giovedì 26 aprile 2018

IL TUO NOME È CORAGGIO


PINO BOERO
Diverso è il caso di  Il tuo nome è coraggio di Aquilino (Einaudi ragazzi, € 12,00, da 11 anni) in cui lo scrittore di cui apprezzo anche la coerenza stilistica (è “rapido” nella scrittura senza cedere alle mode dell’impoverimento linguistico, è capace di cogliere un sentimento in poche battute) racconta di due fratelli migranti figli, però, di un padre coraggioso, capace di opporsi ai trafficanti di uomini… Separazioni, dolorose esperienze, piacere del ritrovarsi: Il tuo nome è coraggio non è saga di buoni sentimenti, ma invito a una pacata riflessione lontana dai roboanti proclami di chi amplifica le paure del “diverso” e dimentica i colpevoli opportunismi della nostra “civiltà”.





LA FURIA DI RACHELES, Eretica Edizioni


Non manca molto al futuro raccontato nel romanzo. Un futuro di degrado sociale assoluto. Lo strapotere di una dittatura nemmeno nascosta dietro ipocrisie di rito ha consegnato il mondo a un’elite. Niente di nuovo, viene da dire. La novità è rappresentata dalla comparsa, nel deposito di auto rottamate custodito dall’anziano Duilio, di una novantenne che di sé conosce solo il nome: Racheles. Vecchia, ma forte. Tanto da smontare veicoli e uccidere mostri a mani nude. Insomma, un Eracle al femminile mandato a purificare di nuovo la terra. Non Euristeo ne determina il destino, ma la governatrice Minerva. Alle sue dipendenze, subendone i ricatti, Racheles sviluppa una coscienza sociale che la conduce addirittura ad abbandonare l’idea di uccidere, per abbracciare quella di una rivoluzione da fare insieme ai reietti.
Sinossi
Periferia di Milano, anno 2030. Duilio, il custode del deposito di auto rottamate, trova una novantenne discinta dal brutto carattere. Pensa che sia una senzatetto e le offre ospitalità. Scopre poi che la sconosciuta possiede una forza spaventosa e, cosa che lo inquieta ancora di più, che ringiovanisce dopo ogni “impresa”. Si chiama Racheles e dopo che ha ucciso un mostruoso cane-leone viene ingaggiata dalla potente Minerva, la governatrice della Regione Settentrionale. Per lei uccide l’Idra, un mostro delle fogne. Cattura la cerva d’oro. Risolve il problema dell’invasione dei cinghiali. Minerva medita di demolire il deposito e l’agglomerato urbano che costituisce il mondo di Duilio, e ora anche di Racheles. I due le dichiarano guerra, affiancati da Fosco, un investigatore, e da Glider, un giovane hacker. Traslocano la comunità a Muregocio (Mergozzo), zona dichiarata off-limits da Minerva, che l’ha cancellata perfino dalla memoria collettiva. Faceva parte della Repubblica dell’Ossola e di nuovo, dai monti, scendono disobbedienti pronti a opporsi alla dittatura. Racheles ha sempre avuto la consapevolezza di essere tornata in vita per uccidere qualcuno. Pensava che il suo obiettivo fosse lo scienziato Nefesto. Scopre che si tratta invece di Minerva, sua madre. Ma non la ucciderà. La combatterà.
Incipit
Una settimana prima, fine maggio 2030
Duilio Magistris, l’unico custode del deposito metropolitano di veicoli rottamati, se ne sta a naso in su a fissare la carcassa cinque metri sopra di sé. Ne è quasi sicuro (ha superato i settanta, qualche deficit intellettivo comincia a farsi sentire): il giorno prima non c’era. Chi ce l’ha messa? I ladri di autoricambi, di questo è certo. Ma quale delle cinque bande che visitano con regolarità il deposito? Non può saperlo. Ha tanto raccomandato a tutti quanti, dai sudamericani ai romeni, dai nigeriani agli scandinavi: prendete quello che volete ma lontano dalla mia casa, perché occhio non vede cuore non duole. E le telecamere sono state tutte fracassate a sassate o pistolettate. Perlomeno quelle visibili.
Imbecilli!
Lo sanno che rischia il posto!
“L’hanno fatto stanotte” pensa a voce alta. “Credevo che erano i gatti in amore e invece erano quei deficienti.”
Dopo un’ultima occhiata, se ne torna a casa scuotendo il capo deluso.
“E questo è il ringraziamento?” grida alla desolazione.
Ma perché faticare a poggiarla là in alto, sopra due piani di rottami?
“Stranieri. Ognuno la pensa a modo suo.”
Sì, va bene, ma non se lo toglie dalla testa: perché fare la fatica di depositare un’auto là sopra le altre? Proprio non lo capisce. E le cose che non si capiscono meglio non pensarci più, che tanto il mondo fa schifo lo stesso.
Gli ci vuole un grappino per tirarsi su.

