. Mi hanno abbandonato. Ora ho vergogna. Penso che tutti parlano di me. Dicono: si è lasciato picchiare. No, grido alla mamma, a scuola non ci torno! Non esco nemmeno di casa. Loro sono là che mi aspettano. E io… ho paura.

Di colpo buio. Solo le ombre. Ma ombre di che cosa? Di parole dure. E io dicevo: devo andare… per favore… Voci di pietra. Spinto qua, spinto là… Ho pensato: mi viene la nausea, adesso vomito. E poi la prima pietra mi ha colpito. Una parola o un pugno? Male, qui, sul petto. Mi sono piegato. Sono caduto? No, no, volevo scappare. Ah, dove? Cado sulle ginocchia. Ci sono cocci di vetro, per terra. Ci metto sopra le mani. Grido. Male dentro, un chiodo mi trafigge la lingua. Gemo. Supplico? Non so niente. Non capisco niente. Mi raggomitolo. E loro picchiano.

Ecco alcune righe dei loro elaborati.


Sono molto preoccupata per il mio bambino Giulio. Ha un occhio nero. Giulio dice che è stato un alieno. Secondo me ha giocato troppo con il pupazzo di Alien ed è caduto giù dal letto.
(Thomas)
Prima le parole. Graffianti come artigli affilati, gli orsi aspettano il momento giusto per attaccare. Dopodiché affondano i denti nella mia carne. I miei compagni… I miei compagni scappano come volpi tra le sterpaglie. Sono solo.
(Viola)
Un bambino di nome Andrea felice come tutti gli altri. Una sera stava andando in bagno. A un certo punto vide una persona tutta vestita di nero. Era un ladro.
(Daniel)
Continuo a pensare a quei momenti. Tutti mi prendono in giro. Mi sento escluso. Nessuno mi aiuta. Mi sento debole. Non mi fido più di nessuno. Andiamo tutti da Andrea a prenderlo in giro! Ehi, tu! Sei un imbecille!
(Samuele)
Corse alla finestra con gli occhi appannati e vide qualcosa di rosso, rosso fuoco. Corse fuori. “Ehi!” urlò. C’era un alieno. Era coperto da un mantello, sembrava carino e coccoloso. “Ti terrò qui, ti proteggerò, sei solo un cucciolo!”
(Vanessa)
Un giorno come tutti gli altri. Era sera. Vidi alla finestra un uomo che mi fissava. Era vicino a casa mia. Ero terrorizzato. Aveva gli occhi inquietanti.
(Matteo)
Era una notte piena di felicità, per Luigi. Stava scrivendo sul diario la giornata che aveva trascorso al museo Mufant. Ma a un certo punto sentì un rumore. Corse alla finestra, vide un arcobaleno invaso da una polvere nera.
(Lorenzo)
Cinque ragazzi bulli ritornarono dopo la mensa e gridarono: “Ehi, idiota, vieni qua.” Marco fu picchiato, spinto e maltrattato.
(Vanessa)
Oggi siamo andati a Milano per il mio compleanno. Siamo stati al museo dei dinosauri. A un certo punto ho visto una cosa che si muoveva in mezzo alla stanza. Uno scheletro di T-rex!
(Valentina)
Mi sento a terra. Calciato come un pallone. Trafitto da una spada. Loro ridono e gli altri scappano. Nessuno mi aiuta. Pugni uguali a sassi. Manate come frustate. Il pavimento fatto di chiodi mi trafigge.
(Nicolò)
Oamai la celula si sta per disinestare. E il tratutore si sta per scaicare… Che sfortuna la capsula di esplorazione e esplosa appena lo inviata.
(Rocco)
Era un giorno di scuola come tutti gli altri. Il bullismo era tornato, lui era tornato. Perché me? Io non faccio niente di male nella vita: studio, prendo bei voti… ma niente!
(Alessandra)
Oggi io e la mia classe siamo andati al Mufant. È stato fantastico! E mentre stavamo tornando a scuola, dal finestrino dell’autobus ho visto qualcosa di infuocato cadere dal cielo. Forse… un Ufo!
(Alberto)
Nicolò era ancora sveglio. Era felice di essere andato al Museo Egizio. Tutte quelle sale sui faraoni, sulle piramidi, sulle costruzioni…
(Mattia)







sabato 21 ottobre 2017

MESSA IN SCENA DI "TRE DONNE E UN LUPO"


Quest’anno ho due laboratori di teatro. Che cosa propongo per il secondo? Devo andare in scena ai primi di marzo 2018, una cosa breve. Mi torna voglia di Cappuccetto Rosso. L’ho già allestito anni fa per la scuola materna, tutto messo in metrica e rima, con il bosco animato e un lupo che viene curato dal dottore. Poi nel 2014 ho fatto un “Cappuccetto Lupo” ambientalista, con i veri cattivi uccisori di animali selvatici e distruttori di foreste. Ora voglio qualcosa di più profondo. Ricerche in internet e due libri mi aprono nuovi scenari. “Bambine nel bosco” di Susanna Borsotti e soprattutto “L’ago e la spilla” di Yvonne Verdier.

