martedì 18 settembre 2012

LE DONNE E LE RELIGIONI DEGLI UOMINI


“Quando una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo, trovandola in città, pecca con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete così che muoiano: la fanciulla, perché essendo in città non ha gridato, e l’uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così toglierai il male da te.” Bibbia, Deuteronomio XXII, 23.

“Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via.” Bibbia, Siracide IX, 10.

“Flagellate la fornicatrice e il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite [nell'applicazione] della Religione di Allah, se credete in Lui e nell’Ultimo Giorno, e che un gruppo di credenti sia presente alla punizione.” Corano, Sura XXIV, 2.

“Se le vostre donne avranno commesso azioni infami, confinate quelle donne in una casa senz’acqua né vitto finché non sopraggiunga la morte.” Corano, Sura IV, 15.

“Quanto maggiore il piacere, tanto più grave il peccato. Chi ama con troppo calore la moglie è un adultero!” Sant'Agostino.

“L’atto coniugale è un peccato grave in nulla differente dall’adulterio e dalla dissolutezza nella misura in cui entra in ballo la passione dei sensi e l’odioso piacere, così che nessun dovere coniugale accade senza peccato e i coniugi non possono essere senza peccato.”
Martin Lutero.

“La verità è che il matrimonio, quale istituto naturale conforme alla volontà del creatore, non ha come primo e unico fine il personale completamento dei coniugi, bensì la procreazione e l’educazione di una nuova vita.”  Papa Pio XII°.

“Una madre, in quanto sposata, otterrà in cielo un posto inferiore a quello della figlia in quanto vergine.” Sant'Agostino.

“Le donne non dovrebbero essere illuminate o educate in nessun modo. Dovrebbero, in realtà, essere segregate, poiché sono loro la causa di orrende e involontarie erezioni di uomini santi.” Sant'Agostino.

“La donna non è fatta a immagine e somiglianza di Dio. È nell'ordine della natura che le mogli servano i loro mariti e i figli i loro genitori, e la giustizia di ciò risiede nel principio che gli inferiori servano i superiori... È la giustizia naturale che vuole che i meno capaci servano i più capaci. Questa giustizia diventa evidente nel rapporto tra gli schiavi ed i loro padroni, che eccellono in intelletto, ed eccellono in potere.” Sant'Agostino, Questioni sull'Eptateuco, Libro I, § 153.

“Narrato da 'Imran bin Husain: Il Profeta disse: «Ho guardato verso il paradiso e ho visto che la maggior parte dei suoi abitanti erano poveri; ho guardato verso l'inferno e ho visto che la maggior parte dei suoi abitanti erano donne».” Hadith, Sahih Bukhari 4:464.

“Dovere principale della moglie è provvedere al governo della casa in subordinazione al marito. All’uomo spetta l’ultima parola in tutte le questioni economiche e domestiche e la donna deve essere pronta all’obbedienza in tutte le cose: il suo posto è soprattutto in casa. Son da condannare gli sforzi di quelle femministe le cui pretese mirano ad un’ampia uguaglianza fra uomo e donna.” Papa Paolo VI°.

“Ai fini dell’educazione cristiana di una bambina, che non sappia a che servono flauti, lire e cetre: la musica è proibita. Non deve avere cameriere graziose e curate, ma una vecchia virago seriosa, pallida, sordida che esorti di notte alla preghiera e al canto dei salmi e di giorno alle preghiere nelle ore dovute. Non deve prendere bagni che feriscono il senso del pudore di una fanciulla, la quale non dovrebbe mai vedersi nuda. Verrà allevata nel chiostro sotto lo sguardo della nonna e non guarderà in faccia nessun uomo e nemmeno saprà che esiste un altro sesso.” San Girolamo, padre e dottore della chiesa cattolica.

“Ammonite quelle [donne] di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, picchiatele.” Corano, Sura IV, 34.

“All’uomo compete il governo, la donna deve  piegarsi. L’uomo è più elevato e migliore, la donna una creatura dimezzata, una bestia idrofoba, il merito maggiore che possiede è quello di generare.” Martin Lutero.