Un incipit ossuto e strabiliante

Ho gli occhi chiusi, mi vedo dentro. Sento il respiro, so di essere qui. Viva. Ogni respiro un grido: io! io! io!... ma io chi?
Odori dai meno gradevoli ai più smaniosi, tra i quali uno di aglio mi tormenta: va dritto allo stomaco e me lo strizza. Voci lontane, cinguettii rallentati di uno stormo di migratori. Straccetti di sole sulla pelle, e a tratti un tocco di brezza modesta. Che altro? La scomodità della posizione, un fastidio doloroso alle natiche: devo spostarmi. Con cautela, però. Mi sento instabile.
Ma dove sono?
Non mi resta che aprire gli occhi (il respiro ora è più calmo, passata è la tempesta).
Dritto davanti a me un vetro sozzo, curvo e incrinato, mentre a destra e a sinistra niente. I finestrini laterali rotti, ne scorgo i frammenti sul pavimento dell’utilitaria nella quale sono seduta. Lercio anche il pavimento, strie di fanghiglia. Puzza di acqua marcia, infatti. Divelto il volante, scomparso il secondo sedile, uno squarcio nel tettuccio: ah, ecco da dove entra il sole.
Sospiro lungo, profondo, un mea culpa. Ma non è colpa mia. Io non ho fatto niente. Non ricordo e quindi non ammetto colpe. Perché ho così paura di essere accusata di qualcosa? Non guidavo io, ne sono certa. Oh, sull’aletta parasole c’è ancora lo specchietto. Merda. Non è la faccia di un pirata della strada, quella che vedo. Ma di una donna anziana. Faccia rugosa e livida, capelli bianchi radi, occhiaie da… da che cosa? Insonnia, droga, sbronza, depressione, malattia, premorte? Brutta faccia. Ne avrei preferita un’altra. Giovane, soprattutto. Ho paura di essere quella che sono. Un rottame anch’io. Mi spaventa, la mia faccia. Muso da bestia vecchia, da abbattere. Più che ansia, è angoscia. Profonda, emerge con la potenza di uno squalo. Mi morde a sangue. La faccia di una zombi. Gli occhi umidi e rossi… Miei e dello squalo. La stessa creatura, io e lui.
Oh, povera vecchia, che cosa ci fai qui? Che cosa ti è successo?

sabato 14 aprile 2018

LE DONNE DI ILIO





Due video relativi alle prove di "Le donne di Ilio". Laboratorio di teatro con allievi dai 10 ai 13 anni. La sede è in un'aula dell'I.C. "Verjus" di Oleggio. 





mercoledì 7 febbraio 2018

UNA LEZIONE DI TEATRO




Gli allievi del laboratorio "Le donne di Ilio" sono undici, dalla quinta elementare alla terza media. Non si fa solo teatro, si acquisisce consapevolezza e conoscenza. Ecco quindi una lezione per spiegare loro le motivazioni di alcune delle nostre scelte. Voglio che abbiano chiaro in mente che cosa intendiamo con "teatro" e che cosa con "spettacolo".
Due parole di introduzione di come il teatro nasce in Grecia sulle orme di Dioniso. E di come sia stato subito osteggiato. Cito Platone (il teatro come copia di una copia) e Solone (il teatro come menzogna). Aggiungo il famoso aforisma di Gorgia: il teatro come arte lecita dell'inganno e sapienza del sapersi ingannato. 

Parliamo del rapporto con il pubblico. Di come pubblico e attore si influenzino a vicenda. Di come noi tendiamo ad annullare il pubblico in sala per rapportarci a un pubblico ideale. I ragazzi riferiscono l'esperienza dell'anno scorso con "La Medea". Le loro osservazioni mi guidano nella spiegazione del "luogo chiuso", delle sfere entro le quali poniamo ambienti e interpreti.
Il nostro attore recita per sé stesso, non solo per il piacere del pubblico. Il teatro per lui è una forma di conoscenza della realtà e della propria interiorità. Il teatro è etico. E i ragazzi lo capiscono.