La fiaba si sposta nel campo delle fabulazioni popolari. Non tratta più dell’incontro tra una bambina e un lupo, ma delle dinamiche familiari intergenerazionali. Ecco il titolo, tre donne e un lupo. La mamma comanda la bambina, che però sta crescendo e si appresta a diventare a sua volta mamma. A questo punto, la mamma deve prendere il posto della nonna, che deve quindi scomparire. È la ruota della vita: i vecchi devono farsi da parte (anche non volontariamente: ci pensa la morte) e i giovani si assumono le responsabilità della conduzione di un gruppo (familiare o sociale).
Il lupo, di conseguenza, rappresenta la morte e quello che fa lo fa secondo natura, come si narra in uno dei racconti: il lupo fa la sua parte come è tenuto a fare.
Chi sfugge alla morte e alle insidie della vita? La bambina, che è astuta (con buona pace di Perrault che voleva mettere in guardia le fanciulle ingenue o imprudenti).

Le storie della tradizione orale raccolte alla fine del secolo XIX in Francia e nel Tirolo fanno riferimento alla trasmissione sapienziale. Il lupo domanda: prendi il sentiero degli aghi o degli spilli? Verdier ci informa che a quindici anni le ragazze erano mandate per un inverno da una sarta che insegnava non solo a cucire, ma a comportarsi da donne adulte. Spilli e aghi, inoltre, richiamano l’idea di sangue. In questo caso di sangue mestruale: la bambina deve affrontare un percorso di iniziazione. L’incontro con il lupo e le vicende successive sono quindi un rito di passaggio: dall’infanzia all’età adulta.

La trama si fa più complessa, rispetto alle fiabe conosciute da tutti. Per non parlare della banalizzazione dell’industria Disney che sforna stereotipi uno dopo l’altro.
Il lupo mangia la nonna, ma ne raccoglie il sangue in una bottiglia e ne tiene da parte pezzi di carne. Offre il “vino” alla bambina e le serve la carne cotta. Il cannibalismo di Cappuccetto Rosso rientra in questo quadro di  iniziazione: solo divorando la nonna può assumere il ruolo di madre.
Seguono poi implicazioni sessuali che nelle fiabe best-seller non compaiono. Il lupo-nonna comanda alla bambina di spogliarsi e di entrare nel letto. La bambina, tuttavia, sembra intuire che cosa l’aspetta e con furbizia evita la violenza. Chiede e ottiene di assentarsi per un bisognino. Si cala giù nella stalla… e qui ci sono diverse versioni. Scappa inseguita dal lupo, ma le lavandaie del fiume Giordano aiutano lei e affogano il lupo: dopo l’avvenuta iniziazione, la bambina è riaccolta in società.
Una società tutta di donne che con i racconti antichi trasmettono i valori.

Il lupo, con un taglio psicanalitico, rappresenta certo il maschio forte e prevaricatore che può essere controllato con l’astuzia. L’altro maschio, il cacciatore, è un’aggiunta dei fratelli Grimm, effettuata per onorare i criteri moralistici e ottimistici dell’era Vittoriana.
Bisogna tenere conto anche di una fiaba italiana di origine abruzzese, “La finta nonna”. La trovate nella raccolta di Italo Calvino. Qui, oltre al fiume Giordano, c’è la Porta Rastrello. Invece del lupo c’è un’Orca. Per la precisione, un’Orca pelosa. 
Insomma, Cappuccetto Rosso affronta e supera una prova importante che le consente di crescere. Verdier si chiede, a un certo punto, se non sia lei il vero mostro della storia, dato che anche lei divora la nonna.
Ma che cosa rappresenta il lupo? La natura selvaggia e pericolosa? L’inconscio freudiano? Tutto ciò che si pone al di fuori della società? Il maschio predatore?...
Innumerevoli possono essere le risposte.

Eccoci dunque qua: otto attrici dai nove agli undici anni e due attori di undici. Si fa per dire. Attori da costruire. Sono debuttanti. Non c’è un copione. Scrivo una cartella di battute per dare il via alla storia. Il lupo fa entrare le bambine. Disordinate e scatenate, vengono fermate e invitate a rientrare: il maschio che limita e disciplina l’energia femminile. Il lupo si presenta: “Io sono il capofamiglia. Il presidente. Il dirigente. Io sono l’uomo. Il maschio. Io sono il lupo. Il mostro. E voi siete spaventate.”
Non ottiene però l’effetto desiderato. Le ragazze non intendono sottomettersi al suo potere. Le risposte sono spiazzanti: “Uh, come siamo spaventate… Quando si fa l’intervallo?... Scusa, Lupo, dov’è il bagno?... Ragazze, sarà pure un presidente, ma non sa organizzare.” E così via.
Il lupo entra in crisi. Soprattutto quando le bambine gli annunciano la sua fine: “Cacciatore, fucile, mira, grilletto, pum! Tu morto.”
Esasperato, le insulta: “Stupide bambine fuori di testa!”
Ma le risposte sono una rivendicazione di dignità e di forza: “Non siamo stupide bambine… Siamo donne forti.”
Ecco, questo è l’inizio.
Ma come si sviluppa? Di preciso, non lo so. Per la prima volta mi affido alle improvvisazioni e al dibattito. Di volta in volta, sfrutto gli spunti emersi per avviare, in un mix di registri, la visualizzazione delle storie e gli approfondimenti.

