lunedì 13 maggio 2013
venerdì 10 maggio 2013
DIETRO LA PORTA
Otto bambini di nove e dieci anni. Lasciati soli in una stanza chiusa. Dalla porta provengono: versi di Godzilla, gocciolii, pianti, urla, sirene, spari, latrati, carillon, musiche... I bambini-attori reagiscono agli stimoli sonori con: movimenti ritmici, sfoghi emotivi, giochi. Alla fine sarà l'immaginazione a fornire loro una via di fuga.
Teatro che non rifà il verso alla televisione. Il teatro non vive di soli lustrini e comicità superficiale. Un atto unico propedeutico: come muoversi, come esprimersi, come relazionarsi. Un corpo in movimento armonico. Una voce che sa variare. Una presenza scenica sicura. I bambini del primo corso di teatro organizzato dal Comitato Genitori sono stati chiamati "Passerotti" (era ancora vivo il Teatro dei Passeri, diventato ora Tecneke). I Passerotti hanno acquisito alcune tecniche di base per mettersi a volare. Per loro si è spalancata la porta di un luogo magico, il teatro. Con prove severe, giochi di improvvisazione, tante risate, (faticoso) apprendimento di attenzione e autocontrollo, disponibilità alla collaborazione e al rispetto per gli altri, i Passerotti volano sopra la platea accolti dagli applausi.
giovedì 9 maggio 2013
CHE COSA ABBIAMO IMPARATO DA “DEATH WATCH”
L’OPERA
“Death
watch” è sulle scene, portato da Tecneke. Un gruppo di ragazzi dai 14 ai 18
anni.
Si
tratta di un monologo. Piuttosto lungo. L’ho ridotto, ma non stravolto nella
struttura. Non c’è problema nella riduzione di un testo linguistico per
ricavarne il testo scenico. Nella mia scrittura (quella attuale, inedita, tre
opere che segnano una svolta), prevedo una messa in scena virtuale che avviene
nella mente del drammaturgo. Tutto vi è delineato, ma niente vi è
materializzato, in uno scenario simile a quello del sogno. La messa in scena
reale, a opera del regista, non crea conflitto. Per l’autore la drammaturgia si
è già conclusa e ciò che avviene sul palcoscenico non è più di sua competenza.
Viene eliminata la dicotomia insanabile che ha fatto ammattire Pirandello.
Vengono negati i “diritti morali”. La drammaturgia da palcoscenico è libera per
tutti.
Il
monologo racconta in prima persona le ultime ore di un condannato a morte. L’argomento
non ha condizionato più di tanto la messa in scena. Angoscia, protesta, dolore,
dignità e ingiustizia sono già nel testo, non occorre creare un’ulteriore
struttura registica per rimarcarle. Il testo chiede solo di essere vissuto da
un attore che reciti e si muova sulla scia di un cantante-danzatore.
GLI ATTORI E I PERSONAGGI
Un
monologo, un personaggio, un attore. Il monologo è stato invece affidato a tre
interpreti più due musicisti e una figura femminile. Ognuno dei tre interpreti
è il protagonista Zaccheo, e anche la guardia, il vicino di cella, il giudice…
La voce del protagonista rimbalza da una gola all’altra, diventa una
molteplicità di voci che tolgono senso alla sua individualità e lo fanno
diventare molti, tutti. Ognuno è Zaccheo, ognuno è nella cella della morte. Fin
dall’inizio ho rifiutato, nonostante le perplessità dei ragazzi, ogni indagine
psicologica e ogni tentativo di recitazione mimetica. Mi è capitato di sentire
leggere il monologo da attori dilettanti con anni di corso sulle spalle: un
impeto e una visceralità che invece di facilitare la comunicazione la rendono
ostica, erigendo un muro di espressività sovrabbondante e di falsità
involontaria che taglia fuori il pubblico da ogni empatia. Ho invece cercato il
ritmo della situazione, espresso dalle musiche originali al computer di Lorenzo
e alla chitarra e bongo di Carlo; e condiviso dalla parola in movimento, in una
coreografia continua che fondesse parola, musica e corpo in uno spazio vivo.