Analizziamo la nostra scena metaforica, contrapposta a quella realistica. Il rapporto conflittuale attore-personaggio: più c'è uno meno c'è l'altro. Inquadro in poche parole il lavoro di Stanislavskij e Brecht e spiego come anche noi abbiamo fatto esperienza di identificazione, reviviscenza e straniamento. 
Esaminiamo le interazioni che coinvolgono l'interprete. Spiego come il nostro interprete sia un trasformista: lascia il personaggio per entrare in un coro o per assumere il ruolo di mediatore. Parlo dell'importanza degli oggetti. Sulla scena, tutto è oggetto: l'attore, la scenografia, l'arredo, la musica. E tutto è interattivo.

La lezione è un'introduzione ai prossimi approfondimenti. Osservazioni ed esercizi sono tratti dal mio libro "Il mio teatro bambino" di cui sto facendo la revisione. Cerco un editore, spero di trovarlo.

Passiamo a un esercizio. Molto banale, ma dà buoni risultati. Un modo per introdurre i ragazzi nella complessità è la gradualità. A chi non ha mai praticato il teatro sembra facile mettersi in scena, gestire lo spazio e il corpo, rapportarsi con il pubblico. Quando ci prova, risulta imbarazzato e impacciato.
Faccio scegliere una battuta, da recitare in quattro modalità graduate.
1) con il corpo irrigidito, concentrati sulle parole e sulle tensioni muscolari che si generano (di solito riferite alle mani)
2) liberando la gestualità della parte superiore del corpo
3) liberando anche le gambe
4) riflettendo sulle pause e su un utilizzo più completo dello spazio a disposizione

Ecco un breve video di dimostrazione.


martedì 16 gennaio 2018

IL MANGIALIBRI: IL PRIMO LABORATORO ALLA PALESTRINI



Ritorna Il Mangialibri. Si tratta di un concorso, ecco il bando parziale.

BANDO
CONCORSO DI SCRITTURA “IL MANGIALIBRI 2017/18”
                                                                
§  Premessa:
La Biblioteca “Enzio Julitta” di Oleggio, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura, l’Assessorato all’Istruzione, la D.D. Oleggio, l’I.C.S. “Verjus”, il Comitato genitori dell’Istituto “Verjus” e la Libreria “La Talpa dei Bambini” di Novara , propone e organizza un concorso di scrittura per gli alunni delle classi Quarte e Quinte delle Scuole Primarie e delle Prime della Scuola Secondaria di Primo grado di Oleggio relative all’Anno Scolastico 2017/18.
§  Modalità di partecipazione:
In una settimana dedicata al concorso, che si svolgerà nel mese di marzo, a scuola, individualmente, tutti gli alunni delle classi coinvolte dovranno produrre uno scritto originale (prosa o poesia) ispirato a un libro proprio o preso in prestito in Biblioteca, che avranno letto in precedenza su richiesta degli insegnanti.
Gli elaborati equivarranno a prova scritta con valutazione scolastica. Gli insegnanti sceglieranno n. 3 elaborati per ogni classe con intestazione completa (nome, cognome, plesso scolastico e classe, titolo del libro e traccia scelta).
La Biblioteca, una volta ricevute le prove da parte delle Referenti scolastiche incaricate, assicurerà l’anonimato delle prove per la giuria.
§  Traccia dello scritto:
Ho letto il libro: Titolo:…………………………………………………………………..................
Con particolare riferimento alle emozioni e ai sentimenti dei personaggi, a episodi di disagio o al contrario di benessere, elaboro la storia secondo una delle seguenti tracce:
□ aggiungo episodi o personaggi
□ cambio un episodio o il finale
□ esprimo in forma poetica le mie riflessioni o altro purché siano inerenti al libro.
L’elaborato potrà essere accompagnato da una illustrazione o fumetto.



