lunedì 10 agosto 2015

PINOCCHIO, OSSIA LA COMMEDIA TRAGICA DI UNA TRAGEDIA IN BURLA. Pinocchio tradotto in teatro.

Aquilino
PINOCCHIO, OSSIA LA COMMEDIA TRAGICA DI UNA TRAGEDIA IN BURLA.
Pinocchio tradotto in teatro.


“C’era una volta…”
L’incipit di Pinocchio non è un riferimento al mondo delle fiabe, ma a quello della narrazione. Se le città, non tutte, avevano le sale teatrali, Carlo Lorenzini bambino aveva le piazze e le osterie di Collodi dove giungevano i burattinai e i contastorie. L’incipit ci mostra quindi Lorenzini/Collodi che di fronte a una platea di bambini si appresta a raccontare le avventure del burattino. Ma, per il momento, non dispone nemmeno di un burattino compiuto, solo di un pezzo di legno di nessun pregio. Teatro povero, fondato più sull’immaginazione che sullo sfarzo della scenografia; e più sul ritmo e sull’immediatezza delle emozioni e dei sentimenti, facilmente riconoscibili. Un teatro che non nasce per i critici, ma per un pubblico popolare.
In questo teatro che parte dalla narrazione per farsi poi commedia, farsa, tragedia, balletto, cabaret… e infine dramma borghese, tutto avviene non secondo i crismi della letteratura in prosa, ma quelli della messa in scena, tra i cui requisiti c’è sempre la magia. Come capita il pezzo di legno nel laboratorio di Maestro Ciliegia? Magia, caso, fato. Come a suo tempo ha fatto la tragedia greca, solo il teatro può combinare felicemente l’incontro tra il mondo vegetale e quello umano, incontro che profuma di mito.
Il ciocco, infatti, parla. Se parla, si presuppone una precedente metamorfosi. Un bambino è stato trasformato in pianta? Si tratta del bambino che bisogna liberare dalla servitù floreale per farlo tornare umano? È questo il senso circolare del libro? Ma chi ha operato la metamorfosi? Gli dei? No, non se ne parla da nessuna parte. La Fata-Grande-Madre-Gea-Signora-degli-Animali? Se così, si è pentita e vuole estrarre il bambino dal legno. Lo farà, ma avremo un bambino-ciocco, altro legno da sbozzare con la buona educazione, il sacrificio dello studio e del lavoro. In conclusione, non è possibile uscire da questa circolarità asfissiante di essere una vocina imprigionata in una materia estranea e amorfa? Vocina di un ciocco che un Bianco, pagliaccio non amico dei bambini, che non fa ridere e anzi terrorizza, sbatte contro il muro e minaccia di buttare nel fuoco per farsi una pentola di fagioli?
I miti sono molto complicati. E crudeli.

Il dialogo tra il falegname e il ciocco è una clownerie che si sviluppa con l’ingresso di Geppetto-Polentina. A Maestro Ciliegia viene facile assegnare il ruolo di Bianco e a Geppetto quello di Augusto, ma è il Bianco che ha il naso rosso, forse perché Geppetto è già abbastanza caratterizzato dalla “polentina” che ha in testa. Dopo una partenza civile, il dialogo si fa serrato e poi insultante, nella più bella tradizione circense, con tanto di scambio di parrucche e botte da orbi. Il Bianco è nella tradizione: freddo e autoritario, diventa anche violento precorrendo i pagliacci novecenteschi dell’orrore, in stile King. L’Augusto non è certo un pagliaccio tutto cuore alla Charlot: il pezzo di legno gli serve per ricavarne uno schiavetto che lo mantenga lavorando... come teatrante di strada. Come può, dunque, Geppetto arrogarsi il diritto-dovere di educatore quando egli per primo prospetta per il burattino la vita di strada (purché se ne ricavi un guadagno)?

Ci spostiamo nella casa di Geppetto e l’autore ci fornisce le didascalie. Non è una casa borghese, ma un rompicapo dada che prende luce da un sottoscala, con un trompe l’oeil nella migliore tradizione del realismo. Una sedia, un letto, un tavolino, tutto di poco pregio. Dove porta la scala? Da nessuna parte. Appartiene a un altro appartamento? No, la casetta di Geppetto sorge solitaria ai margini del paese. Forse  è una casa incompiuta. Il monolocale funge da laboratorio di falegnameria. Potrebbe anche essere la sede fredda e spoglia di una piccola compagnia di mimo nella quale Geppetto si esibisce per un pubblico assente. Ha tra le mani un pezzo di legno con cui interagisce come se fosse il pupazzo di un ventriloquo ancora privo di parola, ma capace di combinargli brutti scherzi. Il gustoso e sofferto monologo trova conclusione in un gioco d’ombre dietro il fondale neutro che ci porta per la prima volta sulla strada. La strada è il regno di una legge prepotente e incapace di dare la giusta valutazione dei fatti; e di una folla di perdigiorno maldicenti altrettanto ottusi per quanto concerne la comprensione della realtà che si mostra ai loro occhi ciechi. La strada, insomma, è prevaricazione e calunnia. Una trappola.
Segue una scena drammatica. Pinocchio, che sapeva solo ridere, ora sa recitare, probabilmente per esigenze di copione, dato che non ci si vuole accontentare di una pantomima. La sua prima performance è un thriller. La tensione è subito creata da una colonna sonora da incubo: cri-cri-cri…  Il grillo l’accentua con il moralismo, la saccenteria, l’invadenza. Il pubblico, a ogni sua provocazione, pensa: taci, se no finisce male. Infatti, il breve confronto finisce male, con un grillicidio in diretta, senza la mediazione del fuori scena e della rhesys come avrebbe fatto Euripide. Spiaccicato sulla parete: cri-cri-cri (smorzato, con l’eco). Buio. In questo buio inquinato per esigenze di pubblico dalla luce criptica del sottoscala che a sua volta prende luce… da dove? da una crepa nel muro?... in questo buio si muove un burattino loquace che ama monologare per raccontare la fame primitiva che lo sconvolge. Un esercizio di stile. L’interprete passa in rassegna: pentimento, buoni propositi, scoramento, sfinimento, euforia, indecisione, stupore, rabbia, disperazione… e di nuovo senso di colpa e pentimento.
Ci vuole un grande attore, per fare tutto questo. Oppure un burattino.

Secondo atto del thriller. Una ventata che è come la zampata di un orso strappa via il fondale neutro e tuoni e fulmini mostrano una scena desolata: “Pareva il paese dei morti”. Un morto c’è, il Grillo. Un altro è prossimo a diventarlo: Pinocchio, malato di fame terminale. Siamo in un dramma elisabettiano? Impossibile, con un protagonista come Pinocchio. Egli è il servo sciocco della commedia plautina che dopo essersi preso una secchiata d’acqua in testa si brucia i piedi sullo scaldino: bello ridere delle disgrazie altrui! Le farse presuppongono scherzi e vittime e le vittime non hanno nessuna voglia di ridere. Tanto più che quando è stato assegnato il nome di farsa a questi intermezzi il protagonista era un diavolo precursore di Arlecchino, e siamo nel tredicesimo secolo.

Dopo tanto trambusto, ci vuole una scena da commedia sentimentale. Il ritorno di Geppetto è tutto nell’esclamazione: “Pinocchiuccio mio!” e nell’abbraccio paterno, il primo. La prigione ha fatto bene al vecchietto. Cede al burattino le tre pere (il benservito degli istituti penitenziari?) che però sfrutta per una lezioncina sull’essere troppo sofistici e delicati di palato. Quindi: buoni sentimenti, forte senso della famiglia, moralismo. Sì, ci troviamo in un teatro di fine Ottocento. Tenuto d’occhio dal parroco: ogni forma d’arte dev’essere educativa. Il quadretto si completa con ulteriore generosità da parte di papà Geppetto: restaura i piedi di Pinocchio (dopo averlo lasciato implorare a lungo) e gli procura un Abbecedario svendendo l’unica casacca che dovrebbe difenderlo dal gelo dell’inverno. Chi ama, soffre. Infatti, finora i sacrifici che Geppetto predica a Pinocchio li fa solo lui: Pinocchio incassa e fa finta di niente. Forse questo teatro vittoriano non è così educativo come vuol far credere. S’insegna tanto, ma s’impara poco. E l’Abbecedario non sarà il Giannettino del Lorenzetti che ebbe fortuna, ma dispiacque ai governativi perché… non si può insegnare divertendo!

L’Abbecedario è il mezzo per entrare nel Gran Teatro dei Burattini, che è poi la vera casa di Pinocchio, pur essendosene dimenticato. Qui facciamo la conoscenza di colui che è stato spesso identificato con l’Orco, ma non è per niente Orco, è l’imprenditore di quei tempi senza né sindacati né leggi sul lavoro: Mangiafuoco. Ma quanto fuoco c’è in questo libro! Per vedere quanto, seguite Manganelli nel suo “Pinocchio: un libro parallelo”; vi fa esplorare altri colori, oltre al rosso, come il bianco e il nero. Il teatro dei burattini. Ricordo ancora l’emozione quando, in età di scuola elementare, ho assistito allo spettacolo di una delle ultime grandi compagnie girovaghe. In realtà, si trattava di marionette, come sembrano anche queste di Collodi. E l’impressione che fossero vive era fortissima. Infatti, queste sono vive. Tanto vive e sfrontate da tenere testa al pubblico e da deciderne i tempi: mettetevi in pausa, c’è Pinocchio!
Come in tutte le rappresentazioni di marionette, se non c’è la guerra c’è un malvagio assassino, e se manca quello ci sono comunque indigenze e malefici. Dopo la festa, la spavalderia dei burattini si spegne con l’arrivo di Mangiafuoco. La sua è un’impresa redditizia e lui sa bene come farla funzionare: risparmiando sulla forza lavoro. Gli operai hanno così poca importanza (trova ovunque dei morti di fame disposti a sfacchinare per una miseria) che può usarli come combustibile. Siamo in un romanzo di Dickens messo in scena da un regista coraggioso che sfida i tempi, parlando di sfruttamento e di infelicità delle classi subordinate e subornate, le cui vite sono comprate per pochi spiccioli. Nella drammaturgia, non manca la nota eroica, ma qui non c’è un arruffapopoli, ma un burattino che si sacrifica per l’amico. Insomma, non si esce dal patetico. Tanto da portare alla commozione l’insensibile Mangiafuoco che diventa una mammoletta, a dargli credito. E non fa, quindi, anche l’elemosina che gli sistema la coscienza? Così può continuare a sfruttare i burattini e a buttarli nel fuoco per arrostire il montone, cibo da ricchi. Addirittura un bacio! Come fanno i politici e i papi, i genitori distratti e gli amici traditori. Tutto, purché Pinocchio se ne vada: certe idee di libertà e di eroismo sono come un virus letale per gli affari.
Insomma, Ibsen c’è e non c’è, ma si affaccia.

