martedì 15 novembre 2016

IL DIARIO DI MEDEA (sette)

Oggi, 15 novembre, ho lasciato a casa gli allievi “anziani”, a parte Giulio che mi serve come Giasone; così posso concentrarmi sui nuovi. Un po’ di verifiche: perché la nostra Medea incomincia dalla fine? Non tutti sanno rispondere, così ripeto l’esempio del detective. Giunge sulla scena quando il delitto è compiuto; raccoglie indizi e testimonianze e va indietro nel tempo per ricostruire le “circostanze”. Lo stesso facciamo noi: portiamo il pubblico a indagare su Medea invitandolo a farsi un’opinione dopo che ha conosciuto tutto ciò che precede l’assassinio dei figli. Ripassiamo anche circostanze e situazione. Il sottotesto. Scrivo sulla lavagna: pause, appoggiature, velocità, tonalità.
Lavoriamo su un’ipotesi di inizio dello spettacolo, una specie di prologo. Luci abbassate in sala, la scena vuota. Dal fondo della platea entrano Medea e i due bambini, con una musica antica assira. Medea mormora “Mermero… Fereto…” con un tono subdolo e spaventoso, da strega che mangia i bambini; i quali bisbigliano cose tipo “no, mamma… non vogliamo… lasciaci stare…”: intuiscono che la madre sta per compiere qualcosa di terribile. Salgono sul palcoscenico, Medea si accovaccia dietro la scaletta, i bambini si stendono dietro il telo bianco e l’infanticidio è compiuto. Faccio muovere tutti per l’aula, tutti sono i bambini, io Medea. Sentono la pressione, vogliono evitare l’ansia, si distraggono, qualcuno ride. Fermo tutto, minaccio di chiudere il corso. Replica. Bene, benissimo. Lenti, concentrati sulla propria paura.
Prendo la prima battuta di Mermero, uno dei due bambini: “Forse, conoscendoci, imparano a volerci bene.” Così risponde alla madre che denigra il re e gli abitanti di Corinto. Invito a leggere a turno, cercando una modalità espressiva diversa da quella dei compagni, utilizzando le quattro voci sulla lavagna. Li guido nell’analisi. Il passo successivo riguarda un dialogo tra i due figli. Eccolo:
MERMERO   Madre, siamo tornati.   
FERETO        Abbiamo fatto come volevi. Sei contenta?
MERMERO   Non odiarci se non vogliamo seguirti nell’esilio.
FERETO        Siamo piccoli, abbiamo paura.
MERMERO   Come facciamo senza più una casa?
FERETO        Il papà ci vuole bene, meglio per noi se restiamo qui.
MERMERO   Non dici niente, madre?
FERETO        Veniamo a trovarti ovunque ti trovi, lo giuriamo.
MERMERO   Siamo sicuri che anche tu potrai farlo, lo chiediamo al re, non è così cattivo come dici.
FERETO        Glauce ci tratta bene, non devi stare in ansia per noi.
MERMERO   È una seconda mamma, ce l’ha detto lei.
FERETO        Tu puoi avere altri figli, non credi? Così ci ha detto nostro padre.
MERMERO   Madre, di’ qualcosa, ti supplico.
FERETO        Se fai così, mi viene da piangere.
MEDEA         Andate in casa. In silenzio. In camera mia. Sul mio letto. Vi raggiungo. Ho qualcosa per voi. No, non dite niente. In silenzio, ho detto. È una sorpresa. Facciamo tutto in silenzio. È una cosa che riguarda solo noi.

Li aiuto ad analizzare le singole battute, scoprendo quali emozioni, sentimenti, atteggiamenti si celano sotto il testo. Osservo che una battuta non è mai slegata dal contesto e andiamo a scoprire il gioco di azione e reazione tra loro e la madre: i conflitti, gli imbarazzi, le paure… Lavoriamo molto sulla battuta di Medea, che è molto difficile per loro da rendere. Faccio nascere le pause dalle mani e dalle braccia e propongo di spezzarla in due: nella prima parte è ancora una madre che però rinnega sé stessa e spezza il legame affettivo trattandoli con durezza, preparandosi all’omicidio; nella seconda parte la madre si è ormai trasformata in strega, in una creatura tra l’umano e il divino, legata al mondo infernale. Leggo io e poi faccio leggere a tutti. Chiedo a Giulio di ripetere la sua performance e lo riprendo con il cellulare. Degli altri, qualcuno ha cercato di interiorizzare il mondo complesso e spaventoso di Medea, altri sono rimasti alla superficie; ma va bene così.


Passiamo a Creonte. Il nonno di Giulio mi ha preparato la base per lo specchio di Glauce e ha fissato la cuspide all’elmo che ho trovato in un mercatino dell’usato a Baveno. Lo fotografo e lo pubblico nel prossimo post. Faccio leggere Luca il monologo della terribile fine sua e dellka figlia:

“Glauce, mia figlia, indossa il peplo donato da Medea. Corre allo specchio. Ne vedo l’immagine riflessa. Sono felice della sua felicità. Qualcosa di terribile. La mia bambina impallidisce, trema in tutto il corpo, si accascia a terra, la bava alla bocca, le pupille stravolte. Il diadema portato dai figli di Medea prende fuoco. Un torrente di fiamme inonda i capelli. Urlando, si rialza, si mette a correre. Scuote la testa, ma il diadema si fonde alla carne. La inseguo, la afferro. Prendo fuoco anch’io. Corriamo abbracciati e diffondiamo l’incendio nella reggia. Muoio così, abbracciato a lei. E lei muore con me. Il mio ultimo pensiero è per la vendetta: che possano morire anche i figli di Medea, che possa soffrire anche lei, ma cento volte di più.”

Cerchiamo le pause, la velocità, costruiamo i movimenti sia di Creonte sia di Glauce. In finale di battuta, faccio intervenire il coro con alcuni teli rossi che in un girotondo vorticoso agitano e lanciano come le fiamme dell’incendio. Luca se la cava bene.

E arrivano i genitori. “Studiate a memoria! Più che potete!”

A martedì.

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