La
mimesi non è rifiutata in nome di un astrattismo difficile da reperire con un
testo letterario tradizionale; accanto a esacerbazioni vocali, si ascoltano i
toni consueti della comunicazione, dal proclama alla narrazione, dal dramma
allo sfogo accorato. Una struttura verosimil-naturalistica nella quale
s’inseriscono espressioni verbali spazializzate che si accordano allo stato
d’animo situazionale, con il doppio riferimento alla realtà interiore e a
quella ambientale.
Svincolare
l’attore dal personaggio, renderlo disponibile a interpretare più personaggi e
situazioni diverse, ci ha consentito di lavorare molto sulle dinamiche a tre.
Abbiamo tolto l’attore dalla prigionia dell’interpretazione unica,
facilitandogli il processo di rimanere sé stesso pur diventando un altro,
aiutandolo a costruire la partecipazione attiva, sulla scia delle azioni
fisiche di Grotowski, senza lasciarsi assorbire dall’immedesimazione. Ricorrere
alla tecnica per rivivere con il corpo emozioni e sentimenti. Un modo di
recitare ritmico e collettivo che porteremo nella prossima produzione (si spera
Caligola di Camus), approfondendone i principi: controllo motorio, relazioni
mutevoli con i partner, brusche variazioni di interpretazione e ruolo,
attenzione costante al ritmo.
Che
cosa abbiamo imparato? Che una interpretazione tradizionale, da teatro
mimetico, da Grande Attore ottocentesco (mai estinto) avrebbe portato
saturazione, noia, rifiuto di ascolto. Rifacendo il verso a televisione e
cinema. Che un testo in apparenza “pesante” viene alleggerito, nella sua
ricezione da parte del pubblico, dal ritmo e dal movimento e dalla flessibilità
della voce. Che l’abbinamento personaggio-interprete può essere rivisto e
diventare personaggio-interpreti o personaggi-interprete. Che l’immedesimazione
nel personaggio può essere frammentaria e discontinua e comunque non impedisce
il controllo di sé e sull’ambiente. Che tanto e tanto c’è da imparare sulle
azioni fisiche legate alla visione dell’attore/danzatore di Artaud, Mejerchol’d,
l’ultimo Stanislavkij, Grotowski, Barba… e tanto da imparare anche sulla voce.
E anche sulle complicità, sulle cooperazioni, sui sottili legami espressivi che
tendono a compattare tre interpreti in uno solo, senza alcuna invadenza della
privacy reciproca, senza prevaricazione psichica. L’unificazione delle
diversità avviene nella fede comune nel gioco, e nella convinzione che nessuno,
da solo, può portare a compimento ciò che va fatto insieme.
LO
SPAZIO
Il
palcoscenico è costituito da un tappeto nero in pvc di quattro metri e venti
per due e dieci. Minuscoli segnalini delimitano lo spazio individuale: una
cella di un metro e quaranta per due e dieci. All’inizio, le celle hanno i
muri, segnalati dal gioco mimico. A un certo punto lo spazio si amplia: le
docce, le celle contigue, sopra e sotto e di lato e di fronte, la stanza dei
visitatori… Le pareti scompaiono, i tre detenuti Zaccheo passano da una cella
all’altra. La loro voce raggiunge i compagni di morte, il giudice, il pubblico
che assiste all’esecuzione, l’umanità intera. Uno spazio, quindi, che da
claustrofobico si fa cosmico. Non ci sono oggetti di scena. Solo tre palline da
bouncing. E la sedia, che la madre porta in scena per assistere allo spettacolo
da un punto di vista contrapposto, con il viso al pubblico, facendosi lei
stessa spettatrice, presenza muta: osserva i detenuti Zaccheo e vede la gente che
osserva i detenuti Zaccheo e lei. Lo spazio si annulla nella scena finale,
quando i tre attori si spogliano e lasciano nelle celle le tre tute arancioni;
diventa lo spazio della morte; e poi lo spazio del compianto quando la madre
s’inginocchia con una tuta in grembo.