La partecipazione straordinaria del Gatto e della Volpe ci riporta a quell’idea di teatro panteista che aveva stimolato Aristofane e altri a mettere in scena uccelli, vespe, rane, cavalli… I confini tra vegetale-animale-umano si fanno labili e si può passare da uno stato all’altro in nome della Vita con l’iniziale maiuscola. Qui abbiamo un gatto, animale domestico, animale del dentro; e una volpe, animale selvatico, del fuori. Una coppia bene assortita per il comune progetto di abbindolare gli uomini. Sono ambedue infidi, ostinati, crudeli. Sono i classici predoni di strada. Un bel pezzo di teatro d’intreccio, una novella boccaccesca portata all’estremo, in cui le figure negative non sono solo imbroglioni, ma esseri malvagi che non meritano pietà; e infatti li aspetta un futuro di desolata solitudine e miseria.
La drammaturgia prevede tre atti, in un crescendo emozionante che alla fine, però, lascia l’amaro in bocca. Ma come? Il signor Collodi, dopo tanta passione espressa per il suo burattino, lo abbandona appeso al ramo di una quercia, morto? Ma che finale è? Stiamo a vedere. Il primo atto si svolge per strada, fucina di tutti gli incontri e di tutte le avventure, calderone fumante della vita nei suoi sapori più genuini. Un incontro che svela le reciproche esigenze: dalla parte di Pinocchio il desiderio di avere tanti soldi per risarcire Geppetto e per avviare un’esistenza di bagordi senza la scuola e il lavoro; dalla parte dei due delinquenti non solo questo, ma anche il gusto di dimostrare quanto sono furbi loro e quanto stupidi gli altri: c’è un odio, in loro, nato da chissà quali traversie nel passato, o da chissà quali rivalse (forse odiano la propria condizione di animali e sognano di diventare uomini come Mangiafuoco).
L’impresa continua, nell’atto secondo, all’interno di una locanda-trappola, dove s’intuisce che il Gatto e la Volpe non sarebbero tali senza la complicità di tanta brava gente che, sempre per soldi, li protegge e li asseconda. Se la strada è pericolosa, non lo è da meno un luogo pubblico come la locanda. Insomma, si è al sicuro solo a casa propria! Ed ecco l’atto terzo di questo dramma brechtiano. Pinocchio, catturato dagli assassini, muore impiccato. Quali le colpe? Essersi fatto ingannare, aver dato credito a persone civili come il locandiere, essersi illuso che una casa contenga sempre gente per bene pronta ad accogliere (e invece la casina nel bosco è una casa di morti o di bambine che si fingono morte); e infine non avere dato retta al Grillo che ritorna dall’aldilà per dargli il giusto consiglio (la caparbietà dell’educatore!). Attento, Pinocchio, direbbe Brecht, hai ragione a dire: “Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno dei consigli.” Ma se non provvedi tu stesso a sostituirti con la tua testa, riflettendo sull’esperienza, ai condizionamenti altrui, che ti rimane? L’incapacità di valutare che cosa per te sia bene o male.
E qui Collodi-Lorenzini vuole mettere la parola fine. Un invito a una presa di coscienza ancora poco chiara: guardate come finiscono i ragazzi di strada che nessuno aiuta, e questa sarebbe una società civile? Perché abbandoniamo i giovani alle grinfie dei criminali? L’azione educativa è fallita! E così via.

Ma lettori e casa editrice esigono una continuazione e Collodi ci presenta la seconda parte intitolata “Le avventure di Pinocchio” (la prima era “Storia di un burattino”).
Incomincia con un colpo di scena della bambina dai capelli turchini, che decide di non essere più morta e di aiutare il burattino. Adesso è una Fata a tutti gli effetti, infatti comanda che è un piacere. Il Can-barbone e la carrozza non ci fanno pensare a Molière? Siamo nel Seicento e la Fata è una dama con tanto di neo e borotalco sulla parrucca, trucco pesante e profumi asfissianti, vestiti ingombranti e capricci a non finire: lei è comunque un’aristocratica.
Tutto quello che segue è una gradevole commedia di Molière, con tanto di medici senza scienza, medicine amare non testate, sceneggiate funebri e atteggiamenti da misantropo che chiede solo una cosa: di essere lasciato in pace con la sua libertà stradaiola.
Molière non basta, tuttavia, per interpretare le scene successive nel paese di Acchiappacitrulli. Ci vogliono autori novecenteschi come Beckett e Ionesco per mettere in scena i dialoghi con il Gatto e la Volpe, il Pappagallo, il giudice Gorilla e il signor serpente.
E alla parte più dura dell’arte recente, quella in bianco e nero, del teatro dell’assurdo, espressionista e dadaista, futurista e verista, quella che sfocia nel teatro dell’oppresso e di liberazione, nella performance di strada del Living e nella narrazione civile e di denuncia. 
Messo alla catena da un altro dei tanti padroni presenti nel romanzo, Pinocchio vive un altro dilemma brechtiano: fedeltà a lui da cui dipende il proprio destino o ai nemici che attaccano il padrone nel suo punto debole, la proprietà? Come tante vittime, Pinocchio sceglie la  via del collaborazionismo e viene premiato con la libertà.

Possiamo definirle siparietti, le successive scene, brevi intermezzi che introducono un nuovo genere, il musical. Pinocchio perde Geppetto e ritrova la Fata, questa bambina-sorellina-signora-mamma (e non moglie) che i critici ora riferiscono al mondo delle fiabe ora a quello del mito; e non manca chi le mette l’aureola e la consacra addirittura Madonna. Resta comunque una donna bugiarda, incoerente, cinica, insensibile, prepotente, antipatica. Altro che fatina! D’altronde, i tanto lodati capelli turchini, sono un pugno nell’occhio da signora attempata esibizionista o insicura che non ha un buon rapporto con il proprio corpo. La Strega dell’Est?
Tutto sa sempre di flash back: qualcuno rimprovera Pinocchio e gli indica la retta via; Pinocchio si accalora in promesse e giuramenti e per un breve periodo fa il santarellino. Poi di nuovo il disastro. Siamo in un clima di ritorni, ripetizioni e ridondanze: ritorno a casa della Fata e promesse; un secondo Mangiafuoco ancora più mostruoso, il pescatore; il cane Alidoro… e stavolta, invece dei burattini affettuosi, una masnada di compagni di scuola con i quali fare una rissa epica. Essa offre all’autore, autore anche di manuali scolastici, i primi dell’Italia Unita, la possibilità di scaraventare in mare i libri noiosi in uso all’epoca, che infatti perfino i pesci disdegnano.
Insomma, tra cento digressioni e qualche mostro in più, degno dei musical di Broadway (ricordate la Piccola bottega degli orrori?), Pinocchio approda nel Paese dei Balocchi.
Un’altra simmetria. Tre atti per raccontare una storia simile a quella del Gatto e della Volpe.
Atto primo: sogni di una vita di baldoria. Atto secondo: la dura realtà delle tragedie consumate nell’indifferenza generale. Atto terzo: la morte triste del protagonista, là impiccato e qui affogato.
La parte centrale è la più interessante e offre molteplici piani di lettura. Pinocchio si trasforma in un asino e lavora nel circo. Davvero è solo colpa sua? Quando un uomo si trasforma in asino, iena, squalo, belva, serpente, maiale, faina… è davvero solo colpa sua? In quale punto della propria vita, con un atteggiamento diverso, avrebbe potuto evitare la metamorfosi? Ma, quello che è più importante: chi è responsabile dello sfruttamento di Pinocchio-ciuchino? L’odioso e disumano (certo un alieno, gli uomini non si comportano così; eh, no, signora: non serve fare ricorso agli alieni, sul pianeta c’è tutto un catalogo di uomini perfino peggiori) Omino di Burro (uscito da un incubo)? Il direttore del circo? E gli spettatori? Ridono del somaro e addirittura pagano per assistere alle sue sofferenze.
Questa seconda messa in scena di uno schema drammaturgico fatto di illusione masochista, disinganno, punizione, trova il proprio ambito sul palcoscenico attrezzato di tutto ciò che la moderna tecnologia può offrire. Grande palcoscenico, grande orchestra, validi cantanti, stuoli di ballerini, acrobazie e coreografie entusiasmanti, effetti speciali strabilianti e applausi scroscianti. 
Pinocchio prepara la propria apoteosi, che sarà modesta e avverrà tutta in un monolocale male arredato, riscaldato solo da una pittura sul muro di nessun valore artistico.

La sua resurrezione (vegetali e animali, animali e umani, vita e morte… macedonia cosmica) ci porta finalmente al finale. In un ventre di pesce che può essere una tana tra le radici della grande quercia o l’utero di chissà quale femmina, magari nemmeno umana, perché di donne non è che ce ne siano tante, in questo libro; e la Fata non è tipo da affrontare una gravidanza: lei educa, non alleva; e tantomeno partorisce.
L’incontro tra Pinocchio e questo nuovo Geppetto che si è arreso e fa solo il vecchietto e non più il nonno gendarme è rivelatore di un’altra definitiva metamorfosi già avvenuta nel burattino. A guardarlo, è come prima. Ma, come gli dirà a breve la Fata (si sta già dedicando a un altro progetto e per non perdere tempo gli appare solo in sogno: “In grazie del tuo buon cuore…”), il suo buon cuore, buono perché ora è in sintonia con i desiderata dei vecchietti, dei carabinieri, dei pappagalli, dei grilli e delle fate, fa sì che egli non sia più il burattino combina guai, ma “un ragazzino perbene”.