§  Valutazione:
La Giuria sarà composta da: Aquilino, scrittore; Presidente della Biblioteca; insegnante per D.D. Oleggio e insegnante per l’I.C.S. “Verjus”, indicati dalla Referente del progetto i cui alunni non siano coinvolti nel concorso; Rappresentante dei volontari della Biblioteca.
Il Comitato genitori dell’Istituto “Verjus” svolgerà un supporto organizzativo nel reperimento dei premi e durante la serata di premiazione.
I partecipanti le cui prove saranno selezionate riceveranno un premio e un attestato di partecipazione, mentre gli elaborati vincitori saranno premiati e letti in Teatro.
La Libreria “La Talpa dei Bambini” di Novara consegnerà durante la premiazione un riconoscimento speciale "La talpa dei bambini" a discrezione delle referenti della Libreria stessa.
Per informazioni: Biblioteca Civica “Enzio Julitta”, Vicolo Chiesa 3, Oleggio tel/fax 0321 91343 e-mail: biblioteca.julitta@comune.oleggio.no.it
Orari di apertura: lunedì 9-13, martedì 15-19, mercoledì 15-18, giovedì 15-18, venerdì 15-19, sabato 8.30-12.30.




Vengono proposti agli insegnanti laboratori di scrittura condotti da me. Il primo di quest'anno si è svolto nella Quinta Palestrini, con la maestra Lucia Tognacca. Una classe meravigliosa. Due ore di lavoro intenso, coinvolgente, divertente. 
Amo lavorare sulla poesia. C'è il tempo per affrontare tecniche diverse e per dare stimoli intensi. Gli alunni, di solito, percepiscono l'esperienza scolastica come un adeguamento a regole di vario tipo: disciplinari, comportamentali, formali, linguistiche, mentali... Impara a fare affidamento sulla logica più che sulla casualità e sulle risorse irrazionali. Nessuna maestra dice mai: "Non pensare, sogna."
Il mio piccolo intervento tende a infrangere e superare questi schemi, portando alla scoperta di piccole magie accessibili.
Due ore sono poche per un obiettivo tanto grande, ma il lavoro svolto è un seme, si spera sempre che in qualcuno germogli.

PRIMO ESERCIZIO.
Il primo esercizio consiste nell'estrarre da una parola altre parole con anagrammi parziali. Scrivo BICICLETTA sulla lavagna. Componendo alcune delle parole ottenute gli alunni compongono brevi poesie. Ne approfitto per insegnare loro come si fanno i conteggi delle sillabe per la metrica. E anche per fare esercizio sulle rime. A un certo punto, però, qualcuno legge un verso con un particolare fonema, quindi sviluppiamo la sua idea. La composizione ci porta... in un circo. Riprendiamo poi la composizione inerente alla "bicicletta". Eccoli al lavoro. Efficienti e ordinatissimi.






Un tale in bicicletta
beve il latte di fretta
ascolta le cicale
sul bordo del canale

SECONDO ESERCIZIO: ognuno scrive sul quaderno una parola che inizia per G .Interpello a caso gli alunni chiamando i relativi numeri sul registro. Un piccolo segretario scrive le parole sulla lavagna: ghiro, giacca, ginnastica, groenlandia, gomitolo, gatto, girandola, gesto, ghirlanda.

Un ghiro in Groenlandia
trova un gatto con la giacca
gli regala la ghirlanda.

Il gatto gioca col gomitolo
mentre io provo la giacca nuova
e mio fratello dorme come un ghiro.

Il gatto giocando col gomitolo
gira intorno alla girandola
con un gesto la fa girare.

Facendo ginnastica in Groenlandia
un gatto insegna un gesto
a un ghiro con la giacca.

La più votata:

Il vento a suon di musica
con un gesto muove la girandola
mentre il gatto rompe la ghirlanda.

Ne facciamo una breve analisi, rilevando i valori dinamici e musicali.

TERZO ESERCIZIO. Scrivo alla lavagna la poesia di Ungaretti, invitando a coglierne il significato. Spiego la situazione del poeta al momento della composizione, in una trincea della Prima Guerra Mondiale. Si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie. Devono mantenere il primo verso e modificare il resto rispettando le regole dell'Ermetismo. Sottolineo soprattutto la tecnica di togliere tutto quanto è superfluo. La poesia come sintesi. 

Si sta come 
d'inverno
mentre la fiamma
si spegne.

Si sta come
di notte
sotto il cielo
stellato.

Si sta come
in moto
l'aria fresca
finisce il carburante.

Si sta come
quando ridi
felice
con i tuoi amici.

QUARTO ESERCIZIO. Haiku. Poesie giapponese del VX secolo nello schema metrico: 5 - 7 -5. Spiego di che cosa si tratta. Leggo alcuni esempi. Ecco le loro interpretazioni. 

Vedo un uccello
che crea una canzone
sopra un albero.