Abbiamo
imparato che non serve scenografia per costruire l’ambiente della prigione.
Sono sufficienti le mani che costruiscono i muri e le suggestioni della parola
in movimento e della musica che ritma il corpo. Abbiamo imparato che un oggetto
in scena dev’essere utile e utilizzato. Viene inserito per essere usato, non
per motivi estetici. E che un costume (in questo caso le tute arancioni) può
fare spettacolo in assenza di scenografia, sia per il colore sia per il
distacco che crea dal vestito quotidiano. Anche in questo caso, la visione non
è statica, non è il bel quadro estetico di Diderot, ma è dinamica: parole,
volumi e suoni in movimento.
Tutto
ciò che manca sulla scena (cella, sbarre, branda, sgabello, wc, lavandino,
scatole…) non crea un vuoto, ma uno stimolo invisibile a ricreare lo spazio con
l’immaginazione. L’attore viene spinto verso una rappresentazione mentale e
virtuale, nella quale la consapevolezza della situazione viene eccitata e
fortificata. Paragono questa scelta alla dinamica del mimo (vedi Decroux e teatro
orientale e in genere il teatro che Barba chiama eurasiatico nella sua ricerca
di antropologia teatrale) che effettua un’azione avviando l’azione contraria e
assorbendola poi in quella da portare a termine. L’inconciliabilità dei contrari,
la chiama Alfio Petrini. Sfruttare sia la presenza sia l’assenza. Ecco, abbiamo
imparato che il teatro è povero. Fa a meno di lustrini e finzioni scenografiche
e il poco che utilizza lo carica di simbolo. Abbiamo imparato che tutto il
nostro teatro sta in un bagagliaio: tappeto, tute, computer, chitarra, bongo… E
che non abbiamo bisogno di un edificio teatrale, per rappresentarlo. Ci basta
un salone con una presa di corrente. Possiamo utilizzare anche le luci di sala.
Un teatro con poche esigenze.
IL
PUBBLICO
Abbiamo
imparato che il pubblico non esiste. Per essere precisi, esiste solo quando
vogliamo noi. Gli interpreti non si pongono problemi di comunicazione e di
relazione con un gruppo di spettatori seduti di fronte a loro. Immaginano un
pubblico circolare e spettrale, che non può interferire con il loro gioco
teatrale perché è lontano e invisibile. La situazione è quella di un gruppo di
bambini concentrati in un gioco talmente intenso che perdono ogni contatto con
la realtà. Non vedono chi li vede e li osserva, non hanno coscienza del tempo
che scorre, vivono in uno spazio-altrove, stabiliscono tra di loro relazioni
inusuali e immaginarie, comunicano anche con filastrocche, movimenti simili a
una danza, vocalizzazioni inconsuete. A un tratto, decidono di levare lo sguardo
sull’adulto che li spia, ed è uno sguardo alieno, che viene da un altro mondo,
uno sguardo superiore, quasi inquisitorio. Non si aspettano commenti al proprio
gioco, non ne vogliono proprio. Il loro gioco è segreto e riservato, non
vogliono farne partecipi gli altri.
Gli
interpreti di “Death watch” sono liberi di orientarsi in qualsiasi direzione,
di recitare con le spalle al pubblico, di muoversi in una bolla che non ha più
punti cardinali. Si tratta, più che di una consegna rigida, di una forma mentis che li libera dall’oppressione
dello sguardo che osserva, giudica, critica. A loro non interessano né critiche
né consensi. Non danno alcun valore all’applauso. Non considerano gli
spettatori come persone presenti, ma come simulacri che rappresentano l’umanità.