Che teatro è, questo? Quello che la vince sempre. Rassicurante, assomiglia tanto alle produzioni cinematografiche di storie lacrimose edificanti che poi si scopre hanno per finanziatori fabbricanti d’armi, pescecani (quelli veri) della Borsa, miliardari avidi, estremisti nazionalisti, fanatici religiosi… Il finale di Pinocchio ci rassicura su tanta produzione di Letteratura per ragazzi: diciamo loro che bisogna essere cittadini rispettosi delle leggi (tutte!) e religiosi e caritatevoli (non significa solidali) e patriottici; diciamo che il mondo è bello e che se qualcosa non va lo aggiustiamo subito; e che tutti hanno una possibilità di essere felici e di arricchire; e che chi muove critiche è un sociopatico.
La scena in cui Pinocchio osserva il burattino “appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le gambe ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo” e dice solo “com’ero buffo”, e nient’altro, lo seppellisce così, come una cosa buffa… è tra le più amare e avvilenti della letteratura.
Ma peggio ancora quando nella stalla ritrova Lucignolo. Prova dispiacere, forse; infatti, “presa una manciata di paglia, si rasciugò una lacrima che gli colava giù per il viso” (a uso e consumo degli spettatori che amano commuoversi). E rimproverato dall’ortolano spiega: era un mio amico… ma poi precisa: un mio compagno di scuola…  e ci manca: uno che conoscevo così così. Ecco, Lucignolo è subito dimenticato. Come un brutto incidente, una caduta nell’eresia che è meglio lasciarsi alle spalle. Ora Pinocchio deve lavorare e lavorare, studiare e studiare, rinunciare per il momento a… un vestito nuovo? La sua prima spesa importante è per un vestito? Allora è proprio vero, è diventato umano. E poi deve salvare la Fata (ma è giusto salvare le fate che possono autosalvarsi con i propri poteri?) e accudire un vecchio per il quale costruisce un carrettino, così subisce un’altra metamorfosi, quella in badante che spinge la sedia a rotelle. Ma quella Fata! Come le madri che si fingono malate e distrutte da mille disgrazie per imprigionare nella propria mente i figli, ai quali risulta impossibile la libertà dei burattini.
Il libro, in pratica, finisce con un necrologio.
E il teatro? Il teatro, per fortuna, non finisce mai.






venerdì 7 agosto 2015

L’ACIVILTÀ CANZONETTARA

I format musicali per la scoperta dei nuovi cresi delle sette note sono numerosi. Essi mostrano non solo gli atteggiamenti dei concorrenti e delle giurie, ma anche quelli dei familiari in trepidazione, che affidano al genio di casa la responsabilità di toglierli dall’anonimato e di renderli ricchi oltremisura.
Oltre alla musica, non trascuriamo la danza. Piccole Fracci nostrane e piccoli Nureyev d’oltremare che “danzano dall’età di tre anni e ora la danza è tutta la sua vita” dicono le madri degli impuberi che non hanno ancora terminato la scuola elementare.

C’è una frenesia, uno sballo bacchico, intorno a questi audaci adepti di Tersicore e… ehi, non c’è una musa della canzonetta! Possiamo cedere Calliope, che dall’epica passa così alla rima baciata. Dicevo: uno sballo che investe i vip dai giudizi ora cinici e spietati ora bonari e addirittura amorevoli (a discrezione degli sceneggiatori); e i concorrenti che non pensano ad altro che a “migliorare sempre più me stesso perché io sono qui per vincere”; e le famiglie (“Gli abbiamo dedicato il nostro tempo libero, vogliamo che sia felice”); e il pubblico, che piange, ride, urla, sospira, batte le mani fino a spellarsele, dice idiozie; e i tecnici che se sbagliato un effetto speciale si suicidano, chi non è all’altezza fuori; e gli sponsor che di tutto fanno un mercato, anche dei sentimenti, delle convinzioni religiose, delle disabilità, degli scandali, dell’imbecillità.
Dioniso regna sovrano. Ma dubito che sia lui. Questo è solo un demone incontrollabile, figlio della Coca-Cola, che si prende gioco del mondo.

Spesso questi giovani che cercano il successo hanno abilità straordinarie, coltivate con anni e anni di sacrifici. Ma appunto perché fanno tutto per il successo le loro abilità divorziano dalla passione originaria e veleggiano verso avventure simili a quelle dei primi navigatori: qualcuno sbarca a Manhattan, altri s’inabissano.
Quello delle canzonette è un mondo d’emozioni. Ma emozioni scollegate dal contesto. Anche quando i testi affrontano tematiche importanti quali la giustizia sociale, l'emarginazione, l'ecologia... L'emozione è decontestualizzata e quindi innocua, e di conseguenza promossa a pieni voti dal potere.
Cantare insieme, cantare d’amore, cantare di sensazioni immediate, facili da provare senza danno per la salute, cantare con il cellulare sbandierato, cantare per le telecamere, cantare per le lacrime che non esprimono dolore, ma partecipazione. Ecco, sì, ci si sente insieme. Insieme a chi? A tutti e a nessuno. Cantare, infine, per condividere la fama. “Ce l’ha fatta” si dice. Tutto risolto, è un dio in terra. Eh, il divismo. Storia vecchia. La stagione magica della tragedia greca è durata poco più di un secolo, e poi gli attori dilettanti sono diventati subito divi. Con tutte le pretese, le arroganze e le schizofrenie del caso.
Il governo, un tempo, provvedeva a potenziare l’attività fisica nella scuola per fabbricare soldatini pronti a obbedire ciecamente e a farsi ammazzare in difesa della patria (e dei privilegi degli oligarchi). Oggi all’attività fisica si aggiunge quella musicale, con l’intento di diffondere le canzonette come un virus benefico. I nuovi poeti sono i cantautori, la grande musica è quella scombinata delle discoteche. In tutti i paesi furoreggiano i corsi di canto, strumento e danza, preludio a un ingaggio televisivo e all’isola dei famosi che una volta si chiamava paese della cuccagna. I cantanti di grido vengono proposti come ambasciatori di pace, filosofi, intellettuali, tuttologhi, santi (medesimo meccanismo per i protagonisti degli avvilenti film hollywoodiani). Nel testo di una canzone sembra celarsi il destino ultimo del mondo e non c’è ambito sociale la cui colonna sonora non sia l’hit del momento. Mass media, politica, cultura, storia, letteratura, arte… tutto si sta piegando alle esigenze dei divi del concerto e si piega talmente da spezzarsi la schiena.
Non parlo di inciviltà, ci siamo già dentro (come si può parlare ancora di civiltà quando si organizzano guerre di conquista mascherate da “dio lo vuole!”, quando si distruggono le foreste, s’inquinano gli oceani e l’atmosfera, si affama il mondo, si abbandonano a un destino di patimenti e morte la maggior parte degli abitanti di un pianeta devastato?). Ma di aciviltà: porsi al di fuori di ogni processo di miglioramento, dedicarsi solo al proprio benessere, ignorare ciò che non va in nome di un’esaltazione folle della perfezione del proprio cortile, coltivare sentimenti di odio, rifiutarsi alla cultura.
Le emozioni. Facili, immediate, gratificanti, inutili, controproducenti, stupide. Sembra che il fine ultimo dell’esistenza sia procurarsi questi stati d’animo fasulli, nati dal niente, sui quali si fonda la potenza economica dello star system, dei social network, della politica furbastra.
Tutti alla ricerca del momento emozionante, per sentirsi vivi.
Ma la vita è altro, e la vita la si può sentire davvero solo se la si ascolta in tutta la sua ricchezza fonetica e semiotica. La vita non sussurra solo lacrimucce sciocche, ma strepita e minaccia e ulula e strilla e farfuglia e farnetica e tace e parla senza dire. Così è la vita.
Comodo, per il potere, dare sempre più spazio alla canzonetta (strettamente d’autore) a scapito per esempio della scrittura. Questi ragazzi cantano, digitano, suonano, ballano… ma non fateli scrivere. E nemmeno leggere, per favore. Chi scrive e chi legge pensa. Non fateli pensare, per carità. Chi pensa prima o poi si accorge di quanto siano delinquenti e ignoranti quelli che tengono le redini del mondo. A scapito, sempre per esempio, del teatro. Il teatro? Ma sì, pur che non vada al di là delle emozioni dei piccoli eventi (ora tutto è evento), quelli d’amore; e  di casi personali che possono anche toccare la storia e la politica, ma sempre in piccolo; una cronaca, insomma, come c’è sui giornali e alla tivù, che non fa male a nessuno, gli scandali si dimenticano in fretta; ma non date al teatro quello che è eresia pura, il tono epico. Non torniamo ai miti, siamo matti? Quelli ci scardinano il sistema. Non fategli guardare il mondo dall’alto e da lontano! Tenetelo dentro la fognatura di questo nostro angolino arredato dall’architetto che ci va bene così com’è; e se proprio rompono dategli i concorsi prestigiosi, le sale prestigiose, le prime prestigiose, mandateci il presidente della repubblica, con la benedizione del papa. E se non gli basta lasciategli pure i miti, ma la tragedia greca mettiamola in scena con i tempi lunghi e la staticità che la rendono noiosa e inefficace: la gente vuole emozioni, mica discorsi tragici!
E soprattutto convertitelo in musical, il teatro. Il musical fa bene alla depressione; e adesso tutti in formazione che facciamo un flash mob.
Ehi, tu, accendi la videocamera! Questo è un evento, lo mettiamo su Youtube.



giovedì 6 agosto 2015

UNA POESIA DI BRECHT

TEBE DALLE SETTE PORTE



Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì ?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò ? In quali case, 
di Lima lucente d’ oro, abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’ archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide,
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’ India
da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse quando la flotta 
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi
oltre a lui l’ ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’ uomo.
Chi ne pagò le spese ?

Quante vicende,
tante domande.

Bertold Brecht

giovedì 30 luglio 2015

PINOCCHIO COME UN ERACLE DI TRAGEDIA

Aquilino
PINOCCHIO COME UN ERACLE DI TRAGEDIA

Questo scritto è un gioco suggerito dalla stesura di un testo teatrale per ragazzi (“Nel paese dei mi piace”). Rileggendo Pinocchio, mi è venuto da pensare alla vita tragica di un burattino che sogna di diventare ragazzo e fa di tutto per non diventarlo; e di un ragazzo costretto a barattare la propria identità con la rinuncia alla vitalità del burattino, che ridiventa un pezzo di legno da catasta e quindi da focolare; il tutto sullo sfondo di una società scombinata e violenta. Pinocchio dovrebbe essere, nelle intenzioni dell’autore, il modello per imbrigliare le forze istintuali e realizzare un mondo più giusto e civile. Una Ananke,  una necessità, questa trasformazione che costa sangue e lacrime e che non risponde alla domanda: ne è valsa la pena?