Gli alberi sono
alti come giraffe
col collo steso.

Il tulipano
brilla come le stelle
nel cielo scuro.

Vedo dei cani
e passeri impietriti
mi volto triste.

Vedo una quercia
brillare alla luna
le foglie stelle.

Ahi ahi, il tempo è finito. Ragazzi, meritate un applauso.

giovedì 21 dicembre 2017

venerdì 10 novembre 2017

LA MEDEA, immagini

Teatro Civico di Oleggio, giovedì 4 maggio 2017. LA MEDEA, testo e regia di Aquilino. Con Luca Andrico, Ariel Apollo, Lucrezia Balbo, Viola Beghelli, Lucia Cavazza, Valentin Ciocoi, Francesco Divisoli, Matteo Fanchini, Giulio Gallarate, Raffaele Giannantonio, Alice Iorio, Giorgia Picaro, Angelica Roman, Francesco Schirò. Foto di Laura De Paoli.























mercoledì 8 novembre 2017

IL VALORE EDUCATIVO DEL TEATRO

Sono ormai parecchi anni che l’I.C. Verjus di Oleggio mi ha messo a disposizione un’aula per proporre un laboratorio di teatro agli alunni dalla classe Quarta Elementare alla Terza Media. Mi propongo di fare un consuntivo.

Durante i primi anni ci siamo dedicati alla Commedia dell’Arte. Abbiamo messo in scena “L’Arlechin fantasimo”, “L’Arlechin ladro e ladron”,  “L’Arlechin che copa i gati”. La formula ha avuto successo, ma la carica espressiva si è esaurita per diversi motivi: l’impegno eccessivo per le scenografie e i costumi; l’impossibilità (per la mancanza di specialisti, per la durata del laboratorio e per lo spazio ridotto) di fornire ai ragazzi una preparazione attoriale adeguata; la ripetitività. Abbiamo allora portato in scena “L’angelo dei morti”, un’opera di gusto contemporaneo. A questo punto, bisognava fare i conti con l’età degli allievi (cresciuti e in procinto di navigare verso altri interessi) e con la mia mancanza di motivazione. Avevo bisogno di una formula nuova.

Dalla Commedia alla tragedia greca. In quegli anni è cresciuta in me la passione per la Grecia micenea e classica. Mi sono messo a scrivere saggi e un romanzo su Eracle. Ho scritto anche una decina di opere teatrali ispirate alla formula della tragedia. Per due anni le ho mandate al concorso del Cendic (Centro drammaturgia italiana contemporanea) e sono arrivate in finale, quindi sono state apprezzate. Mentre elaboravo la nuova formula, proponevo il laboratorio in una nuova veste, presentando “Cappuccetto Lupo” e “Donne che fanno scena”, un collage di scene da Shakespeare in poi ridotte per i ragazzi. Ma ormai il cambiamento era alle porte. Il timore era che ai ragazzi (così giovani!) non piacesse mettere in scena personaggi mitici al di fuori della loro esperienza; e che il pubblico non gradisse il tragico, abituato alla superficialità e alla giocosità dei media. Ecco quindi “Le Baccanti”, seguite da “La Medea” e ora da “Le donne di Ilio”. È andato tutto bene. I ragazzi sono più che contenti di interpretare eroi, dei e figure tragiche. Il pubblico ha accolto con favore qualcosa di diverso.
Tornando allo scopo di questo breve scritto: a che cosa è servito il teatro ai ragazzi? Vediamo di capirlo.

RELAZIONI CON GLI ALTRI. I due gruppi che gestisco comprendono allievi di età diverse, dai 9 ai 12. Questo costituisce uno stimolo e un’attrattiva. Ho visto ragazzini vittime di bulli o ragazzine solitarie farsi sempre più sicuri, superando l’immagine svalutante di sé che si erano costruiti. Il teatro costringe a scambi di sguardi, a contatti fisici, a stabilire intimità virtuali con i partner, ad affrontare insomma la presenza fisica e psichica dell’altro. Per sostenere tutto questo, è necessario passo dopo passo rinforzare la propria struttura comunicativa, superando timidezza, facile emotività, inibizione.