Sono gelosi del proprio gioco scenico e non ne fanno partecipe nessuno. Lo
spettatore può solo spiare.
Si
tratta di un rifiuto del pubblico? No, vale ancora il principio di attivare
mediante il contrasto, di fare uso degli opposti senza eliminazioni, di
attivare il pubblico non con un invito esplicito (che spesso genera invece
opposizione o indifferenza) ma con la mancanza di ogni tipo di attivazione, che
è invece nelle aspettative. L’attore si pone su un piano superiore, dal quale
inverte il rapporto consueto: è lui a osservare, senza guardarlo, il pubblico
(la funzione della madre e dello sguardo diretto dei tre interpreti); è lui a relegare
gli spettatori su un palcoscenico e a giudicare la loro rappresentazione, cioè
la loro vita.
Abbiamo,
insomma, imparato che quanto avviene sulla scena è di pertinenza nostra, un
gioco esclusivo di comunicazione indiretta. Allo spettatore arriva, di riflesso,
ciò che è già arrivato agli attori. Abbiamo imparato che lo spettacolo non consiste
nel rapporto dell’attore con il pubblico, ma in quello del pubblico con l’attore.
Spetta allo spettatore relazionarsi e attivarsi per cogliere un significato
estetico ed etico di ciò che vede. Non gli sono concessi né applausi né
interferenze di altro tipo. Il flusso di recitazione lo investe senza soluzione
di continuità. Se vuole rendersi “utile”, il pubblico deve vincere l’inerzia e stabilire
un contatto di propria iniziativa. Ciò a cui assiste è un gioco rituale e non
può parteciparvi, ma può desiderare di farlo.
mercoledì 8 maggio 2013
PASSEROTTI 13: SESSO E SPAZIO
L’osservazione riguarda
solo un piccolo gruppo, otto bambini, quindi non è generalizzabile, ma mi è di
stimolo per la didattica. Dopo una fase iniziale di disorientamento comune
di fronte alla strutturazione dello spazio in volumi, settori e percorsi, affiancata
all’utilizzo del corpo in modalità non quotidiane e già sperimentate, si è
assistito a una diversa assimilazione da parte di maschi e femmine.
Le consegne non erano
complesse, ma richiedevano una riformulazione mentale del corpo nello spazio,
diversa da quella appresa nel gioco e nello sport. Si doveva, per esempio,
operare spostamenti in una griglia, seguendo percorsi stabiliti la cui
memorizzazione non era difficile, solo inusuale.
Ho visto le femmine
adeguarsi infine alle richieste e occupare lo spazio scenico con la sicurezza acquisita
dalla ripetizione e dalla coordinazione movimento-parola. I maschi manifestano
ancora adesso qualche insicurezza, soprattutto di fronte alla segmentazione di movimento-parola. Prendiamo in considerazione questo esercizio: dirigersi verso
un partner, rivolgersi a lui con determinati gesti e con una frase; spostarsi
di due passi in direzione del pubblico ed esprimere un a parte con cambiamento di tono e di gestualità; tornare dal
partner e completare la battuta; lasciare il partner e riprendere la postazione
iniziale con un altro breve a parte verso il pubblico, implicante una sosta.
Non è facile. Bisogna viaggiare
su due binari paralleli, utilizzando ora l’uno ora l’altro, con fluidità e
repentini cambiamenti espressivi. Ebbene, i maschi vanno in confusione più
facilmente. Essi prediligono una comunicazione scorrevole e ininterrotta, monotona
e lineare. Tendono a risolvere ogni prestazione con la sintesi e la velocità. Amano
il gesto di forza, la corsa, l’impeto, la confusione. Quando si trovano a
dovere operare un controllo stretto sui movimenti, sui gesti e sulla voce si
sentono a disagio, manifestano una forma di pigrizia mentale che li spinge
verso la superficialità e l’approssimazione. Molti di loro, in virtù di questa
ritrosia a rientrare in uno schema, prediligono l’improvvisazione e la
variazione spontanea, che spesso però si riducono a intervento a sproposito.