Rileggendo Pinocchio con un occhio alla tragedia greca, ecco farsi avanti Eracle, creato da Zeus per civilizzare il mondo e operare il passaggio dall’età del bronzo a quella del ferro, dall’età degli eroi a quella dei filosofi, dei matematici e dei politici. Ne è valsa la pena, per lui? Non è una domanda valida, perché anche la sua vicenda è dominata da Ananke. Così doveva essere, così è. Oppure poteva finire in modo diverso? Poteva Pinocchio diventare ragazzo senza rinunciare al burattino? Al contrario, poteva Eracle portare a termine le proprie imprese rinunciando alle vendette e alle soddisfazioni immediate a spese degli altri? L’uno e l’altro sono stati liberi di decidere, oppure davvero Ananke, il Fato, il destino, la ragion di stato, il dogma, il sistema… condizionano le vite fino a renderci alienati nei confronti di noi stessi?

La nascita di Pinocchio è evoluzionistica e al contempo metamorfica. Da ciocco mineralizzato, combustibile destinato a dissolversi in fumo, dotato comunque di parola, a manufatto ligneo finalizzato alla comodità umana; poi germoglia in un simulacro umanoide e prende infine forma di burattino vivo, dotato di pensiero proprio e destinato a salire al massimo grado di vita terrestre: un essere umano (ed Eracle un dio). Non è una nascita tranquilla, in parte perché l’embrione è di poco conto: “Non era un pezzo di lusso, ma un semplice pezzo da catasta.” Uno tra mille, creatura anonima a cui non viene ancora riconosciuta un’anima, schiavo sottomesso al quale non si risparmiano sofferenze e angherie: “Ohi! Tu m’hai fatto male!”

Diversa è la nascita di Eracle, dominata dall’inganno: Zeus raggira Alcmena assumendo le sembianze del marito; Era raggira Zeus facendo nascere per primo Euristeo, che soffia a Eracle il trono miceneo. Ma le bugie non sono una caratteristica di Pinocchio? E la violenza non appartiene al mondo di Eracle? I due si completano a vicenda, facendosi al contempo specchio l’uno dell’altro. La loro  nascita, in sintesi, è violenza e inganno.

Nel ciocco amorfo c’è già lo spirito di Pinocchio che vuole sì vivere, ma non soffrire; e questo è impossibile, come ci dice Euripide nel frammento del “Cresfonte”: “Sarebbe invero opportuno che noi ci radunassimo a piangere la casa dove qualcuno viene alla luce, considerando i molteplici mali dell’umana vita; ma chi morendo pose fine ai gravi travagli, a questo gli amici dovrebbero celebrare le esequie con ogni lode e gioia.”
E Sofocle nell’”Edipo a Colono”: “Non veder mai la luce / vince ogni confronto, / ma una volta venuti al mondo / tornar subito là da dove si giunse / è di gran lunga la miglior sorte.”
Ecco prefigurato il destino del pezzo di legno: trasformazioni, sofferenze, colpi di testa fonti di guai, fughe e ritorni, ricerca di un’impossibile felicità, promesse vuote, eroismi. Un’inquietudine incessante e insoddisfacente, che rende comunque la vita piena e significativa.
E dopo tutto questo? Un bravo ragazzo che va a scuola e accudisce il padre anziano, tutto casa e scuola, tutto d’un pezzo, tutto uguale a mille altri ragazzi bravi cittadini: un esercito di schiavi.
Non somiglia per niente all’apoteosi di Eracle. O forse sì?

Ritorniamo, però, alla nascita di Pinocchio. Dopo il trauma, gli si prospetta un avvenire avventuroso e ricco di soddisfazioni (dal punto di vista di Geppetto, che s’immagina un figlio obbediente e lavoratore, dal quale farsi mantenere; un progetto di parecchio ridimensionato rispetto a quello di Zeus che investe addirittura la storia dell’umanità): “… un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino.”
Il mondo è uno dei leganti dei due personaggi: la loro casa è sempre fuori, nel mondo. Un mondo dapprima di terra (il Peloponneso e i dintorni della casa di Geppetto) e poi di acqua (il Mediterraneo e il mare del Pesce-cane).
Pinocchio pare entusiasta del progetto ed è lui stesso a precipitarsi da Geppetto: “Il pezzo di legno dette uno scossone (…) e andò a battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.” Insomma, è lui stesso a scegliersi il padrone. Ironia tragica.
Ma, una volta a casa, man mano che il Pigmalione-demiurgo realizza il capolavoro, ne ricava occhiatacce, derisioni, dispetti e calci. E infine, a conclusione di una nascita davvero travagliata, la creatura, più Frankenstein che Galatea, si dà alla fuga. “Sciagurato figliolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene!” Eppure, lui e Maestro Ciliegia hanno appena fatto rissa per ben due volte, con una pantomima da commedia dell’arte o da teatro dei burattini (ma… siamo tutti burattini?) e scambio di botte e insulti indegni di due gentiluomini. Questa è solo la prima avvisaglia: vedremo sempre più spesso umani e adulti comportarsi da delinquenti, senza paragone rispetto alle marachelle del burattino-bambino. La stessa situazione trova Eracle nel mondo, una situazione di ingiustizie e sopraffazioni.

Nei primi tre capitoli sembra condensato il significato di tutta l’opera: il creatore s’illude di possedere e di gestire la propria creazione, che si stacca da lui e cerca vita autonoma. Pinocchio dà più retta ai furbastri della vita di strada che al moralismo di Geppetto, del Grillo e della fata. Eracle, una volta compiute le dodici imprese su mandato, che dovrebbero stroncarlo e invece lo rendono sempre più forte e sempre più violento e sempre più audace (non arriva a fare rissa con gli dei?), va in cerca di non sa nemmeno lui che cosa: la rivalsa sui torti subiti, la ricerca di gloria e ricchezza, l’abbandono ai piaceri, l’amore passionale e prepotente… come una nave di naufragio, che non trova porto in cui ripararsi. 


A differenza di Pinocchio, il semidio non proviene da un pezzo di legno, ma dai lombi di Zeus. La differenza si vede, e come! Ancora in culla, Eracle ammazza due serpenti, fatto prodigioso. Anche il burattino farà morire un serpente gigantesco, ma per una convulsione di risa: un’impresa da teatrino! Come Pinocchio, Eracle deve essere educato. Entrambi  mostrano un’insofferenza mortale per i maestri. Eracle usa uno sgabello contro l’insegnante di musica Lino, Pinocchio un martello contro il tuttologo Grillo Parlante.
Ecco, per entrambi il dado è tratto. Le Erinni si scatenano. I due devono espiare.
Pinocchio, per la precisione, il dado l’ha tratto poco prima, fuggendo dalla casa di Geppetto. Ha inizio qui il suo rito di passaggio, un lungo periodo di transizione che si conclude solo la mattina in cui si sveglia ragazzo.

Van Gennep e Turner ci insegnano il meccanismo: separazione, transizione e reintegrazione. In particolare ci interessa la liminalità della fase di transizione, quando il soggetto è posto fuori dai confini del mondo di appartenenza e deve rientrarci trasformato, operando per esempio il passaggio da bambino ad adulto. Nel caso di Eracle, da umano a immortale.
Pinocchio, dunque, scappa dalla casa di Geppetto. “Birba d’un figliolo! Non sei ancora finito di fare e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!” esclama il papà-creatore che ha le idee chiare e definitive sulla dicotomia male-bene. Non si pone la questione di una corretta elaborazione del rispetto mediante la reciproca conoscenza e interazione. Nemmeno Zeus si è mai posto la questione di informare Eracle dei propri piani. L’uno e l’altro hanno tra le mani un burattino di cui intendono servirsi, al di fuori di ogni confidenza. Tutti i diritti li ha quindi il creatore, il creato deve avere solo doveri.
L’uccisione del Grillo Parlante è un gesto di rottura subitanea e brutale con la tradizione. Un gesto di Hybris, di arroganza, di lacerazione dell’ordine divino. Tra i due non c’è possibilità d’intesa. Il Grillo suggerisce studio e lavoro, Pinocchio ha altre idee: “Mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.”
Quando si apre la fase della liminalità, tuttavia, prende risalto la sua inadeguatezza. Non è in grado di procurarsi da mangiare: l’uovo della frittata è un pulcino in fuga. Nemmeno di esplorare il mondo: i piedi prendono fuoco. Pinocchio rimane inchiodato nella casa di Geppetto, impossibilitato a fare esperienze di autosufficienza. Per di più, Geppetto non lo aiuta certo nella sua ricerca di autonomia. Torna dalla prigione e lo perdona, gli ricostruisce i piedi, gli cede la propria colazione, gli fa il vestito (ora di carta, un vestito fasullo per un bambino incompleto; alla fine sarà di stoffa, un abito serio per un ragazzo perbene), vende perfino l’unica casacca per fornirlo di sussidiario come tutti gli altri scolari. Quanti sacrifici fanno i genitori per i figli! E quanto glielo rinfacciano!
Il suo interventismo misericordioso interrompe il rito di passaggio e tarpa le ali al burattino. Gli nega ogni indipendenza, lo vuole asservito a sé e ai propri progetti. Il suo non è un rapporto educativo efficace e rispettoso delle diversità, ma un’ideologia di formazione come modellazione d’argilla: una forzatura, una violenza. Viene insomma invertito il rapporto adulto-ragazzo e Geppetto si dimostra immaturo e incapace di educare un figlio come persona emancipata.
Zeus, l’onnipotente, non fa che dichiarare quanto gli sia caro l’ultimo eroe, il migliore. Ma non si oppone agli imbrogli di Era e lascia che scateni Lyssa per farlo impazzire. D’altronde, lui è un politico, opera con i compromessi, manovra per finalità alte che non danno importanza ai dettagli delle individualità.
Nel rapporto padre-figlio manca l’affetto vero, quello che riconosce la necessaria distanza tra educante ed educando, e che fa il bene dell’educando in ogni caso; e quindi non è un rapporto forte.

Pinocchio, appena esce di casa, lo tradisce e cede l’abbecedario per un biglietto del teatrino dei burattini. Da quello che finora ha visto, il mondo grigio degli umani non lo attira quanto quello colorato e spontaneo dei burattini. Essi lo accolgono come un fratello, dandogli finalmente l’amore e l’attenzione e il rispetto mancati in casa di Geppetto.
Ma… il suo rito di passaggio? Sta per rinnovarsi; tuttavia, prima di affrontare le incognite della liminalità, egli deve darsi un’identità meno generica di quella di burattino: deve diventare un eroe. La disponibilità ad affrontare prove dure è già di per sé eroica. Ma a che cosa portano tali prove? Al loro superamento, è prevista la scoperta di una nuova realtà? Addirittura di una nuova società? Può l’infrazione delle regole portare altrove, in un mondo finora solo sognato? No, il ritorno previsto è nell’ambito della tradizione. Si tratta solo di una riconferma dei ruoli  sociali.