Accolgo quindi l’inatteso in tutte le sue forme. La prima sorpresa viene dalla richiesta di inserimento di un altro attore, con il quale ho già lavorato. Ero felice per la compattezza del cast: otto “donne” e un “uomo”, che è il lupo. Devo rivedere la struttura. Che cosa faccio fare all’ultimo arrivato? Voglio evitare di mettere in scena il cacciatore. Non resta che Cappuccetto Rosso. Gli infilo la mantellina con cappuccio acquistata su Amazon e gli domando: te la senti di fare Cappuccetto? Certo. La questione viene girata alle otto donne. Si stupiscono: Cappuccetto Rosso è femmina! Si consultano. Intanto, faccio invocare all’interprete la parità di diritti contro la discriminazione di genere. Accettato. E funziona.
La seconda sorpresa? Un altro attore. Eh, va bene… ma poi basta. Che cosa gli faccio fare? Il cacciatore. Lascio comunque la scelta ai due nuovi arrivati. Va bene così: un Cappuccetto alto e chiaramente maschio e un cacciatore piccolo (quarta elementare) e di sicuro non violento.
Possiamo andare avanti?
Ecco come. Il lupo invita Cappuccetto a leggere il finale della fiaba di Perrault, morale compresa. Ma Cappuccetto non vuole certo morire. Fa leggere da una narratrice la versione dell’oralità Nivernese, il “Racconto della nonna” (tratto da Y. Verdier, L’ago e la spilla, EDB).
Il gruppo recita le battute dei dialoghi e mima. Che cosa succede? Che Cappuccetto beffa il lupo e si rifugia nella casa-famiglia.
Bene, ci sono cose da affrontare. I sentieri degli aghi e degli spilli e soprattutto il cannibalismo di Cappuccetto che beve, a sua insaputa, il sangue della nonna e ne mangia la carne cotta dal lupo.

Brividi. 

martedì 26 settembre 2017

I LIBRI DELLE DUE STAGIONI

Primavera ed estate di scrittura




Tutto ha inizio il 22 febbraio. Nicola Cinquetti, un amico con il quale ho scritto alcuni libri, mi informa che Anna Vivarelli sta curando una nuova collana per Il Leone Verde di Torino. Intende spedirle “Incubo gorango”, un nostro libro di tanti anni fa rimasto inedito. Mi chiede se sono d’accordo. Certo. Anna non pubblica il libro per vari motivi. Nel frattempo mi è però tornata la voglia di scrivere per ragazzi, dopo alcuni anni di scrittura per adulti e di teatro. Ho appena fornito il copione a una compagnia locale, “Il donchisciotte”. Fresco di rilettura cervantesca, scrivo un’operetta fresca: “Il mio amico Donchisciotte”. La mando ad Anna con esito positivo. Ecco la scintilla. Poi Il Leone Verde ci ripensa, non inaugura più una collana per ragazzi, ma non importa. Ormai il fuoco è acceso, diventerà un incendio. Il libro ci mostra Felipe, un ragazzino diverso dai coetanei perché occhialuto e forte lettore, partire orgoglioso per una commissione affidatagli dal padre. Spera così di dimostrare a tutti che anche lui vale qualcosa. S’imbatte in un uomo anziano e strampalato che ha appena perso lo scudiero. Si tratta di don Chisciotte. I due affrontano alcune imprese che riprendono quelle classiche, mostrando come la scienza si possa coniugare con l’immaginazione.
Mando il testo qua e là e mi giunge infine la conferma da parte di “Coccole Books”. Tra la primavera e l’estate 2018 il mio Donchisciotte sarà in libreria.