Anche le ragazze sono dotate
di inventiva, ma la manifestano quando viene richiesta, non nei momenti di
applicazione degli schemi. Se devono seguire delle istruzioni, le seguono assecondando
la consegna. Se, invece, viene loro richiesto di inventare e immaginare, allora
liberano l’immaginazione. Insomma, da una parte una struttura più anarchica,
dall’altra più statalista.
Ecco che il teatro
obbliga i maschi a porre un freno all’esuberanza e al disordine mentale e comportamentale,
e stimola le femmine ad attingere alle proprie risorse creative, spingendole
anche verso la divergenza e la rottura di abitudini e pressioni sociali. Un
invito, in ambedue i casi, a uscire dai ruoli codificati per esplorare nuove
modalità di stabilire relazioni.
sabato 4 maggio 2013
LE POESIE DEI MURI: laboratorio in biblioteca
LE
POESIE DEI MURI
Biblioteca
Civica Enzo Julitta” di OIeggio
in
collaborazione con l’I.C. Verjus, Scuola Secondaria, classe I B
a
cura di Aquilino
Laboratorio per riavvicinare gli alunni
alla poesia a partire dalla semiotica. Identificazione del segno come qualcosa
che rinvia a qualcos’altro. Utilizzo della parola come materiale per costruire
e decostruire, formando frasi che indirizzino verso il pensiero divergente come
capacità di produrre una gamma di possibili soluzioni per un dato problema, in
particolare per un problema che non preveda un’unica risposta corretta.
La procedura si avvale di una macchina
fotografica digitale, di un computer in cui riversare le fotografie e di una
stampante. La fase preparatoria, in forma di training, avviene in classe.
PRIMA FASE, classe I B, mercoledì 24
aprile 2013
L’animatore introduce la realtà
espressiva della poesia e scrive sulla lavagna tre parole dettate dagli alunni.
Ogni parola produce una famiglia di sei termini per attinenza e suggestione.
Dalle combinazioni anche casuali di una parola per gruppo si formano frasi di
tre parole che, elaborate in via formale o narrativa, costituiscono la poesia.
Gli alunni fotografano dettagli delle
pareti e degli oggetti, producendo immagini di tipo astratto. Le immagini vengono
presentate sulla Lim, lavagna interattiva multimediale.
A un’immagine vengono abbinate una
decina di parole, su stimoli dell’animatore che guida l’osservazione di spazi,
linee, colori, forme. Ogni alunno o gruppi di alunni combina le parole scritte sulla
lavagna per giungere a un prodotto che contenga suggestioni inusuali.
SECONDA FASE, la classe I B accompagnata
dall’insegnante Francesca
Ferazza, in biblioteca, giovedì 2 maggio 2013
Ferazza, in biblioteca, giovedì 2 maggio 2013

Gli alunni ripetono il procedimento
appreso in classe. Fotografano dettagli sui muri e procedono alla lista di
parole e alla composizione della poesia. Le immagini vengono stampate e sotto
ogni stampa viene scritta la poesia. Le stampe vengono esposte per i visitatori
della biblioteca.
venerdì 3 maggio 2013
martedì 30 aprile 2013
venerdì 26 aprile 2013
POESIA TRENTANOVE
Passeggiata di
pioggia tediosa ondivaga
intermittente sensazione di freddo,
ma lo sguardo accarezza l’incavo delle foglie
con gocce di diamanti -
i fiori lustrati
è stata la brezza a stendere l’acqua
in un velo che è lente d’ingrandimento? oh
albero gigante lucente
che gocci note musicali din diridin
e laggiù
tra le radici posso rannicchiarmi
guidare al letargo i pensieri
lungo un sentiero
di terra bagnata, che odora?
mercoledì 24 aprile 2013
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