Anche Eracle si trova bene nella liminalità sul monte Citerone, in una dimensione pastorale che preferisce a quella palaziale. Egli è tipo da gente semplice, non da aristocratici. Non sarà venerato in tutto il Mediterraneo dai popolani e perfino dagli schiavi? Tra le esperienze, non manca l’iniziazione sessuale. Con grande soddisfazione, ingravida le cinquanta figlie di Tespio, sviluppando fin d’ora l’interesse per i piaceri materiali: mangiare, bere, fare l’amore. Insomma, i programmi dei due protagonisti si somigliano. Per Pinocchio, di stampo ottocentesco, essendo per di più burattino-bambino, il sesso è fuori discussione: nemmeno un accenno. L’unica bambina con cui ha a che fare, a scanso di pericolosi sviluppi, si trasforma in fretta in donna, al di fuori della sua portata. Quindi, un rapporto tra fratello e sorella, e poi tra figlio e madre, più che un palpito erotico per i seducenti capelli turchini.

L’occasione eroica per Pinocchio viene da Mangiafuoco. “Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d’inchiostro… La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro, e con le mani schioccava una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme.” Il primo dei mostri che incontra durante le sue peripezie: i conigli-becchini, il serpente orribile, il Pesce-cane, il pescatore, l’omino di burro… (dai colori scuri, contrapposti al bianco funereo delle case della fatina, come rimarca Manganelli nel suo libro parallelo). Parenti minori dei mostri di Eracle: leone di Nemea, idra di Lerna, cinghiale di Erimanto, uccelli di Stinfalo, cavalle di Diomede, donna serpente, Cerbero, cercopi, Acheloo… legati a una geografia reale, mentre quella di Pinocchio è una mappa infantile. D’altronde, qui si parla di un eroe bambino e di un eroe adulto.
Disposto a immolarsi per salvare Arlecchino, ora Pinocchio è un Agathos, un uomo valoroso. Anche Eracle si trasforma da ragazzo in eroe uccidendo il leone del monte Citerone, disposto anche lui a mettere a rischio la propria vita, ma per i begli occhi delle principesse tespiadi. Le amicizie di Pinocchio, a parte l’ambigua fatina (sua patrona come Atena con Eracle), sono solo maschili, come d’altronde quelle di Eracle, che ha sempre un amato accanto a sé (Iolao, Ila, Abdero…).

Gli universi eroici e picareschi dei due protagonisti sono di carattere cameratesco. Pinocchio frequenta compagni di scuola e compagni di avventura, ma non ha amici veri; ha a che fare con il burattinaio, i carabinieri, il giudice scimmione, il contadino, il pescatore… e l’unica femmina è la fata, prima bambina che muore e poi donna malata (ci sarebbe anche la lumaca… femmine fragili e lente, quelle di Collodi). Eracle bazzica poco con uomini comuni, pur essendo da loro amato (probabilmente non hanno avuto il permesso per entrare nella storia-mito), incontrando per lo più rappresentanti dell’aristocrazia e regnanti, oppure giganti e criminali. L’elemento femminile è variegato: la madre ininfluente, le principesse tespiadi usate solo come fattrici (in accordo con il padre, felice di ritrovarsi cinquanta nipotini figli di semidio), la dea Era che vorrebbe farlo a pezzi, la moglie Megara da lui ammazzata con i figli, l’amazzone Ippolita la cui fine è ignota (uccisa da lui? uccisa o sposata da Teseo?), le ninfe Esperidi derubate, la donna serpente (un amplesso inusuale), la bella Iole che armerà la mano di Deianira, la regina Onfale con la quale fa del burlesque, la sacerdotessa Auge cui fa violenza, la ninfa Ebe che diviene la sua sposa nell’aldilà con il beneplacito di Era, finalmente placata. Bella differenza con Pinocchio! Sarà che Pinocchio è un burattino-bambino o sarà anche che Collodi-Lorenzini è uomo del suo tempo che ha studiato dai preti. Rapporti molto passionali, quelli di Eracle con le donne: o le deruba o le ammazza o le violenta o ne diviene succube; Iole è solo uno spettro nel suo immaginario e le uniche forse che ha potuto amare (per una notte soltanto) sono le tespiadi; ma qui si parla dell’adolescente. Insomma: un bambino senza rapporti con il genere femminile e un adulto con troppi rapporti fuori dalla norma, dalla violenza all’omicidio. Nel mezzo qualcosa è andato storto, a livello educativo.

Espiata con la liminalità la loro inadeguatezza all’inserimento in società, i due eroi affrontano le relative imprese che dovranno condurli a un ritorno trionfale nell’abbraccio della tradizione. Le affrontano con Enthousiasmos, la forza divina che si manifesta in loro; quella di Zeus in Eracle, e quella di Dioniso in Pinocchio. Entrambi si affannano a correre dietro a seduzioni e mostruosità. Pinocchio su mandato dell’istinto e dell’impulso; Eracle di Euristeo che trasmette la volontà di Era. Entrambi inseriti in una logica di autodistruzione.

La carriera di Eracle comincia male. La follia instillatagli da Lyssa su ordine di Era gli fa uccidere moglie e figli. Per punizione, deve farsi schiavo di Euristeo e compiere dieci imprese (due sono invalidate e due vengono quindi aggiunte). Anche la carriera tumultuosa di Pinocchio non è da meno. Ma la sua non è follia, solo ingenuità e irresponsabilità; o forse meno: sete di esperienza e di esplorazione del mondo, costi quel che costi. E l’errore, l’Hamartia, è in agguato. Non è lui a uccidere, ma lui a essere ucciso. Per mano di due piccoli mostri, un gatto e una volpe. Ha avuto i doni dal burattinaio, cinque monete d’oro, e li ha usati male. Eracle ha avuto in dono le armi dagli dei, ma le usa solo nella guerra contro Orcomeno. Per tutto il resto, gli bastano la clava e l’arco. Si procura l’armatura scuoiando il leone nemeo. Il rifiuto delle armi è rifiuto di onori, e questo non è gradito in una società che sugli onori (soprattutto immeritati) si fonda. Pinocchio è molto disarmato, del tutto in balia del mondo. Impiccato (quante morti e quanta violenza in un libro per bambini!), viene salvato dalla fata, alla quale fa il resoconto delle sue disgrazie, una Rhesis che ripeterà in altri momenti, perché è piuttosto logorroico come tutti i bugiardi e i profittatori, e questo a differenza di Eracle che, a parte le esigenze letterarie, immaginiamo piuttosto scarno di parole.
Ma che fa, lo sconsiderato burattino? Torna dai due malandrini che lo derubano. E lui, la vittima, finisce in prigione! Collodi, per scelta o per caso, comincia l’opera di disgregazione della società presunta perfetta in cui intende inserire il burattino al termine del suo percorso irregolare, una società di giustizia assurda, di criminali a piede libero, di carabinieri sprovveduti, di infanticidi, di donne sole e abbandonate…
Intenzionato a tornare dalla fata, Pinocchio si scontra con il serpente, viene preso alla tagliola ed è costretto a fare il cane da guardia. Non lo voleva così, Geppetto? Alla fine riesce a ripresentarsi a casa della bambina dai capelli turchini, che è morta: “Qui giace/la bambina dai capelli turchini/morta di dolore/per essere stata abbandonata dal suo/fratellino Pinocchio.”
Ecco che anche Pinocchio è responsabile della morte di un familiare! Un piccolo Eracle che ha accenti di dolore equivalenti, un Threnos strappalacrime.

PINOCCHIO: “Perché, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona? (…) Che vuoi che io faccia qui, solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove andrò a dormire di notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! Sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch’io!”
ERACLE (da Euripide): “Ma perché devo conservare la vita, io assassino dei miei amatissimi figli? (…) In quale luogo sacro, a quale riunione di amici sarei ammesso? La maledizione impedisce a chiunque di avvicinarmi. Sarei oggetto di sguardi sprezzanti e di acri frecciate: - Ma questo non è il fglio di Zeus che ha assassinato moglie e figli? Ma che vada a crepare lontano da qui!”
Se una differenza c’è, è che Eracle è consapevole di avere perso la Timè, l’onore; mentre Pinocchio si preoccupa solo della propria sopravvivenza.
Entrambi pensano al suicidio, ma Eracle cambia propositi con l’arrivo di Teseo e Pinocchio di un colombo-messaggero che gli porta notizie di Geppetto. E si tira avanti. Eracle esplora il mondo in su e in giù, testimone degli imminenti cambiamenti climatici, sociali e politici, architetto delle colonne o a Gibilterra o tra la Sicilia e la Tunisia, a seconda delle versioni (dipende tutto da dove si posiziona Atlantide). Per lui si chiude il ciclo delle dieci imprese più due di recupero e si aprono ulteriori peripezie (Parerga) derivanti dalle vendette, dalle espiazioni o dall’arruolamento nelle schiere divine contro i Giganti che attentano all’ordine costituito. E anche qui, che ironia tragica, lui difensore dei propri persecutori!

Pinocchio, dopo un siparietto con i compagni di scuola (che non lo amano, come gli Argonauti non hanno amato Eracle – anche qui risalta con evidenza la solitudine dei due eroi; l’uno e l’altro sembrano sempre un Meteco, uno straniero, ovunque si trovino) e dopo ulteriori promesse alla fata, tutte tradite, si lascia tentare da Lucignolo e se ne va nel Paese dei Balocchi. Come resistere? E più ci sono divieti e richiami al buonsenso, più l’avventura è saporita e irrinunciabile. Non fa lo stesso Eracle con Iole? Quale folle immaginazione gli fa sognare una convivenza a tre, lui quasi cinquantenne, con una ragazza così giovane? E con una moglie affettuosa e paziente che, come la fata dai capelli turchini, muore di dolore (in un modo più sanguinario, da tragedia)?

Con le vendette, con la guerra contro il re Eurito di Ecalia per catturare una Iole terrorizzata e catatonica, Eracle decreta la propria decadenza. Ben poco è rimasto dell’adolescente del monte Citerone e del civilizzatore del Mediterraneo. Lui che ha insegnato la bonifica, il controllo dei fiumi, il rispetto delle minoranze, la difesa della giustizia contro i tiranni e gli oppressori, il divieto dei sacrifici umani… ora è vittima dei mostri uccisi, di un oracolo disatteso: sarebbe morto a causa di un non vivente. Ucciso da Deianira? Ucciso da Nesso? Ucciso da se stesso perché la propria opera si è esaurita e per lui non c’è più posto nel tempo della guerra di Troia e della scomparsa delle vecchie civiltà. Anche sul rogo mortale, ci dice Sofocle, la sua grandezza è appannata. Impreca, maledice, minaccia… impone al figlio di sposare Iole, e conclude la propria vita con un ultimo omicidio, quello dell’araldo Lica, del tutto innocente. Sofocle, nelle “Trachinie”, fa fare a Eracle una fine misera, come voleva la politica del tempo, che all’eroe tebano intendeva sostituire quello ateniese, Teseo, efficace emblema di grecità (democrazia e sapienza) nel mondo. Eracle scaricato, una volta ripulito l’universo dai mostri di natura e di potere.
E non rischia di fare anche Pinocchio una fine altrettanto misera?