“Fa’ il bambino con tutte le tue forze, se ci lasci la vita muori pure, bene per te dal momento che muori compiendo un’opera nobile.” Martin Lutero.

“Se la moglie non vuole, venga la serva!” Martin Lutero.

“Se gli uomini potessero vedere quel che si nasconde sotto la pelle, la vista delle donne causerebbe solo il vomito. Se rifiutiamo di toccare lo sterco anche con la punta delle dita, come possiamo desiderare di abbracciare una donna, creatura di sterco?” Sant'Odone, abate di Cluny.

“Quando vedi una donna pensa che sia un demonio, che sia una sorta di inferno.” Papa Pio II°.

“La donna è male sopra ogni altro male, serpe e veleno contro il quale nessuna medicina va bene. Le donne servono soprattutto a soddisfare la libidine degli uomini.”
San Giovanni Crisostomo.

“È opportuno il voto alle donne perché sono più conservatrici e più legate agli ambienti ecclesiastici, ma ciò non toglie valore alla loro necessaria ineguaglianza e inferiorità in quanto la Sacra Scrittura sottopone soprattutto alla nostra attenzione due dei maggiori pericoli: vino e donne.” Papa Benedetto XV°.

“La donna è in rapporto con l’uomo come l’imperfetto ed il difettivo col perfetto. La donna è fisicamente e spiritualmente inferiore e la sua inferiorità risulta dall’elemento fisico, più precisamente dalla sua sovrabbondanza di umidità e dalla sua temperatura più bassa. Essa è addirittura un errore di natura, una sorta di maschio mutilato, sbagliato, mal riuscito.” San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica.

“Cosicché si vede come causata da una natura particolare (dell’azione del seme maschile), una donna non sia altro che una mancanza, o un caso negativo. Per il potere attivo dello sperma, esso cerca sempre di produrre qualcosa di completamente uguale a sé stesso, cioè un maschio. Se invece viene generata una donna, questo può accadere perché il seme è debole, o perché la materia (fornita dalla femmina) è inadeguata, oppure per l’azione di fattori esterni come l’azione dei venti meridionali che rendono umida l'aria.” San Tommaso d'Aquino, Summa Teologica, 1, q. 92, art 1.

“Se «la testa della donna è l'uomo» ed è questo ad essere designato al sacerdozio, non sarebbe giusto abolire la creazione, e abbandonare il capo per andare verso le estremità. Perché la donna è il corpo dell'uomo, tratto dalla sua costola e sottomesso a lui, da cui è stata separata per la generazione dei figli. È lui, si è detto a lei, «che sarà il tuo padrone». È l’uomo la parte più importante della donna, essendo il suo capo. Se in base a queste premesse, non le permettiamo d’insegnare, come le si potrebbe accordare, a disprezzo della natura, di esercitare il sacerdozio? Giacché è l’empia ignoranza dei greci che li ha spinti a ordinare sacerdotesse per divinità femminili. È escluso che questo avvenga nella legislazione di Cristo. Se fosse stato necessario essere battezzati da donne, il Signore sarebbe stato senza dubbio battezzato dalla propria madre e non da Giovanni. E quando ci ha inviati a battezzare, avrebbe mandato con noi delle donne a questo scopo. Ma in nessun luogo, nessuna disposizione nessuno scritto, ha deliberato qualcosa del genere. Egli conosceva bene ciò che è conforme alla natura perché contemporaneamente egli era il creatore della natura e l’autore della legislazione.” Costituzioni Apostoliche, III, n° 9.



martedì 11 settembre 2012

TEATRO TERREMOTO - NEL PAESE CHE TRABALLA

Questa è una bella pagina di Marta Comerio. Mi ha fatto misurare la distanza astronomica tra i mass media e la testimonianza viva e sentita.