RELAZIONI CON SÉ STESSI. Il ragazzo poco sa del mondo, meno ancora di sé. Reduce da assidui allenamenti atletici, facendo teatro si rende conto di non avere il controllo del corpo, nonostante i gol effettuati. Risulta goffo e insicuro. E, come gli altri, per quanto sia espansivo e addirittura petulante, fatica a esprimere con le parole emozioni e sentimenti. Scopre di sentirsi inerme di fronte a un pubblico. Si rende conto che non ha mai preso in considerazione l’occupazione sicura dello spazio. Si ritrova una voce piatta e monotona. Si vede impacciato e insicuro. Ma il teatro, dopo avere svelato i punti deboli, attiva immediatamente la terapia. Con emozione, frustrazione e timore di non essere all’altezza, dà una mano a rendere più salde e stabili le strutture dell’Io. L’allievo si confronta con gli altri, si confronta con il pubblico, ma soprattutto con sé stesso. Ci sono quelli ai quali non interessa il cambiamento e la crescita, ma la maggioranza trae sicuramente benefici dall’attività scenica.

RELAZIONI CON LA SCENA. La scena, per l’attore, è il mondo. Niente esiste al di là. Sulla scena nasce e muore la vicenda rappresentata, tutte le parole recitate sono lì. L’attore, per darle un significato, deve operare una sintesi fra presenza fisica e interpretazione. Egli è: sé stesso, la propria dissociazione (l’Io che usa il Sé), un altro da Sé stesso e cioè il personaggio, il ruolo. La complessità dell’arte attoriale obbliga a uscire da sé, per rientrarvi arricchiti da un’esperienza quasi extrasensoriale, dato che si svolge nel mondo dell’immaginazione. Non mi aspetto tanto dai miei allievi. Che cioè sappiano dare corpo all’immaginazione vivendo la scena come se fosse… e agendo come se essi fossero diventati… Ma la dinamica rimane potente e coinvolge il ragazzo in un gioco più alto di quello infantile del “facciamo finta che io sono…”, perché ora è consapevole e coinvolge la tecnica espressiva. La parte più difficile non è in un duello di lance o di spade, immaginando di essere eroi micenei. Ma quella di sentire in sé il dolore per la perdita di qualcuno o la disperazione della madre che vede uccidere il figlio. Tutto è finto, intorno all’attore, ma il teatro lo invita a rendere vere le emozioni. Come si fa a rendere il dolore? la disperazione? l’odio? l’amore?... Come si fa con la voce e con lo sguardo, con la mimica facciale e con il movimento del corpo? Nella vita quotidiana si ride molto, ma spesso le altre emozioni sono una maschera neutra. Il teatro invece le fa parlare.

RELAZIONI CON IL TESTO. Non ho voluto ridurre il testo delle tragedie a uso di ragazzi illetterati (ho visto pubblicazioni con riduzioni di Euripide in slang teen-comedy che ho giudicato oltraggiose, non solo per Euripide ma anche per i ragazzi). I ragazzi sono intelligenti e quello che non capiscono se lo fanno spiegare. Non voglio trattarli da bambini limitati. Il primo scoglio è quindi la comprensione, ma lo si supera in fretta: lessico, riferimenti storici e mitologici… Poi viene il rapporto denotazione-connotazione. Una frase sembra semplice, ma può nascondere significati più profondi da indagare. Quindi l’intenzionalità: quali sono i reali sentimenti del personaggio? E così via. Vengono poi le implicazioni ritmiche. Inserisco molte parti corali in metrica e rima o anche a verso libero. Parti traumatiche, quando propongo di cantarle. Finora sono pochissimi quelli che osano cantare senza musica e senza melodia, inventandosele. E la declamazione ritmica, scandita? Sono restii, non fa parte della loro cultura. In seguito, però, ci prendono gusto.

RELAZIONI CON IL CORPO. Ahi ahi. Come ho già detto, non basta una disciplina sportiva o un’esperienza nel campo della danza per fare l’attore. Una brava ballerina può incontrare difficoltà a muoversi con scioltezza sulla scena. E un calciatore è come un elefante in una scatola. Lavoro bene con i bambini, ma con l’adolescenza il corpo è un conflitto continuo. Il corpo libero sul palcoscenico è un corpo esibito in tutta la sua fragilità. Ne emergono i limiti funzionali ed estetici e l’adolescente è restio ad affrontare il pubblico. Stia tranquillo, il teatro gli insegna come fare. Il proprio corpo in vetrina deve non solo affrontare gli sguardi del pubblico, ma sostenere il rapporto con altri corpi. Quante volte mi sono sentito dire: io non lo guardo, io non lo tocco. Ora i miei allievi osano fissarsi negli occhi con l’intensità voluta, ma per molti di loro c’è voluto un percorso. Ora affrontano coreografie di corpi in movimento, ma hanno dovuto accettare la novità di un corpo scomposto e superare il timore di coinvolgimenti fraintesi. Il teatro spinge verso l’innocenza dei rapporti e quindi verso una comunicazione più libera e più facile.

