lunedì 30 novembre 2009

GLI OCCHI DEL DRAGO


E' un teatro o un film? Nelle intenzioni, si vorrebbe fare un teatro che richiamasse il cinema. La vicenda fantasy si presta: Bilco e Rayan, due fratelli svegliati da un incubo, trascinati in un mondo di elfi e nani dove il re degli orchi Morieris rapisce la principessa Silia; Bilco si offre di salvarla, ma gli occorre l'aiuto del drago; in cambio vorrà i suoi occhi; in seguito il drago pretenderà anche la vita del re degli elefi... battaglie (con i fantocci), regine guerriere, forgiature di spade magiche... Nel nostro piccolo, facciamo il possibile per utilizzare il linguaggio cinematografico: scene di massa, primi piani, suggestioni musicali... I ragazzi (classe quinta elementare) s'imbattono in numerose difficoltà: registro epico, coordinazione, coreografie, sincronia, tempismo... Ma è un teatro che li entusiasma e si procede con grande passione. Il nome della compagnia? "La compagnia del drago". Musiche metal, soprattutto Rhapsody, ma anche Haggard, Tristania, Dark Sanctuary... Se tutto fila liscio, sul palco a maggio avremo anche Lia a cantare dal vivo.
Anche questo testo lo trovate nel mio sito (http://www.aquilino.biz/), sezione treatro.


IL TEATRO DEI PASSERI: CONTATTI, RELAZIONI, ATTEGGIAMENTI


Il “Teatro dei passeri” apre ogni spettacolo con la parata degli attori. Essi accedono al palcoscenico dal fondo della sala, quasi fossero ancora i girovaghi del carro di Tespi. L’entrata è gioiosa e ognuno presenta il proprio personaggio con frizzi e lazzi, ma soprattutto accennando alle interrelazioni ancora confuse e non significative. Perché è proprio dalle relazioni tra di loro che nasce l’azione scenica. Ma in che modo?


Il copione, a ben vedere, presenta la vicenda drammatica inscatolata in scene e dialoghi e anche se alla lettura tutto scorre liscio, comprensibile ed emozionante, tuttavia non si può negare che la realtà viene frammentata e irrigidita, come conseguenza della necessaria scelta operata dall’autore tra le infine possibilità espressive che gli si presentano. Ogni volta che egli dà la parola a un personaggio, la toglie a tutti gli altri; ogni volta che porta un personaggio sotto la luce dei riflettori, mette in ombra tutti gli altri. È una logica di alternanza di protagonismo: ora tocca a me, poi tocca a lui, e dopo a lei… e così via. Tuttavia, mentre un personaggio si esprime, gli altri sono ancora partecipi dell’azione drammatica, solo che non hanno la parola e sono stati mandati altrove, lontano dagli sguardi del pubblico.


Quando sono fuori scena, che cosa fanno i personaggi? Rimangono tali o ridiventano attori per briciole di tempo che impiegano per concentrarsi sulla parte o per rilassarsi o per bere un sorso d’acqua o mandare un sms?


Se rimangono personaggi, devono sentirsi spaesati, dietro i fondali, in un mondo che non è più quello del dramma, ma quello tecnico che ne sostiene la rappresentazione, nel quale il personaggio non ha più senso, né diritto di esistere. Egli non può fare che una cosa: ritornare sulla scena anche se non è il proprio turno e cercare un senso alla propria assenza temporanea trasformandola in presenza discreta e sensata. In fondo, quello è il suo spazio, quello è il suo tempo, quelle sono le persone con le quali ha relazioni che conosce. Un tecnico per lui non è altro che un alieno.


Ma, in concreto, che cosa fa un personaggio se si ripresenta sul palcoscenico fuori tempo, nell’intervallo oscuro durante il quale non ha battute, quindi nel suo periodo di ombra; anzi, di non esistenza. Egli non ha il diritto di interferire con l’azione in corso: non ha nulla da dire, non ha nulla da fare assieme agli altri personaggi.


In effetti, egli è sullo sfondo. Utilizza lo spazio che gli è familiare perché è stato costruito anche per lui; addirittura, ha il potere di dilatarlo e quella che era una via diventa una città. Si muove in questa città che è la sua città e incontra spettri che fanno comunque parte del dramma, perché fanno parte della sua vita; oppure ripensa al recente passato e si prepara all’imminente futuro; e spia, spia quello che gli altri personaggi combinano, se lo sviluppo della vicenda glielo consente.

Per procedere su questa strada di personaggi che si rendono autonomi dal testo e continuano a vivere al di là delle battute a loro riservate, c’è anzitutto bisogno di uno spazio che si dilati all’infinito: una stanza è la casa, una via la città, una città il mondo.
C’è poi bisogno di ripensare alle relazioni tra i personaggi, che non sono più legate solo al qui e ora, ma si dilatano come lo spazio, perché chi non ha la battuta è comunque presente altrove e pensa a sé e agli altri e a quanto è successo, succede e succederà.
Uno sguardo può rendersi indispensabile, oppure può essere di troppo e rendere falsa una relazione costruita con tanta cura dal regista.


