sabato 12 maggio 2012

L'ANGELO DEI MORTI, IL RACCONTO (parte sesta e ultima)


Teatro ecosistemico, teatro panico, teatro del giardino.
Ma come fa lo spettatore a esplorare l’ambiente, se è inchiodato alla poltrona? Come fa a viverlo, se non può spostarsi da un elemento all’altro e non può alzarsi e abbassarsi, protendersi e allontanarsi?
La magia del cinema ci consente di “esplorare” una storia passando dalle panoramiche ai primi piani, fino ai dettagli. Possiamo cambiare in un attimo scenario e passare da una metropoli a un deserto. E anche passare dal giorno alla notte.
In teatro si utilizzano i fondali, le quinte, le scenografie realistiche o basate sulle suddivisione dello spazio, le suggestioni delle luci, le musiche, le proiezioni…
Ma le meraviglie del cinema, sul quale la tecnologia opera a velocità doppia, non sono duplicabili sul palcoscenico. Meglio rinunciarvi e cercare ciò che il teatro possiede di esclusivo, facendone il punto di forza.
Cinema e televisione, a differenza della letteratura e del teatro, stabiliscono con lo spettatore un rapporto ipnotico, nel quale l’immaginazione viene imbrigliata e canalizzata. L’obiettivo è creare uno stato alterato di coscienza che veicoli emozioni forti e fugaci, delle quali non si ha piena consapevolezza.
Il teatro deve invece attivare al massimo l’immaginazione dello spettatore e metterlo in condizione non di identificarsi con il personaggio, ma con l’attore che lo interpreta.
Nel teatro panico abbiamo visto gli attori comportarsi in modo strano: accedono al palcoscenico dalla platea, dal mondo reale;  rivestono i costumi di scena; si esibiscono mescolando recitazione, filastrocche, balletti, azioni ritmiche, coreografie… e infine si spogliano di nuovo, ritornando sé stessi.
Non sembra un rito dionisiaco?
Per chi lo celebrano? Non per il pubblico. Il pubblico è freddo, distante, avvolto dalle tenebre, inerte, passivo… Gli attori stabiliscono contatti, ma sono quasi sberleffi, o azioni simboliche che vogliono dire: voi siete là e rimanete là, questo luogo di riti e fantasie vi è negato.
L’attore, tuttavia, non crede che quello che produce sul palcoscenico sia davvero la celebrazione di un “mistero”. Non ci sono rapporti con la divinità, nel teatro panico. Non vi si svolgono riti misteriosi. Non sono previste teologie o magie. Il rito è teatrale e proietta l’attore in un mondo virtuale con l’obiettivo di risvegliare l’immaginazione dello spettatore, di renderlo partecipe, di stimolarne l’atteggiamento critico, di farlo emozionare e pensare, di attivarlo insomma nel modo più completo possibile.
Ma perché l’attore si rende disponibile a tale fatica?
Il rito che celebra non serve per propiziare la divinità, non gli porta salute e benessere, non gli fa superare in senso sciamanico la soglia tra i mondi. Il suo è una ritualità di esplorazione. L’attore parte, visita il giardino-palcoscenico, stabilisce rapporti con oggetti reali e con altri immaginari, con un ambiente strutturato e destrutturante, con le suggestioni degli spazi e delle luci e delle musiche, con altri attori e con altri personaggi. Egli, interprete-personaggio è in interazione con altri interpreti-personaggi. Sono interazioni reali (tra interpreti) e irreali (tra personaggi). Sono una strategia per fondere insieme realtà e immaginazione.
Il giardino di cui si parla offre al visitatore una concretezza di fiori e piante, definite nelle forme e nei colori; ma anche una suggestione misteriosa di tonalità e rumori, mentre lo sguardo va dal seme al cielo. Si forma una visione diversa della realtà, mediata dall’irrealtà. L’attore può guardare il mondo con occhi diversi, da punti di vista diversi. Può scoprire cose nuove. Può rendersi protagonista della visione e dell’esplorazione e definire il proprio viaggio-spettacolo come ricerca di verità.
Tutto qua il rito del teatro panico: la verità sfiorata, intravista, annusata, percepita sulla pelle, ombra o balenio nel cuore e nella mente.
Spogliarsi e rivestirsi, per partecipare della trasformazione universale, e sfuggire alla trappola dell’io fortezza.
Nel teatro panico, l’attore invita il pubblico a fare come lui: spogliati e rivestiti, esplora, emozionati, pensa.
Sentiti elemento di un giardino. Lo vedi? Condividi la terra con tutti gli altri. Godi dello stesso sole, della stessa pioggia. Ma non sei qui solo per mettere radici, crescere, fiorire, fruttificare. Sei qui per immaginare. Per esplorare il giardino. Per sentirti non solo rosa, se sei rosa; ma anche rosmarino, ciliegio o alloro. Il giardino-palcoscenico è limitato e circondato da muri. Ma l’immaginazione ti porta oltre le barriere e rende sconfinato il tuo territorio.
Bella sensazione, vedere sempre più lontano.
Euforia, il teatro panico. Ti porta nelle profondità e poi nel cosmo. La colonna sonora è il battito del cuore dell’universo.


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