Mi sono divertito. Tanto. Ho riscoperto la gioia di scrivere per me. Senza pormi questioni serie e concrete di mercato e di aspettative editoriali. Scrivere senza limiti, in piena libertà. Data la mia recente esperienza con i migranti (piccolo spettacolo “Uomini”), voglio un romanzo in tema che riguardi un bambino. La prima versione s’intitola “Il destino di un bambino”. Interessa Raffaello, ma l’editore vuole che lo porti ad almeno centomila caratteri e che cambi molto cose. Rispondo che si tratta di un esperimento: un testo breve e incisivo, con ritmo e montaggio da serie televisiva.
Tuttavia, poco dopo m’incuriosisce verificare se posso trarne qualcos’altro.  Lo riscrivo con il titolo “Il tuo nome è coraggio”. Aggiungo una sorellina al protagonista, approfondisco i caratteri e gli ambienti, do maggiore respiro alla vicenda. È la storia di un ragazzino ospite di un istituto del Nordafrica che ignora che fine abbiano fatto i genitori. Un emissario del padre lo porta via, in un viaggio avventuroso con i migranti. Grazie alla solidarietà di molta gente, arrivano a Roma. Lì s’imbatte nella sorellina e possono andare insieme a Milano, dove li aspetta il padre, un collaboratore di giustizia ricercato dai trafficanti di uomini.
Soddisfatto, spedisco. Raffaello m’informa che purtroppo ha già scelto un altro libro con un contenuto simile. Ma mi scrive la signora Orietta Fatucci: vuole pubblicarlo con Einaudi Ragazzi. Dopo due giorni arriva il contratto.
Avvio il terzo libro, una fantasia che difficilmente troverà spazio nell’editoria italiana. La prima è Raffaello a dirmi che “vogliono storie vere e realistiche”. S’intitola “Il lupo dietro l’angolo”. Riccardo è un ragazzino da incubo: piccoli atti di bullismo, dispetti, prese in giro… Un giorno sta per salire sullo scuolabus, si gira e la sua casa è cambiata. Ora ha una forma diversa e una porta rossa. Al ritorno da scuola, trova che nella sua cameretta tutto è cambiato. Addirittura, è invasa dai Quèquè, piccole creature dispettosissime. Che cosa sta succedendo? Nel pomeriggio, la realtà non cambia soltanto, scompare. Si ritrova in un mondo di foreste, lupi e mostri. Da oppressore diventerà vittima. Ma alla fine assumerà il ruolo dell’eroe.
Appena finito, senza sosta, voglio scrivere un romanzo su Mergozzo, una località che amo. Metto insieme un gruppetto di protagonisti bene assortiti: i due grandicelli che provano una simpatia reciproca, lo studioso appassionato di storia, lo scapestrato…  Si recano oltre Ornavasso per una ricerca storica sul sistema difensivo di Cadorna. Vedono uscire da una trincea un fante della Prima Guerra Mondiale che lancia loro un messaggio e scompare. Come se fosse una caccia al tesoro, ulteriori indizi li portano nel bosco del monumento megalitico, la Ca’ d’la Norma, dove s’imbattono in un primitivo Leponzio;  a Montorfano, dove scorgono un Burgundo di cinque secoli prima; nel centro del paese, dove vedono un picasass, uno scalpellino secentesco… Insomma, alla fine riusciranno a evitare un disastro ambientale. Il titolo è "I sentieri di Muregocio".
Mandato a Interlinea.

Arriva l’estate. Niente ferie. Niente week-end. Una scrittura incessante, quotidiana.
Scrivo una storia di buoni sentimenti, “Un capofamiglia di dieci anni”. Per la misteriosa assenza del padre, un ragazzino si occupa della gestione della casa e dei suoi occupanti: una madre depressa, una sorella svampita, un fratello maggiore che si mette volentieri nei guai. Aiutato da un avvocato e da un investigatore, risolverà tutti i problemi. E nel finale il padre farà ritorno con tutte le spiegazioni.
La chiudo consapevole che alcune cose andrebbero sistemate, ma per il momento…
Avvio poi un romanzo sul mondo attuale che erige muri e chiude le frontiere.
Si tratta di “Io sono una straniera”. Per ora, mandato solo a Salani. Un piccolo Stato europeo, chiamato Valle, sta per avviare misure drastiche per evitare le invasioni di stranieri. Il nonno, uno dei ministri del governo presieduto dai Tre Onori, informa la nipote Glena che per il mattino seguente è previsto il Cambiamento. La riguarderà direttamente. Al mattino, tuttavia, Glena è rimasta come prima, mentre gli altri sono cambiati: duri, determinati, coesi, uniti contro gli stranieri. Il potere assoluto è nelle mani del fratello Diman. Glena deve scappare. Supera le Alpi, giunge in Italia. Fa la conoscenza dei migranti. Quando tornerà nella Valle, sarà per sovvertire l’ordine vigente.
È un buon libro? Non lo so. I miei libri sono buoni per me. Per il resto, dipende dalla linea editoriale delle case editrici, che cambia nel tempo. Dipende dalle diverse sensibilità degli editor, spesso legati al mercato e agli umori degli insegnanti. Dipende dai gusti personali dei lettori… così strabilianti, a volte.
Lo scrittore scrive, spedisce, aspetta.

Per agosto ho anche riscritto tre vecchi libri.
“Incubo gorango”, seguendo alcune indicazioni di Vivarelli. “Racheles”, un romanzo per adulti pazzerello, che probabilmente non sarà accolto, soprattutto per questo bisogno tutto italiano di storie di vita vissuta (così noiose). Mi arrivano due proposte di pubblicazione, ma sono di editori che stampano il libro senza provvedere alla distribuzione. Le rifiuto.
“Eracle il figlio di dio”. Eh, sì, il mio amato Eracle spedito tra gli editori come fossero altri mostri da sconfiggere.