Ecco il lavoro che intende fare Il “Teatro dei passeri” con “L’Arlechin ladro e ladron”.
Il punto di partenza è il testo.


La rete di battute sono i CONTATTI verbali, visivi e fisici tra i personaggi in scena. Le battute comprendono anche i silenzi, che suggeriscono o stimolano a prendere in considerazione. Esse offrono lo spunto al regista per la mimica e i movimenti, ai quali fa da supporto la colonna sonora.

Questi contatti nascono dalle RELAZIONI che preesistono o che si stabiliscono tra i personaggi in base allo sviluppo della trama. Essi sono anche fonte di nuovo relazioni, in un processo di legami che si fa sempre più complesso e instabile fino allo scioglimento finale dove essi si definiscono e si rinsaldano.


Che cosa rende significative le relazioni? Gli ATTEGGIAMENTI (Con il termine atteggiamento si indica la disposizione di ogni persona di produrre risposte, determinate dall'ambiente familiare o sociale, riguardo a situazioni, gruppi o oggetti – Wikipedia).
Ogni personaggio è quindi definito, più che da un’indagine psicologica individuale, dalla rete di relazioni in cui è coinvolto e dalle reazioni personali nei riguardi di persone e fatti.


Se invece il personaggio fuori scena ridiventa attore, che cosa succede? Penso che la metamorfosi da attore a personaggio debba mantenersi fluida, in modo che la persona possa viaggiare nei due sensi (attore-personaggio) senza mai staccarsi definitivamente dall’uno o dall’altro, sviluppando la capacità di spostarsi rapidamente per porte lasciate aperte, con disinvoltura e senza stacchi.
Ma questo fa parte della nostra sperimentazione.


Tutto ciò nasce dall’esigenza di definire il ruolo del personaggio fuori scena e anche di fornire ai ragazzi una via d’interpretazione che non sia psicologica. Essi devono interpretare personaggi adulti delle cui dinamiche interiori non hanno alcuna esperienza. Che cosa ne sa un ragazzo della meschinità di un Pantalone, avaro e adultero?
Il ragazzo si muove meglio nelle relazioni, poiché la sua è l’età dei rapporti sempre più allargati e importanti; l’età dell’amicizia e del gruppo; l’età dei contatti; l’età in cui si formano gli atteggiamenti che ne definiranno la personalità.

sabato 28 novembre 2009

CONTRO LA MAFIA


Firma l'appello: Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra.


Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati. Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra".

Don Luigi Ciottipresidente di Libera e Gruppo Abele.




venerdì 27 novembre 2009

L'UGUAGLIANZA DEI CITTADINI


Non l'hai ancora fatto? Firma l'appello di Saviano "PRESIDENTE, RITIRI QUELLA NORMA DEL PRIVILEGIO."
"Signor Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. È una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia."
ROBERTO SAVIANO

martedì 24 novembre 2009

RADICOFANI







Partenza sabato mattina alle ore quattro. Alle dieci e mezzo siamo a Bomarzo. Per circa un'ora siamo solo io e Betti e poche altre persone e la camminata tra i mostri è davvero magica perché con noi camminano il silenzio e i colori di un autunno splendido. Poi arrivano i turisti: strilli, chiachiere e ancora strilli. Nel pomeriggio sosta a Orvieto, che non rivediamo da tanti anni. La visita più straordinaria è quella agli affreschi del Signorelli nella cappella di San Brizio. Nudità e pose cortigiane fanno del giudizio universale una glorificazione non della resurrezione della carne, ma della carne in sé, carne come intelligenza ed estetica: un inno al Rinascimento. La sera siamo a Radicofani, accolti con gentilezza e cordialità tutte toscane dall'assessore Fausto. Breve passeggiata nel piccolo suggestivo paese e a letto presto. Il giorno dopo, al mattino saliamo alla rocca, il castello di Ghino di Tacco, ammiriamo i Della Robbia nelle due chiese, poi ci addentriamo nel magico bosco di Isabella e infine scendiamo con Fausto alla villa medicea. Qui tutti si conoscono, qui tutti parlano con tutti e nei frammenti di conversazione che si colgono lungo le vie si riflette uno stile di vita non ancora mercificato, lontano dai deleteri modelli televisivi. Il pomeriggio ci vede errabondi in un paesaggio che incanta a ogni curva: una festa agreste a Chiusure, l'architettura rinascimentale di Pienza, e poi Buonconvento, Città della Pieve...

Il lunedì incontro i bambini della scuola elementare. Incontro felice, nell'ambito di "Leggere è volare" della provincia di Siena. Parliamo di libri e anche del futuro, di rapporti sociali e familiari... discorsi importanti, sostenuti con una maturità e una schiettezza che tanti adulti non hanno mai avuto. Grazie a tutti per l'accoglienza.

venerdì 20 novembre 2009

VERGINELLA: altra recensione


Il lupo e l'agnello: violenza e brutalità nelle nuove drammaturgie.

di Renzo Francabandera, 19 novembre 2009 in APRILE, quotidiano per la Sinistra.