Trasformato in asino, si ritrova schiavizzato in un altro teatro dei burattini, nella fattispecie un circo. Ci lascia letteralmente la pelle, dato che chi lo compra intende affogarlo per poi scuoiarlo e fare tamburi. Pinocchio asino-burattino-pagliaccio, Eracle asino (e pagliaccio anche lui nei drammi satireschi e nelle commedie di stampo aristofanesco) che Zeus usa e poi abbandona a una fine poco eroica, propagandando un’apoteosi tutta da verificare, dato che la stessa esistenza di Zeus è un’incognita, come ci dice Euripide: “Zeus, chiunque egli sia…”.
Che siano tutti e due vittime di Adikia? Di ingiustizia?
Ma la fine di Pinocchio è rimandata. I pesci gli mangiano la pelle d’asino (oh, se avessero mangiato anche quella di leone sull’anima di Eracle!) e lui (che già una volta è morto e ci ha fatto l’abitudine) si sente di nuovo eroe impavido. Porta a compimento il processo di ribaltamento del rapporto padre-figlio cui aveva dato inizio Geppetto con i propri errori educativi e con un’iniziativa ardita salva il padre dallo stomaco del Pesce-cane, con tanto di frase da collezione: “Se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme.” C’è, nelle ultime venti pagine, più amore che in tutto il resto del libro. Amore forse melenso, programmatico, da feuilleton, dettato più da sensi di colpa che da affetto spontaneo. E c’è Metis, l’intelligenza e l’astuzia che troppo spesso gli sono mancate; e di cui anche Eracle ha sempre dato prova, sapendo di non dover contare solo sulla forza fisica (quando sconfigge Anteo, Gerione…). 
Questo sprofondare nelle viscere del mostro è una discesa agli Inferi, dove al posto di Cerbero c’è un Tonno mite e filosofo, coerente con la fiaba. Per Eracle è stata solo una delle tante imprese, per Pinocchio è l’apertura di uno scenario nuovo e inatteso. Nei restanti ultimi episodi, egli mostra un cambiamento radicale, a conclusione di un itinerario etico che rivela le forzature d’autore. La fata, che già era morta, ora è solo malata, e ci pensa Pinocchio a farla curare. Come provvede alle necessità di Geppetto. Non ricorrendo al gioco e alla fortuna o al furto, ma al lavoro duro. Si ricompone così una famigliola anomala. La mamma-fata compare solo in sogno, lei che ha rappresentato finora l’Oikos, la casa a cui Pinocchio torna più volte (in quella in cui è nato fa ritorno solo alla fine). Il padre Geppetto è rinvigorito e sempre sentenzioso, orgoglioso del proprio ragazzo che ora vanta l’Aretè, la virtù.
Il figlio, ex burattino, ci si presenta come “un ragazzino perbene”, mentre il burattino è appoggiato sghembo a una sedia, e appare solo buffo. Finirà in solaio? O in una stufa, tra le fiamme come Eracle?

Il vento di Tiche cambia direzione a favore di Pinocchio. La fata gli fa avere una bella sommetta, la casa ce l’ha, un padre amorevole e onesto anche… ora non gli resta che lavorare e accumulare per i tempi di magra, e nel frattempo andare a scuola per migliorare le condizioni lavorative, e infine continuare a lavorare fino alla vecchiaia e più. E il suo programma di “mangiare, bere, dormire…”? A Pinocchio, quando dice una bugia, si allunga il naso e diventa tanto lungo che non gli è più possibile muoversi. Come dire: senza la verità, non vai da nessuna parte. Eppure, Sofocle scrive: “Non è bello dire menzogne; ma quando la verità potrebbe portare terribile rovina, allora anche dire ciò che non è bello è perdonabile.” Insomma, anche la verità è relativa.

Pinocchio ed Eracle sono accomunati dall’esplorazione di un mondo che non è certo paradisiaco. Che il paradiso esista in cielo è opinabile, che non esista in terra è certezza. Un mondo di mostri, di imbroglioni, di cinici briganti senza cuore, di ricchi profittatori, di vittime innocenti, di sopraffazioni. Un mondo dove la giustizia è amministrata al contrario da un giudice scimmione, dove pescatori mutanti friggono i bambini, dove i re uccidono gli stranieri, dove le delizie sono riservate agli dei, dove le mamme muoiono senza aver mai dato una carezza, dove… Pinocchio ed Eracle hanno fatto di tutto, con la forza e il coraggio, l’infrazione e la fantasia, l’entusiasmo e la curiosità, la ricerca del piacere e la noncuranza delle leggi… per incrinare le certezze di un mondo comunque infelice e ingiusto. L’uno si è trasformato, da burattino, in manichino; l’altro è finito bruciato vivo sul rogo, come un eretico.
E il lieto fine? Si è nascosto da qualche parte.

In conclusione, che cosa accomuna i due eroi?
1)                 Anzitutto, l’irrequietezza e la disponibilità all’avventura. Non dicono mai di no per prudenza o paura, si tuffano a capofitto nelle situazioni più ambigue, ignote e pericolose, come d’altronde fanno i bambini nei primi anni di vita. L’errore, però, non è valorizzato da una logica di apprendimento per tentativi; ma viene punito in modo anche pesante e crudele. È proprio da questa dinamica di sbaglio-punizione-espiazione che procede la vita-avventura. I momenti di passaggio sono rappresentati da pentimenti e purificazioni (la fata per Pinocchio, i santuari e gli oracoli per Eracle).
2)                 Eracle agisce per reazione a impulsi interiori inoculati da suggestioni e comandi esterni (prima Zeus, poi Era); e solo quando si tratta del desiderio erotico o di quello di raddrizzare i torti subiti ha sprazzi di libertà decisionali che, avendo ormai una visione distorta delle cose, usa male, provocando altri disastri.
Pinocchio, per una simmetria al contrario, disobbedisce in continuazione alle proprie “divinità” (Geppetto e fata) ed entra in azione senza un piano prestabilito, cogliendo al volo quello che gli si presenta per strada. Entrambi, quindi, sono burattini in cerca di una libertà personale, non importa quali siano le conseguenze.
3)                 Le peregrinazioni li rendono simili a cartine al tornasole per la misurazione di una società che si proclama civile; e che risulta invece impregnata di contraddizioni. Il livello di violenza delle loro avventure è alto. Devono sempre guardarsi le spalle e diffidare. Nel caso di Pinocchio, il piano di Geppetto prevede di inserirlo in una società che però, appena oltre la porta di casa, è un mostro in agguato. Trasformare il burattino in bambino significa solo rivestirlo con il vestito buono che lo rende muto e cieco di fronte agli orrori che ci sono fuori. La morale è ipocrita: il male è sempre estraneo (meteco) ed è meglio fingere di non vederlo. Zeus ha voluto un eroe purificatore del mondo, ma dopo di lui che cosa piomba sull’umanità? La guerra di Troia, la fine dei micenei, degli hittiti e degli egizi, le invasioni dei popoli del mare, quattro secoli di medioevo ellenico e altre carabattole fonti di terrore e sofferenze. Per fortuna, al termine del trambusto arrivano i tragediografi. Una delle prime cose che insegnano è: guarda in faccia il mondo, prendilo per quello che è, non barare.
4)                 In fin di carriera, che cosa hanno guadagnato i due eroi? Pinocchio possiede qualcosa solo grazie alla provvidenziale fata (ma quanti altri hanno una fata che lascia un’eredità?) e deve comunque mettersi a studiare e lavorare, accudire Geppetto e probabilmente fare i mestieri di casa: basta tempo libero. Eracle si ritrova centinaia di templi intitolati a se stesso, ma a solo beneficio dei sacerdoti; è ispirazione non retribuita per poeti e tragediografi, e poi anche per i commediografi che lo mettono alla berlina; non è diventato re, non ha accumulato ricchezze. Torna dalla moglie sacrificata in casa illudendosi di trascorrere gli anni della (quasi) vecchiaia con una graziosa concubina; e invece gli tocca morire male. Che se ne fa di Ebe e dell’Olimpo lui che ha sempre disdegnato i salotti aristocratici?
5)                 Infine, li accomuna la fama. L’immagine di Eracle è un poco appannata, sempre a causa, forse, dei forsennati religiosi che ora lo riscrivono e lo censurano ora lo esaltano per deliranti virtù cristiane. Ma città, fonti, templi, monumenti, pitture, mosaici, opere letterarie… testimoniano la sua straordinarietà. Il libro di Pinocchio è il più venduto e tradotto (in più di 240 paesi) nella storia della letteratura italiana; e centinaia sono i testi ispirati al personaggio, e i film e i cartoni animati e…
E a loro, però, tutto questo non interessa. Pinocchio ora è un impiegato di medio livello, sposato con figli, pochi grilli in testa. Eracle è un dio minore annoiato e tormentato da una moglie cameriera peggio che Socrate. Ecco, Socrate. L’antico motto, di origini forse micenee nel primo santuario di Delfi, “conosci te stesso”, avrebbero dovuto suggerirlo ai due eroi. Ma nessuno l’ha fatto. E loro si sono accontentati di soccombere alla volontà altrui.

Pubblicato su www.academia.edu





lunedì 27 luglio 2015

IPAZIA, riflessioni di John Toland

Annamaria Rossano mi ha chiesto un monologo su IPAZIA. Ora sto scrivendo delle cose su Pinocchio e IL ROMANZO DI ERACLE, oltre a procedere con lo studio dell'epoca micenea (compresa Atlantide). Come primo assaggio, l'epilogo del libro del filosofo irlandese JOHN TOLAND: "Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero", editore Clinamen 2010.