In piena estate avviene il cambio di registro.
Voglio mettere a frutto la cultura e la sensibilità acquisite in questi anni di studio e di allestimenti teatrali relativi al mondo greco: mitologia, micenei, tragedie…
Di getto scrivo “L’isola con la puzza del morto”. Ho ripreso la storia di Filottete abbandonato sull’isola di Lemno dai compagni achei diretti a Ilio, disgustati dal fetore della sua ferita. L’ho accostata a un’altra storia di fetore. Quella delle lemniadi punite da Afrodite con una puzza che ne allontana i mariti (e loro sterminano tutti i maschi dell’isola). Ho dato vita alla città di queste donne, ai loro riti. Ho contrapposto la purezza di un ragazzo siriano e di una ragazza lemniade al cinismo dei conquistatori greci. Un libro contro la guerra.
L’ho mandato solo alla signora Fatucci.
E poi “Medea ha gli occhi gialli”.
L’anno scorso ho messo in scena “La Medea” con i miei ragazzi del laboratorio. Mi è venuta l’idea: perché non mettere in prosa le tragedie in modo rispettoso del loro spirito, ma libero per quanto riguarda ambientazioni e personaggi?
Ecco quindi la vicenda di Medea vista attraverso gli occhi di un ragazzo, Menippo, divenuto compagno di giochi dei due figli della maga. Il punto di vista infantile rende la storia ancora più affascinante, coinvolgente e terrificante.
Ci conto molto.
So che il testo dovrà affrontare molte difficoltà. La letteratura per ragazzi italiana è, a volte, eccessivamente protetta. Ma protetta da che cosa? Si preferiscono scritture banali pur che siano tanto innocue da risultare annacquate.
Sulla scia della Medea mi metto a scrivere “Le Baccanti hanno le zanne”. Anche in questo caso ho messo in scena le Baccanti con i ragazzi.
Accuso la stanchezza, e il testo presenta maggiori difficoltà.
Colgo un’idea in itinere e scrivo, in tre giorni, “Amara”, un testo breve, intenso. Ecco la presentazione:
“La madre è depressa, il padre violento. Amara non va a scuola, non ha amici, non è felice. Di notte evade dalla cameretta-cella e si reca nel cimitero. Ne ama la pace e il silenzio. Una notte, da una tomba emerge Ariberto, il bambino che aveva conosciuto in una casa famiglia. Giocano. Fanno un giro sulla barca di Caronte. Ariberto le regala due biglietti per la crociera dei bambini annegati, ma lui non può parteciparvi. Le regala anche un cellulare. Amara s’imbarca. A bordo conosce Achille, un ragazzo affascinante. Sarà lui a scatenarle contro i bambini annegati trasformati in mostri aggressivi. Per allontanarla dalla morte. In una chat, Amara ha conosciuto Zaia. La chiama e lei accorre con il padre per salvarla. Amara, dopo la notte e la morte, conosce il giorno e la vita. Su invito del padre, torna a casa. Ma non è più l’Amara di prima. Ora è l’Amara della trasformazione, con la quale i genitori dovranno fare i conti. E vissero tutti meno infelici.”

Ecco, ora è il 26 settembre e riprendo a scrivere le Baccanti.
Cliccando sulla posta e rispondendo al telefono con l’ansia di vedere pubblicati altri libri. Destino dello scrittore. Scrivo per me, ma poi vorrei donare a tutti le mie fantasie. Non nascondo che una delle motivazioni per questa stagione felice di scrittura è di tipo economico. Di colpo, mi è venuto il timore che la pensione non possa più bastare. Non ho altri introiti. Il teatro lo faccio gratis. Lo dico senza vergogna: è uno stimolo forte, primordiale, legato all’istinto di sopravvivenza. Esso riguarda anche mio figlio. Lasciargli alcuni libri che diventino dei classici e continuino per anni e anni a produrre un piccolo reddito.
Mi lascio quindi impregnare da questa febbre assoluta di andare a dormire sognando storie, di accogliere il dormiveglia mattutino con le storie, di pedalare e camminare dentro le storie, di sollevarmi da terra e volare tra le storie, di veleggiare fra storie che mi portano su isole sempre nuove.

È una febbre, è una malattia. La più sana. Non m’importa più di nient’altro. Tutto il resto è qualcosa che passa e non lascia segno. Le storie sono la realtà unica e intramontabile.
Molti ritengono che lo scrittore lavori quando è seduto alla scrivania. Non è vero. Lavora in ogni momento del giorno e della notte. Mentre fa cose, mentre parla con la gente… c’è sempre una porta aperta verso la storia che sta elaborando. La storia nasce e cresce così, nella dedizione totale. Per me, almeno, è così. Come fanno gli altri non m’interessa. Quando mi metto alla tastiera, la storia (non tutta di colpo, per scene) è già scritta dentro di me, devo solo scrivere sotto dettatura. Alla fine, è sufficiente una revisione leggera. Il libro nasce completo, equilibrato, soddisfacente. Non è stata una conquista facile. Se ripenso alle difficoltà di struttura, lingua, potenza espressiva di una decina di anni fa… Mi ha aiutato moltissimo dedicarmi al teatro: sintesi, efficacia, misura ed equilibrio.
Da liceale, il rettore del collegio mi aveva detto: sta’ attento, la vita non è un film, riporta i piedi a terra, fa i conti con la realtà.
Ma era un prete, non l’ho mai ascoltato.
A tenere i piedi per terra ci si infanga. Le storie sono di nuvole e cristallo.
E adesso, lasciatemi scrivere.

I libri delle due stagioni:
Il mio amico Donchisciotte (Coccole Books), Il tuo nome è coraggio (Einaudi Ragazzi), Il lupo dietro l’angolo, I sentieri di Muregocio, Un capofamiglia di dieci anni, Io sono una straniera, L’isola con la puzza del morto, Medea ha gli occhi gialli, Amara, Le Baccanti hanno le zanne.