RELAZIONI CON IL REGISTA. Lavorare con i ragazzi mi costringe a ricoprire più ruoli: drammaturgo, regista, scenografo, costumista… Chiamo magari un esperto. Quest’anno una coreografa, ma solo per tre interventi. I laboratori sono gratuiti, ai genitori chiedo una quota per le spese. A pochi interessa lavorare con i ragazzi, se non c’è scopo di lucro. Chi fa teatro amatoriale lo fa per esibirsi o per divertirsi con i coetanei. Quindi di solito mi ritrovo da solo. Ma che cosa rappresento io per gli allievi? Mi danno del tu, mi chiamano per nome, ma ogni tanto rispunta un prof. Il perché è presto detto. Sono loro amico, ma non nel senso di amicone. Il nostro rapporto, d’altronde, si limita all’incontro settimanale. Io sono anche l’autorità e questo deve essere chiaro. Come deve essere chiaro che il teatro è impegno, serietà, responsabilità, puntualità, ordine, correttezza… Non è facile ottenere tutto questo da ragazzini che vogliono, anche, divertirsi. Non è facile preservare la loro spontaneità e richiedere al contempo disciplina assoluta. Non voglio un laboratorio con manichini ambiziosi che obbediscono a bacchetta pur di primeggiare. Il nostro è un laboratorio alla buona, in cui ci si riesce anche a divertire (in chiusura, giochi sempre a sfondo teatrale ed esibizioni). Si lavora sodo. I ragazzi imparano a collaborare e a impegnarsi non solo per sé ma anche per gli altri. Hanno imparato che il teatro non è fare gli stupidi su un palcoscenico, ma è una fatica dura che, per noi, ripaga solo per un’unica serata.

Ma non è tanto l’esito della rappresentazione (sempre di successo), quando l’itinerario attraverso la memorizzazione (da farsi in estate), il superamento degli ostacoli emotivi e dei limiti individuali, lo stabilirsi di relazioni nuove con gli altri e con l’ambiente, la scoperta delle proprie potenzialità, l’attivazione dell’immaginazione, il ricorso a nuove abilità fisiche e foniche, l’approfondimento di temi importanti e adulti, la misura di sé nella cooperazione, il miglioramento del carattere… E tutto questo e altro ancora è teatro.



lunedì 6 novembre 2017

LA SCRITTURA È UN'ALTRA VITA

Quando domandate a uno scrittore, soprattutto se debuttante o fortunosamente baciato dalla fortuna fin dalla sua prima pubblicazione: “Che cos’è la scrittura per te?”… facile che vi risponda: “È la mia vita.” E i più facondi aggiungono: è tutto, senza scrivere non potrei vivere, la vita non avrebbe senso. E altre amenità simili.

Alla stessa domanda quanti danno la medesima risposta? Prendiamo in considerazione solo quelli animati da una forte passione. La lista è lunga: l’imprenditore, l’insegnante, l’infermiera, il politico, il pittore, la ballerina, il cantante… Potete fare le vostre aggiunte.
La scrittura, come senso della vita, non si differenzia dall’erigere palazzi o dal presenziare a riunioni di partito o dal partecipare a festival canori.
Ognuno di questi protagonisti cerca con affanno una distinzione che confermi la sua scelta “di vita”. Proprio come andare alla ricerca di un blasone. Nella vita di tutti i giorni scrivere non contempla solo un’inventiva esasperata e aristocratica, ma anche una documentazione prosastica, un logorio mentale da travet, una commercializzazione della genialità mediante contatti a volte conflittuali con le case editrici, incontri con i lettori a volte frustranti, stesura di sinossi e presentazioni da bandella, rancori con il fisco… La scrittura è costruita non solo con la digitazione alla tastiera, ma con una serie di attività che richiedono pazienza, sopportazione, costanza… in netta contrapposizione con la purezza dell’atto creativo.