"E adesso che il nome di Cirillo me lo fa tornare in mente, non è una beffa insopportabile nei confronti di Dio e degli uomini riverire una persona così ambiziosa, così turbolenta, così perfida e così crudele facendolo Santo? – perché la storia mostra che proprio questo fu il suo carattere. Ma in tutta onestà questo stesso titolo di santo non di rado è stato conferito in modo infelice: perché la maggior parte dei santi dopo Costantino, e soprattutto quando la canonizzazione divenne di moda, corrispondono a tre tipologie di persone, e fra questi solo una minima parte merita davvero venerazione. In primo luogo, sono stati fatti santi quegli uomini che hanno promosso la grandeur della Chie­sa con tutti i propri sforzi, specialmente con i propri scritti; i quali scritti, invece di impiegarli per istruire i propri concittadini, li hanno prostituiti per magnificare l’autorità spirituale con l’esito del degrado e dell’abbrutimento dei loro spiriti. La seconda tipologia degli uomini che sono stati onorati con la santificazione è costituita da prìncipi o da altri uomini ricchi e potenti, e tuttavia viziosi e tirannici, che donarono ampi possedimenti e che lasciarono il potere temporale nelle mani della Chiesa; o che, per incapacità, per sottomissione, con la spada e con la proscrizione, castigarono la temerarietà di tali azioni come fossero troppo scomode per metterne in questione i decreti. La terza tipologia è costituita da visionari estremamente viscidi, che si vantano dei propri entusiasmi deliranti e delle proprie estasi; oppure essi si impongono sull’ignorante attraverso mortificazioni formali, falsamente reputate atti di devozione, e vengono ricompensati con questo premio immaginario, da coloro che disprezzano la loro austerità, ma in tal modo fanno anche molta fortuna. Non c’è da meravigliarsi, allora, che l’epiteto di santo, dal significato così vicino a quello di pietà ed innocenza, fu così palesemente avvicinato al vizio e all’empietà, in cui prevale inoltre un diluvio di ignoranza, superstizione e tirannia, che hanno sommerso quasi per intero il mondo cristiano. Tutte le persecuzioni che misero in atto erano mezzi molto potenti che utilizzavano per reprimere ogni sforzo fosse fatto per rinnovare la virtù e la cultura. Da quello spirito anticristiano deriva Ipazia, alla quale il clero non poté perdonare che fosse bella, eppure casta; molto più colta di loro, tanto da non essere sopportata dal popolo; ed ebbe presso il magistrato civile stima maggiore di quanta ne godessero quelli, e il clero dell’epoca aveva bisogno di guidare, o condurre, il magistrato, come la propria bestia da soma."

venerdì 24 luglio 2015

LA RISATA SARDONICA

Dal "Viaggio in Grecia" di Pausania, libro X:

"... quell'unica letale è simile al sedano e chi ne mangia, dicono, muore ridendo. E' per questo che Omero (Od. 20, 301 sgg.) e quelli che vennero dopo di lui chiamano sardanio (= sardonio) il riso che non indica niente di salutare."
Siamo in Sardegna e l'erba è la Oenanthe-crocata, nota come "prezzemolo del Diavolo". E' il finocchio d'acqua o prezzemolino.

Da "La religione del popolo nuragico" di Sabrina Melis:

"Gli antichi scrittori greci e latini si mostrano molto interessati al sacrificio rituale dei vecchi, fornendo cosi preziose informazioni. SIMONIDE, TIMEO, DEMONE E CLITARCO (in Suda) raccontano che gli abitanti della Sardegna sacrificavano a Cronos i genitori che avevano superato la settantina e che questi, mentre morivano, ridevano. Da questo rito sarebbe nata l’espressione 'ridere sardonicamente' che compare per la prima volta in OMERO, Odissea, XX, v. 301.
Alcuni autori inoltre, come VIRGILIO, Egloga VII e SOLINO, IV, 4, 4, in relazione all’espressione 'ridere sardonicamente', menzionano l’herba sardonia, un’erba di cui gli antichi esagerarono l’asprezza e alla quale attribuirono un potere venefico: chi la mangiava, moriva con le sembianze di chi ride.
Il glottologo G. Paulis (1993) identifica proprio l’herba sardonia: si tratta della Oenanthe crocata che riduceva le sofferenze dei vecchi e ne accelerava la morte; inoltre le sostanze tossiche in essa contenute provocavano la chiusura delle labbra, mettendo in evidenza i denti, simulando la maschera facciale di chi ride. Quindi al riso dei figli e dei genitori durante lo svolgimento del rito (in relazione alla concezione religiosa in cui la morte fatta subire coscientemente al vecchio genitore accelera la riproduzione della vita e il riso è una esaltazione della vita) seguiva quello che si formava sul cadavere dei vecchi: l’ultimo trionfo sulla morte.
Ancora oggi si conserva qualche traccia del rito: a Gairo, in Ogliastra, si usa la frase " i vecchi alla babaieca " (is beccius a sa babaieca), dove babaieca sta per "roccia a picco", appena ad un Km da Gairo. Ad Orotelli esiste ancora la tradizione di vecchi fatti precipitare da un dirupo, chiamato Iskerbicadorzu o Impercadorzu de Sos Betzos, Scervellatoio o Dirupo dei vecchi. Ad Urzulei, un picco di montagna che domina uno strapiombo di almeno 300 m., è chiamato Su Pigiu de su Becciu, cioè Il Picco del Vecchio. Ancora a Baunei, luogo di grande conservatività linguistica ed etnografica, vi è traccia dell’antica usanza di uccidere i vecchi nell’allocuzione "leare su’ ecciu a tumba o a ispéntuma", cioè "portare il vecchio alla tomba o alla grotta ovvero al dirupo".

L'uccisione degli anziani era una pratica abbastanza diffusa non solo in Sardegna, ma in Africa, in Asia e in America. 


martedì 21 luglio 2015

La drammaturgia di "Auge del sangue"

La drammaturgia di “Auge del sangue”

Le fonti principali sono Igino, Apollodoro, Diodoro Siculo, Pausania e Ditti Cretese. Ascoltiamo la storia di Auge da Diodoro Siculo, Biblioteca III,9:
“Auge fu sedotta da Eracle, e nascose il bambino nel recinto sacro di Atena, di cui era sacerdotessa. Ma la terra rimase sterile, e l’oracolo rivelò che questo era dovuto a una qualche empietà nel recinto sacro di Atena; Auge fu scoperta dal padre Aleo e consegnata a Nauplio perché la uccidesse; ma Nauplio la diede a Teutrante, re di Misia, che la sposò. Il bambino fu esposto sul monte Partenio, ma una cerva lo allattò, e per questo venne chiamato Telefo. Fu allevato dai pastori di Corito, e poi andò a Delfi, per avere notizie dei suoi veri genitori: il dio gli rivelò la verità, e allora Telefo andò in Misia e divenne figlio adottivo di Teutrante. Quando questi morì, gli succedette al trono.”

Igino,  nel mito 101, ci presenta Telefo.
“Si dice che Telefo, figlio di Eracle e Auge, fu colpito in battaglia da Achille con la lancia di Chirone. Egli di giorno in giorno era sempre più tormentato dal terribile dolore di questa ferita; chiese quindi un oracolo ad Apollo sul rimedio: e il responso fu che nessuno avrebbe potuto medicarlo se non la lancia che l’aveva ferito. Quando Telefo udì questo, si recò presso il re Agamennone e per consiglio di Clitennestra rapì dalla culla il piccolo Oreste minacciando di ucciderlo se gli Achei non lo avessero curato. Gli Achei allora, poiché sapevano da un oracolo che non avrebbero potuto prendere Troia senza la guida di Telefo, non esitarono a riconciliarsi con lui (…) Fu preparato un rimedio raschiando la ruggine dalla lancia. Gli Achei poi lo invitarono a unirsi a loro nella conquista di Troia, ma egli declinò perché aveva sposato Laodice, figlia di Priamo; tuttavia, in cambio del beneficio della guarigione, egli indicò loro i luoghi e i sentieri della Troade.”

Abbiamo quindi due filoni: quello di Auge e dei rapporti familiari; e quello di Telefo e dei rapporti politici.
Di Auge veniamo anche a sapere che è sacerdotessa per volontà del padre Aleo. Alla sua nascita, un oracolo gli rivela che sarà ucciso dai nipoti. Da bravo papà, seppellisce la figlia nel tempio, ne fa praticamente una suora di clausura, in modo che rimanga vergine per sempre. Ma non ha fatto i conti con l’eroe semidio… Abbiamo quindi una sequela di cinque rivelazioni divine: l’oracolo alla nascita di Auge, quello che ne svela lo stupro, un altro che guida Telefo fino in Misia, quello che gli indica come guarire e infine l’ultimo sulle modalità della conquista di Troia. L’esistenza umana, insomma, non è guidata dal libero arbitrio, ma dalla volontà divina, cioè dei sacerdoti che interpretano i segni. Essi condannano una ragazzina a una vita solitaria, e poi all’esilio; spingono un giovane a tradire la propria gente in base alle esigenze della politica internazionale.
Ma procediamo con calma, dato che la materia è intricata.

Auge viene rinchiusa in convento, ma una notte Eracle, ubriaco, la violenta e la mette incinta. Di storie su Eracle che mangia e beve come un porco e stupra ce ne sono tante. Alcune nascono dalla volontà di Era, la moglie di Zeus che odia tutti i suoi bastardi e vuole distruggere i figli adulterini, magari mandando Lyssa, la dea della rabbia, a infondere in loro la follia. Altre storie nascono dalla rivalsa degli Ateniesi che a partire dal VI secolo brigano per imporre Santo Teseo, protettore degli Ioni, vincitore della civiltà minoica in quanto uccisore del Minotauro, padre della patria e della democrazia, su Eracle, protettore dei Dori, distruttore dei mostri, diffusore della civiltà. Di colpo (come testimoniano le pitture vascolari), Eracle perde alcune delle sue più nobili caratteristiche (musico, filosofo, protettore degli umili) e ne acquisisce altre deprecabili: mangione, ubriacone, violento; per minarne ancora di più l’immagine, ne fanno un personaggio da commedia, una caricatura vile che tuttavia non riesce a sminuirne la grandezza. Altre storie truci nascono dal suo status di eroe. Angelo Brelich in “Gli eroi greci” ce ne presenta le caratteristiche, tra le quali: iperfagia e ubriachezza, rapimento di donne, violenza carnale, omicidi pianificati o per rabbia o involontari, avventuriero, guerrafondaio, pirata, sacrilego, folle… Per fortuna ci sono le qualità positive che controbilanciano. Il difetto principale è la hybris, il disconoscimento dei limiti posti dagli dei, l’eccesso smodato, la rottura dell’equilibrio fonte di disgrazie gravi (stuprare una sacerdotessa nel suo tempio è un esempio di hybris).
Sia come sia, Auge è incinta. Il padre probabilmente si rammarica di non averla ammazzata appena nata, quando l’oracolo (ah, questi oracoli!) l’ha messo in guardia. Ma può farlo ora, tuttavia non di persona: è un re, non si sporca le mani con il sangue della figlia. Incarica il solito amico compiacente e tanto prudente, però, da non macchiarsi di omicidio: vende Auge come schiava. E qui si passa dal mito alla fiaba: la schiava sposa un re. In tutte le storie i cambiamenti di status sono frequenti; come anche i riconoscimenti. Madre e figlio s’incontrano e sul futuro di Auge non si sa più niente.