Libri riscritti:
Incubo gorango, Racheles, Eracle il figlio di dio.







lunedì 3 luglio 2017

LE DONNE DI ILIO

Aquilino
Come nasce e prende corpo “Le donne di Ilio”




Dopo le Baccanti e la Medea mi domando: che cosa fare l’anno prossimo? Parto da Euripide, e mi fermo ancora a Euripide senza bisogno di ricorrere a Eschilo o a Sofocle. Le Troiane, o Troadi. Avevo già pensato, tempo fa, a quest’opera. Avevo già letto le versioni di Seneca e di Sartre. Rileggo tutto, annoto. Leggo qualche saggio critico. Mi metto a scrivere. Voglio un’opera breve. Rimescolo i personaggi delle varie versioni ed ecco il mio cast. Cinque uomini: Agamennone, Menelao, Odisseo, Pirro, Taltibio (quattro eroi e un messaggero). Cinque donne: Andromaca, Cassandra, Ecuba, Elena, Polissena. In un secondo momento aggiungo Priamo, già morto.
Rimango fedele a grandi linee alla vicenda classica: dopo la caduta di Ilio, le prigioniere attendono di sapere a chi saranno assegnate come schiave. Prima dell’imbarco, Polissena viene sacrificata sulla tomba di Achille, apparso al figlio Pirro per esigere il proprio bottino. Poi è la volta di Astianatte, l’ultimo maschio della dinastia. Gli eroi greci vogliono che muoia per timore che da adulto faccia risorgere Ilio. Tutti meno Agamennone, che già aveva tentato di salvare Polissena. Non per pietà, ma per timore di offendere gli dei e di dovere affrontare un difficile ritorno. È sempre Pirro, l’uccisore di anziani e di bambini, a buttarlo giù dalla torre. Le donne possono essere imbarcate.

Lo schema è questo:
-          Priamo ha la battuta di introduzione
-          gli eroi chiudono le prigioniere nelle tende-celle
-          Taltibio li presenta uno dopo l’altro, ma viene più volte interrotto dalle donne
-          coro delle donne contro la guerra
-          dialogo tra Ecuba e lo spirito di Priamo
-          coro delle donne per esprimere l’ansia della destinazione
-          Taltibio annuncia chi sarà il padrone di ciascuna
-          coro delle donne contro la schiavitù
-          danza di Cassandra
-          dialogo tra Cassandra e Agamennone
-          dialogo tra Pirro e Agamennone circa il destino di Polissena
-          Andromaca racconta come è morta Polissena
-          dialogo tra Andromaca e Odisseo che è in cerca di Astianatte
-          coro delle donne a commento della morte di Astianatte
-          dialogo tra Elena e Menelao, con interventi di Ecuba, Polissena e Priamo
-          Elena descrive la morte di Astianatte
-          Cassandra chiama a raccolta le donne: vengono imbarcate
-           Cassandra e coro: “Venite a piangere, donne del mondo.”

L’opera affronta, amplia e approfondisce il ruolo di prevaricazione dell’uomo sulla donna. È un ruolo di consolidamento delle proprie virtù di forza e di dominio. La debolezza della donna, la sua inconsistenza sociale, la sua diversa visione dei valori riaffermano lo status dell’uomo che si è autoproclamato essere superiore. L’uomo è la guida della famiglia e della società, la donna è al loro servizio.
Le donne imprigionate sono spogliate di ogni bene, ma soprattutto di ogni diritto e di ogni dignità. Vengono portate in Grecia come prove viventi della vittoria, ridotte in schiavitù affinché sia lampante il rapporto di forza tra i greci e i nemici. Nemici che non esistono più: tutti i maschi, di ogni età, sono stati trucidati.

Quelle che sono le qualità intrinseche di ogni donna vengono del tutto ignorate. Andromaca non è più una madre. Ecuba non è più una regina. Cassandra non è più una profetessa. Polissena non è più una bambina. Elena non è più una greca.
Ma l’uomo può disporre a proprio piacimento di ogni categoria senza che questo lo indebolisca. Menelao può confessare che non ha ancora deciso se accordare a Elena lo status di greca, e di conseguenza accettarne il pentimento e riprenderla come moglie; o se condannarla a morte come barbara, con una pubblica esecuzione a Sparta, lapidata dalle donne oneste: per volere dell’uomo, le donne uccidono le donne.

Le prigioniere di guerra vengono sorteggiate, caricate sulle navi come bestiame e portate nelle dimore dei vincitori. Le poche fortunate diverranno concubine, eviteranno i lavori più faticosi e abiteranno in ricche dimore. Le altre saranno prostitute e serve.
Non c’è supplica, non c’è pianto disperato che possa impietosire i guerrieri. Nemmeno le maledizioni di Ecuba provocano reazioni. “Dobbiamo gioire, quando il nemico piange” dice Menelao.

Le considerazioni di Agamennone sulla tenera età di Polissena non hanno alcun effetto su Pirro. Una bambina viene uccisa sulla tomba di Achille per diventarne la sposa nell’aldilà. Un’aberrazione che viene accettata perché i diritti degli eroi travalicano la vita e si estendono anche nel regno dei morti. Pirro prende decisioni come una macchina programmata, mostruosa marionetta i cui fili sono mossi da valori oscuri e confusi, sui quali si regge una società di ingiustizie.