A Milano alcuni spettacoli interrogano il pubblico sulla violenza endemica nel sistema di relazioni del nostro tempo. La nuova drammaturgia di Aquilino, portata in scena da Lupus Agnus e il lavoro dell'Accademia degli Artefatti con Mark Ravenhill svelano i retroscena dell'ambivalenza coesistente della dicotomia dei sentimenti
Nel teatro può esserci tutto (anche drammaticamente niente, capita spesso). E quando c'è il nostro tempo, come sempre più spesso accade nei luoghi che accettano le sfide delle nuove drammaturgie, capita di trovarsi davanti a dilemmi tragici, a violenze, a conflitti fra valori e disvalori, all'inversione degli stessi. L'esistente violento che somma microcosmo relazionale e macrocosmo planetario si specchiano come fossero congiunti astralmente nel tema natale dell'uomo. La scena contemporanea ripropone questi dilemmi. E' il caso di alcuni spettacoli a Milano in questi giorni.
Partiamo dal Teatro Filodrammatici dove è andato in scena Verginella, secondo atto, per così dire, di una trilogia sulla famiglia (che si concluderà nel 2010 con l'antimusical Canicani), su testo di Aquilino, e affidato all'interpretazione della compagnia Lupusagnus diretta da Stefano De Luca, regista di scuola Strehler. Il sodalizio artistico fra tutti mira ad approfondire tematiche legate alla violenza e all'emarginazione, in particolar modo a quelle spesso meno visibili, quelle che hanno luogo fra le mura domestiche. Ecco quindi che il rapporto genitori figli in Mamma Mammazza fotografava quelle morbosità che segnano per molti le esistenze. Con Verginella il tema diventa ancora più duro e diretto. Lei è una bambina di undici anni, in fuga dall'istituto a cui è stata affidata in custodia, si rifugia in una chiesa. Gli adulti che si occupavano di lei, la madre e lo zio, sono stati arrestati con l'accusa di molestie sessuali ai suoi danni. Ognuno dei protagonisti racconta la sua versione dei fatti. Intanto si dipana in scena la storia, e i drammi relazionali che legano vittima e carnefice, dove vittima è la bambina, il sistema sano di relazioni fra individuo e società. Entro una scena semplice ma interessante, fatta di semplici panche di legno che diventano chiesa, cella, tribunale, camera da letto, la drammaturgia e la messa in scena reggono, poche le debolezze di un testo che riesce a tessere il delicato complesso della devastazione che la violenza provoca nel devastato mondo affettivo della bambina, ma anche i suoi dubbi e i suoi sensi di colpa, e il paradossale amore per i carnefici, tutte cose queste che chi ha affrontato a fondo questi temi conosce benissimo, mentre sono molte le letture superficiali che non arrivano al profondo. Verginella è un lavoro appuntito e doloroso che, a parte qualche semplificazione drammaturgica nel finale, mantiene una potente forza comunicativa per tutto il tempo. Intense e da segnalare le prove di Marta Comerio, la bambina e Tommaso Banfi, lo zio. Un po' urlata e sopra le righe sia l'interpretazione che la sfumatura drammaturgica della figura materna. Nel complesso, comunque, un altro potente lavoro di gruppo, che lascia il segno, e conferma una realtà di grande interesse.

mercoledì 18 novembre 2009

LEGGERE E' VOLARE


Sabato mattina all'alba parto per Radicofani, a sud di Siena. Lunedì devo incontrare gli alunni della scuola elementare nell'ambito di "Leggere è volare". Occasione per una breve vacanza: il bosco magico di Bomarzo, Orvieto... e la bellissima cittadina con la rocca di messere Ghino di Tacco, il Robin Hood italiano.




lunedì 16 novembre 2009

ADDIO, VERGINELLA

Lui la chiama verginella
urla t’amo dalla cella
mentre l’ama l’accoltella
scappa via la pecorella
il rifugio è un luogo cupo
ci sta un uomo o ci sta un lupo?
non è un luogo ma un dirupo
Verginella un grido muto.
Arrivederci, Verginella. Ci hai dato cinque serate straordinarie, di emozioni intensissime. Ieri sera hai voluto concludere trionfante. Il pubblico (platea piena) entusiasta, il dibattito dopo lo spettacolo un incontro caloroso di persone intelligenti e sensibili. Noi di Lupusagnus siamo stati subissati di complimenti sinceri. C'è un pubblico che ci segue e che aspetta già con ansia "Canicani", il musical dell'anno prossimo. Io ringrazio ancora Stefano, Tommaso, Marta e Annamaria. Sono eccezionali. Ma non solo. Ringrazio gli universitari che hanno dato una mano preziosa all'organizzazione, il Piccolo per il supporto, e tutti quelli che mi hanno scritto.
Grazie a Marta Osti per la segnalazione. "Io sono il vento", la canzone che identifica lo zio di Verginella.