Se la scrittura si identificasse davvero con la vita, quanti momenti “plebei” presenterebbe!
Quando gli scrittori si confessano al pubblico ristretto delle presentazioni in biblioteca, raccontano di sé cose accattivanti e tacciono le miserie che farebbero della letteratura un emporio di cose fuori moda.
Molti nascondono l’ambizione, offrendo di sé un’immagine sofferta di missionari della parola. Altri la manifestano in modo sfacciato, perché l’ambizione è il viagra delle persone con attributi e senso di responsabilità verso sé stessi.
Se l’editore adotta una strategia on demand (stampa solo su ordinazione), oppure richiede l’acquisto di una cinquantina di copie, è meglio non farlo sapere. Se il testo (in origine piuttosto acciaccato), è stato risanato dall’intervento massiccio di un editor, non lo si dice. Se il libro è frutto di un’intesa redazionale che insegue la moda del momento, lo si taccia.
La pubblicazione dà per certa l’assunzione dello status di scrittore. Come chi spiaccica colori su una tela si autodefinisce pittore. Come chi viene sbattuto su un palcoscenico per mancanza di altre opzioni si sente subito attore.
L’apprendimento di un’arte appartiene al passato. Ora si è quello che si vuole diventare. E alla risposta: che cos’è per te…? il soggetto risponde spavaldo: la mia vita!

C’è un altro tipo di scrittore. Quello vero.
Sì, sì, anche per lui la scrittura è tutta la vita… per quanto nella vita ci siano altre cose desiderabili, forse. In realtà, se la scrittura fosse la sua vita, dovrebbe mettere in conto l’ambizione sfrenata, la frequentazione dei salotti letterari, la partecipazione ai premi letterari, la frenesia di una apparizione televisiva, e infine il delirio di un best-seller.
Ma per questo scrittore l’arte della prosa e della poesia non è vita, è non vita.
Si rende conto che i medesimi processi politici e sociali che hanno portato alla divisione in classi, all’inquinamento, alla guerra, alla sottomissione delle masse… sono presenti nell’ambiente artistico.
D’altronde, il comportamento umano non cambia nemmeno di fronte a un quadro di Leonardo. È sempre predatorio e opportunista. Oltre che bugiardo.

Questo scrittore scrive per insoddisfazione. È deluso dalla vita, ne cerca un’altra. Non può fare l’astronauta e andarsene su Marte. Non può entrare in chiesa in cerca di consolazione, non crede in dio. Non può accontentarsi dei premi, li danno a cani e porci. Non gli interessa diventare famoso, si troverebbe in cattiva compagnia. Non vuole nemmeno diventare molto ricco, i soldi sono un peso. E la fama eterna? Sì, quella ha un certo senso, perché rappresenta comunque una fuga dalla realtà. Ama pensare che i propri lettori non siano qui e ora, ma altrove e nel futuro.
Se la vita attuale non dà soddisfazioni, perché non immaginarne un’altra?
Ecco che cosa fa questo scrittore. Non fugge da sé stesso. La nuova vita è solo una modalità virtuale di manovrare persone e fatti, di manipolare i luoghi e il tempo, di inventare l’impossibile, di specchiarsi nell’irrazionale, di diventare un dio che racconta la propria creazione.
Tutto qui il senso della sua scrittura.

Giocare a fare dio non è scevro da pericoli.
Pagina dopo pagina, la vita perde sempre più le sue attrattive. Si avvia verso un autunno privo di colori, e un inverno di suicidi.
La scrittura è l’unico rifugio di un’anima malata. Sempre più incapace di relazioni. Che non comprende il fascino del viaggio, perché ogni luogo è nella mente. Non apprezza un’opera d’arte se non quella che ha eletto a alter-ego. Non valuta più di tanto la sensibilità altrui, perché trabocca della propria. Addirittura, prova fastidio se il discorso naviga verso le isole delle sue opere presenti e future: sono isole di un altro oceano, che non risulta sul mappamondo.
Non gli interessano gli interventi critici e nemmeno gli apprezzamenti e tantomeno le stroncature: l’unico giudizio valido è il suo.
Ma non dà nemmeno giudizi. Scrive e prima ancora di finire un’opera rimescola nella mente e nel cuore gli ingredienti per la prossima.
Il suo compito non è soffermarsi su un mondo che ha creato, ma produrne altri, senza sosta. In questo caso sì che si può dire che ogni pagina è un respiro e che la scrittura è la sua vita.
Ma non questa. Un’altra.
Nella quale nemmeno i lettori possono entrare.