Di Auge che cosa possiamo quindi sottolineare?
- lo svelamento della propria storia: non è sacerdotessa per vocazione, ma per volontà di un oracolo
- la mano pesante del padre sulla sua vita: la chiude nel tempio, la condanna a morte insieme al nipote
- la sterzata esistenziale: dopo una giovinezza da reclusa sacra, diventa condannata a morte, schiava, sposa di un re dall’altra parte del mare
- la perdita del figlio che considera morto.

E veniamo a Telefo. Diventato adulto, va alla ricerca del padre. Teseo era venuto da Samo, di fronte all’Anatolia, fino ad Atene per conoscere il padre Egeo. Telefo da Tegea nel Peloponneso va in Misia, dove viene adottato da Teutrante. Facile riscontrarvi l’intenso commercio marittimo tra Grecia e Medio Oriente, che non deve certo aspettare la colonizzazione ateniese, essendo già florido ai tempi di Eracle, con la civiltà micenea. Questo Telefo, trovatello che fa fortuna (dal mito a Dickens), combatte giustamente contro gli Achei che invadono la Misia, ma rimane ferito a una gamba. L’arma è una lancia speciale, donata da Chirone ad Achille. I centauri sono bestioni selvaggi e violenti, ma Chirone si distingue per una profonda cultura in medicina e soprattutto in erboristeria. Chissà con quale intruglio ha intriso la punta e il legno della lancia! Ci ricorda un poco Nesso, il cui sangue avvelenato impregna il chitone donato dall’ingenua Deianira a Eracle, che ne muore. Fatto sta che la ferita non guarisce e Telefo, come fanno gli uomini di buonsenso di fronte a qualunque difficoltà, si rivolge all’oracolo. È disperato, farebbe qualunque cosa per guarire e infatti prende in ostaggio il piccolo Oreste minacciando di ucciderlo se Achille non lo guarisce. Clitennestra implora il marito Agamennone di cedere al ricatto, non sapendo ancora che dal figlio Oreste sarà uccisa dopo che lei gli avrà ammazzato il padre. Agamennone forse esita (lui cedere a un vile ricatto!), ma Calcante lo informa (oracolo!) che senza la guida di Telefo gli Achei non potranno giungere a Troia. Questo cambia tutto. Gli Achei devono sbarcare davanti a Troia e distruggerla. I commerci non si limitano più alle isole dell’Egeo. Più in là ci sono gli Hittiti, gli Assiri, gli Elamiti, i Cassiti… e gli Egizi. Oriente e Occidente si fronteggiano, si scontrano. La battaglia di Kadesh del 1275, poco meno di un secolo prima della guerra di Troia, ci mostra che a nessuno dei due mondi spetta la vittoria e che ognuno dei due comunque la rivendica. Gli Achei distruggono Troia, ma per loro si apre la stagione dei sofferti nostos, i ritorni che portano altrove e che non fanno più ritrovare quello che si era lasciato. La civiltà micenea, insieme a molte altre, si esaurisce. Un periodo di invasioni (i popoli del mare) ed esodi (Mosé e il popolo ebreo), terremoti e maremoti (il mito di Atlantide), eruzioni vulcaniche (a cominciare da quella di Thera-Santorini che coinvolge Creta), carestie, siccità… porta l’uomo dall’età del bronzo a quella del ferro. Dall’aristocrazia guerriera alla democrazia imperialistica. E dopo secoli di medioevo nascono la letteratura, la filosofia, la scienza.

Ecco dove ci porta la storia di Auge. A uno dei grandi cambiamenti epocali.
Ecco che cosa ha la presunzione di fare: cambiare la storia. Non si riconosce nel figlio che ha sangue divino nelle vene (come figlio di un eroe semidio che sarà assunto in cielo per fare parte degli eterni) e che dovrebbe quindi pensare al bene dell’umanità, prima che al proprio. Telefo, prima scimmiotta i guerrieri achei affrontando Achille, poi pensa solo a come guarire. Rapisce un bambino (lo immaginiamo tra gli otto e i dieci anni) per ottenere un poco della ruggine della lancia di Achille come farmaco per la ferita. Poi afferma: mi piacerebbe, ma non posso combattere contro i miei parenti troiani! tuttavia posso condurvi là. Bell’ipocrita!
Nella messinscena, Auge decide di abortire. Non da sola. Vuole coinvolgere il padre Eracle, la cui follia può finalmente dare un buon frutto. E chiede l’aiuto di tre eroi, Ettore, Achille e Odisseo. Non sono più nemici. Sono affratellati dalla presa di coscienza che la guerra non è una cosa buona. Che la retorica dell’eroismo non porta a niente. Che le distruzioni e i massacri non fanno bene all’umanità.
Impedendo a Telefo di nascere, Auge si dichiara ostile a tutto quanto il mondo conosciuto e accettato dalla maggioranza, con i suoi miti e i suoi oracoli, con le sue religioni e la sua politica. Un’utopia, la sua. L’utopia di credere che le persone possano decidere con la propria anima, e non con quella asservita ai padroni della società.
Un’utopia che nasce dall’immaginazione e che assicura, fin che viene riaffermata, la libertà di pensiero.


Personaggi di “Auge del sangue”: Auge, Atena, Aleo, Calcante, Telefo, Achille, Ettore, Odisseo, Coro, Danza. Musiche di Lorenzo Crippa. Regia di Aquilino e Benedetta Bonacina. 

SINOSSI: Auge è minacciata di morte da Eracle che tenta di sfondare la porta del tempio. Dai dialoghi con il padre, la dea Atena e l’indovino Calcante scopre di essere sempre stata vittima degli uomini. Viene anche a sapere che il figlio Telefo, una volta cresciuto, guiderà i greci a Troia. Evoca gli spettri di Achille, Ettore, Odisseo e fa loro aprire la porta che la separa da Eracle. Il suo sacrificio impedisce che scoppi la guerra. È quindi la storia di una donna che non solo patisce violenza dagli uomini, ma si sacrifica per il bene comune.

domenica 22 marzo 2015

LA FAMIGLIA FANTASMA

“La famiglia fantasma” è il titolo di un libro di Gian Mario Felicetti sulle unioni civili utilizzato per un dibattito organizzato da Tecneke e dal Comitato Genitori dell’I.C. Verjus di Oleggio con l’autore e con Elena Broggi di Agedo (Associazione di genitori, parenti e amici di omosessuali). Chi si aspettava polemiche e provocazioni è rimasto deluso. Elena ha portato la propria esperienza di madre alla quale il figlio ventiduenne confida la propria omosessualità. Gian Mario ha raccontato il proprio coming out tardivo, dopo un’adolescenza che ha visto più gli altri che lui stesso consapevoli della sua diversità; e poi ha illustrato il lungo iter parlamentare per arrivare, forse, a una legge che equipari nei diritti le convivenze ai matrimoni. L’esposizione quieta, insomma, di una condizione umana di attrazione di genere consapevole e serena, responsabile e rispettosa delle sensibilità altrui; non certo perversa e intenzionata a distruggere la morale e addirittura la società.

Diversità. Ma diversità da che cosa? In natura la diversità è il sale della vita. Consente di sfuggire alla stagnazione e alla perdita di energia. In natura l’omosessualità è presente come tante altre sfaccettature biologiche che si oppongono alle classificazioni dai limiti troppo stretti.
Nella storia dell’uomo è sempre stata la diversità il motore per lo sviluppo. L’arte, la filosofia, le scienze… esistono e si espandono grazie alla diversità. Solo la politica e la religione si illudono di ingabbiare il consenso dentro i propri angusti confini, che si manifestano come limiti deleteri. Politici che inseguono religiosi e religiosi che fanno pressioni su politici s’inventano teorie strampalate sulla natura, come se ne detenessero il monopolio. Si beano di termini come innaturale, contro natura, snaturato… che sono nonsense a uso di poeti senza poesia. Amano creare scenari apocalittici con al centro la minaccia mortale degli immigrati, dei ladri, degli atei, degli abortisti, degli anarchici, dei neri, degli omosessuali… E con la natura (che si erge come un’antica dea della distruzione sui cadaveri degli empi) citano passi scelti (e non altri) dei libri sacri e le conclusioni sconclusionate di pseudo saggi, pseudo scienziati, pseudo esperti che sono marionette senza sentimenti. I loro vaneggiamenti sono un chiasso irritante per l’intelligenza e la sensibilità.

Gay, froci, checche… migliaia di anni (salvo alcune isole storiche felici) di ignoranza e ostilità, persecuzione e massacro. Ma che cosa, che cosa eccita tanto fanatismo e tanta crudeltà? Quale paura crea tanto odio? Il timore che la razza umana si estingua? La folle convinzione che i figli possano essere contaminati? Se fosse così, perché le unioni maschio-femmina non sono automaticamente sempre soddisfacenti e felici? Perché molti di coloro che condannano l’omosessualità vanno poi alla ricerca di rapporti anomali, convincendo magari se stessi che travestiti e bambini non contano? O è forse così fragile l’identità sessuale che pestare un gay è l’unico modo per sentirsi rassicurati? Una società bastarda fa in fretta a giudicare le aggressioni immotivate: andava in giro vestita in un modo… pretendeva di venire qua a comandare… se vogliono abbracciarsi, lo facciano in privato…
Il più grande scandalo non lo dà il politico corrotto, il signore della guerra, lo stupratore di bambini, il massacratore di disabili, l’inventore di miracoli, lo sfruttatore di credulità… ma l’uomo o la donna che baciano rispettivamente un uomo e una donna. Scandalo che, lo si è visto, chiede giustizia immediata: giù dal tetto, lapidazione, impiccagione.

Pietà, signori, pietà per chi ama. Siete voi contro natura. Siete voi i tumori della vita sociale. Siete voi da estirpare. Voi che imponete anche con la violenza una morale senza etica. Voi ipocriti e crudeli. Nessuna società può reggersi sull’emarginazione e sulla risoluzione violenta delle diversità. Una società così non si chiama nemmeno branco. Non ha pari, in natura. È innaturale.