Astianatte non è più solo un bambino, ma una minaccia oscura. Gli eroi paranoici temono che da adulto possa regnare. Invano Andromaca tenta di farli ragionare: “Regnare su che cosa? Non lo vedi? Siamo al centro del nulla.”
La sua morte è il simbolo più straziante di Ilio.
La città è diventata la più grande, la più forte, la più opulenta, e anche la più invidiata. Ma ora è crollata. Non rimangono che macerie.
Come in un rituale, il bambino viene condotto sulla torre da dove Priamo controllava il campo di battaglia. I soldati non capiscono. Già si sono commossi per Polissena. Non capiscono perché in guerra si debbano uccidere anche i bambini. Ma il loro canto funebre, gli sguardi desolati fissi sulla torre non fermano Pirro.
Spinge Astianatte nel vuoto, a fracassarsi sulle rovine della città conquistata.

Ecco, non solo il presente, ma anche il futuro di Ilio scompare nel ventre della bestia che fa la guerra per avidità e per soddisfare le proprie voglie di piacere e di violenza.
Non c’è consolazione, come dice Priamo: “La guerra non uccide i guerrieri, ma le donne, gli anziani, e i bambini. Tutti i nostri bambini sono morti! Ci avvelenano il presente e ci rubano il futuro. Questo fanno quelli che comandano. Non c’è consolazione, non c’è nessuna consolazione.”


Breve presentazione dei personaggi.

AGAMENNONE. È il capo supremo, si sente quindi investito di un potere superiore, come se facesse da tramite fra le divinità e i sudditi. La compassione che mostra per Astianatte e Polissena è solo ipocrisia. Da politico accorto, vuole dare un’immagine di uomo pietoso e comprensivo. L’alta opinione che ha di sé lo rende cieco. Non dà quindi peso alle parole di Cassandra che predicono la loro morte per mano di Clitennestra.

MENELAO. È un debole. Cerca quindi un esempio da seguire. Lo trova in Pirro. Vuole dimostrare al fratello Agamennone, al quale si è sempre sentito inferiore, di essere virile. Si mostra quindi insensibile e spietato. Ma si fa dominare perfino da Elena. Le minacce nei suoi confronti sono fasulle. Elena è la sua moglie-madre, in grado di guidarlo nelle decisioni. Rappresenta anche il suo status: nessun altro ha una donna così bella e famosa.

ODISSEO. Pragmatico, sa valutare con oggettività ogni situazione, soppesando rischi e vantaggi, senza farsi influenzare dai sentimenti. Non si oppone alle uccisioni di Polissena e di Astianatte, utili alla causa (la prima in difesa del passato, la gloria di Achille; la seconda del futuro, la sicurezza di una impossibile rinascita di Ilio). Dà l’impressione di non avere cuore. La vita è solo un gioco di inganni e il più furbo vince.

PIRRO. Rozzo, fanatico, fedele al pensiero unico, spietato. Ha ucciso il vecchio Priamo, ora uccide due bambini senza alcun ripensamento. Ciò che ritiene necessario va fatto. Non ha la complessità conflittuale e infantile di Achille. È solo una macchina di conquista. Il migliore frutto dell’addestramento militare.

TALTIBIO. A differenza degli eroi, non reprime le emozioni. Prova sentimenti contrastanti, ma alla fine a prevalere è comunque la fedeltà alla madrepatria. “Tu sei buono, Taltibio. Ma servi uomini malvagi” gli dice Cassandra. Impersona l’uomo comune che potrebbe fare la differenza, se si ribellasse al sistema. Ma non ce la fa a superare i limiti imposti da religione e politica. L’obbedienza è la sua virtù e allo stesso tempo la sua dannazione.

ECUBA. Se ne sta appartata, non perché voglia tenere le distanze, ma per una sorta di vergogna e disperazione. Lei che era tutto, non è più niente. Si pone al confine tra la vita e la morte, poiché le hanno ucciso i figli e la morte è quello che anche lei desidera. Ma rimane combattiva e le maledizioni contro i greci e contro Elena in particolare ne denunciano la vitalità.

ANDROMACA. Donna senza qualità particolari, se non quelle del focolare, onora la memoria di Ettore coltivando una fantasia impossibile: che il figlio Astianatte faccia risorgere Ilio. Rappresenta la donna annientata: le uccidono il marito, poi il figlio, e deve diventare schiava del suo assassino, Pirro.

CASSANDRA. Canta la morte propria, di Ecuba e di Agamennone, oltre a quella di molti eroi greci, destinati a scomparire durante il ritorno in patria. Si illude che la lunga serie di lutti le dia gioia, ma la sua somiglia più a una forma di disperazione isterica.

POLISSENA. La sua tristezza deriva non solo dalla necessità di morire, ma dalla consapevolezza di essere desiderata come sposa da Achille, colui che le ha ucciso i fratelli. Sposata a un cadavere, sposa cadavere lei stessa. È uno spirito rassegnato, svuotato. “I morti sanno più dei vivi” dice.

ELENA. La più irriducibile. Dopo la morte di Paride, sposa un altro principe troiano, Deifobo, ma poi lo consegna ai greci che lo uccidono. Ora intende tornare con Menelao. Bugiarda e infedele, tiene testa a tutti. “La regina dei due mondi non perde la corona” declama il coro.

PRIAMO. È morto, ma il suo spirito aleggia su Ilio. Abbigliato come un idolo. Solo ora ha capito che cosa sia veramente la guerra. Si sente corresponsabile, ma è troppo tardi per riparare i danni compiuti. Ha perso tutto e tutti.   

Come gli anni scorsi (ma allora erano quattro), un interprete stabilisce un rapporto diretto con il pubblico, facendo da “mediatore”. Costui è Taltibio. A lui il compito di commentare, presentare, spiegare, esprimere dubbi. Il popolo vive di persona gli avvenimenti, ma non è in grado dei cambiarli.

Tutto questo in undici pagine.
Un testo denso che gli interpreti (dai dieci ai dodici anni) devono memorizzare durante l’estate. A settembre si parte per mettere in scena l’opera ai primi di marzo, in occasione della Festa della Donna.

Ho cercato di ridurre all’osso la scrittura.
Monologhi brevi, dialoghi serrati. Cori semplici e ridotti. La struttura della tragedia classica (prologo, parodo, episodi e stasimi, esodo) è ancora presente, ma rimodellata in modo tale da renderla quasi irriconoscibile.

Colonna sonora.
In un primo momento ho pensato di utilizzare rifacimenti moderni di musica greca antica, che ho scaricato da internet. Poi ho immaginato, data anche la brevità della prosa, di accoppiare l’opera a musiche dal vivo. Ho cercato alcune collaborazioni. Il professor Suppa dell’I.C. Verjus di Oleggio, sezione musicale, con due allievi per le percussioni. La scuola di musica Dedalo di Novara per il violino, uno o due strumenti a fiato. Ma come e dove sistemare i musicisti?
Sul palco non ci può stare nessun altro oltre agli interpreti. Le percussioni prevedo di piazzarle sotto il palcoscenico, a livello del pubblico. Gli altri musicisti in sala, seduti a guardare lo spettacolo: si alzano poco prima dell’esecuzione.
Vado a parlare con Elena Sant’Andrea di Dedalo. Mi suggerisce di utilizzare non i solisti, ma un gruppo concertistico. Ribatto che accetterei volentieri le due soluzioni: un gruppo in un palco e due solisti in sala.
Quest’estate esamina il testo con i colleghi e propone la collaborazione ad alcuni allievi. A settembre avrò la risposta.

Che cosa succede durante le esecuzioni musicali? Drammaturgia e concerto viaggiano su binari paralleli, ma non mi va certo di fermare l’azione scenica per consentire l’ascolto unilaterale. La scena, per tutta la durata di un’opera, rimane viva.
Prevedo una coreografia non invasiva, a luci abbassate, con movimenti lenti, coerente con la situazione emozionale.
Mi metto in contatto con Elisabetta Pistochini, insegnante di yoga e di danza moderna, con la quale ho già collaborato (per “Auge del sangue”). È contenta di collaborare. E anche questa è fatta.

La scenografia è piuttosto semplice. Guardando il palco, a sinistra la sagoma di una nave (ne ho in solaio una, da restaurare, utilizzata per una recita sull’Odissea), con tanto di vela e sartiame, intorno alla quale si danno da fare gli eroi.
Al centro e a destra, arretrati, tre pallet in piedi con due aste alla base per la stabilità e due verticali che sostengono un telo, ora tenda e poi vela: sono le celle di tre delle donne. Sul pavimento (l’anno scorso, per Medea, un ampio telo bianco, bianco come l’abito di Medea e delle sue figlie) un “tappeto” lucido nero (o sacchi della spazzatura o plastica da pacciamatura) davanti al quale, sul proscenio, si allunga un lunghissimo telo azzurro che una volta sollevato formerà il mare.
Sulla destra sta accasciata Ecuba. Qua e là si sposta Polissena. Priamo è un’anima irrequieta, vaga in continuazione dalla platea (dove sosta per fissare gli spettatori in modo triste e inquietante) al palco, dove fissa i vivi come se non li riconoscesse più.

Costumi.
Le donne sono del tutto rivestite di stoffa nera, libere solo le mani e il viso (che per Polissena sono imbiancate). Gli eroi indossano calzoni pakistani simili a quelli di foggia turca su tonalità spente (trovati in un banco del Centro commerciale di Gravellona); sul torso nudo una sorta di gilet diverso per ognuno; in testa una fascia che nasconde i capelli.
I ragazzi stanno costruendo due spade micenee.

Ecco, questa è la partenza. L’arrivo… quante cose cambieranno prima di marzo!



Personaggi e interpreti.
Andromaca, Lucia Cavazza – Cassandra, Angelica Roman – Ecuba, Giorgia Picaro – Elena, Viola Beghelli, Polissena, Lucrezia Balbo.
Agamennone, Francesco Schirò – Menelao, Giulio Gallarate – Odisseo, Raffaele Giannantonio – Pirro, Luca Andrico – Taltibio, Francesco Divisoli.