Una mattina trilla il telefono , è Paola, la Paola del Piccolo Teatro:
-  Vieni a Mirandola a incontrare i bambini, ti va di vestirti con il costume del Pinocchio? E a Tommaso? Porta pure tutta la famiglia.
 Ci sarà solo lo spettacolo di Flavio, degli altri attori e ex allievi non ci ha risposto nessuno.-
Non lavoro al Piccolo da anni, nonostante le bellissime cose fatte lì, il piccolo principe, Il pinocchio auto prodotto che ancora molti tecnici e quelli degli uffici si ricordano, gente che la sa lunga, mica di primo pelo.
Dico di sì.
Vengono anche mia madre e  Carla, armate di fogli e pennarelli colorati.

Arrivando, case distrutte, case in piedi, villette con giardino e tenda della protezione civile di fianco, grandi fabbricati crollati e al fianco container bianchi lucenti,
odore di macerie. Quando è stato il terremoto? Non ce lo ricordiamo più, maggio?
Sì dal 20 al 29 maggio.
Sono passati tre mesi. Sono tanti o sono pochi?
Cerchiamo l'arena estiva,
che in realtà è uno spiazzo di fianco alla tendopoli Friuli, dove appiccicate una all'altra ci sono le tende blu
con anche la tv.
E insieme italiani, indiani, pakistani,ucraini...
e farli stare uno addosso all'altro non conviene, ci sono risse continue,
c'è chi chiede cibo in abbondanza e a sfregio poi lo butta
perché si veda, che i padroni vedano.
I padroni, sono i volontari della Protezione civile, che li comandano, che vogliono vedere i documenti, che se un tuo amico una sera vuole restare nella tenda a dormire non può.
  
Oxana , la mamma di due bambini sui sette e otto anni non verrà a vedere lo spettacolino perché oggi trasloca.
Nella prima casa che le hanno assegnato non era entrata perché il più piccolo
ha dato di matto,
in una casa non ci voleva entrare e poi c'erano delle crepe.
La notte non dorme più,  dice - Mamma, dormo solo se tu tieni gli occhi aperti.-
Ma questa nuova , è proprio nuova, allora è una fortuna
e anche il bambino ha detto di sì.
Quella notte, a maggio,  c'era stata una scossa, la prima, era l'una di notte, ma tutta la famiglia era tornata a dormire.
Alle 4 invece, con la seconda scossa , si staccava l'intonaco,
sono usciti
e la casa è caduta.
Qua la terra si muove ancora, si assesta, speriamo...
Tutto questo me lo racconta attraverso la rete metallica, io sono nello spiazzo,
dove si farà il teatro.
Fà molto caldo, tutti sono dentro le tende, qualche bambino gioca nel campo di calcio,
bellissimo,
per forza, la tendopoli è nel campo sportivo.
Andiamo al ristorante da -La Marta-
E' una trattoria a pochi chilometri, che ha trovato Claudione il direttore luci, mi sembra di essere ai tempi delle tournèe,
vediamo l'insegna , l'edificio è in piedi, ma è tutto sbarrato,  giriamo la curva e in mezzo agli alberi c'è il nostro tavolo da 28 persone,
vicino alla cucina che è in un prefabbricato.
Chissà tra qualche mese con il freddo...
l'odore del pollaio si mischia al vino, allo gnocco, al ragù,
i bambini corrono su e giù, c'è l'asino il pony la cavalla e i gattini
e un grande deposito di letame.

Torniamo alla spiazzo,
caldo, afa,
mentre il fonico prova i volumi delle musiche di Carpi e di Bennato, i tecnici, le sarte , le ragazze degli uffici e i loro bambini, allestiscono lo spiazzo mezzi travestiti : chi con le orecchie grandi e pelose da ciuchino chi col cappello di pelo rosso della volpe, chi con la marsina del grillo parlante,
 c’è aria di festa.
Mi vesto da pinocchio,
e a braccetto con la fata turchina entriamo nel campo a cercare spettatori,
ci segue il Gatto, è Tommaso,
e la Volpe con  Claudione,  il direttore luci, travestito  da Mangiafuoco.
 C’è una coppia di anziani seduti fuori dalla loro tenda a un tavolino di plastica
sulla pista rossa con le rigone bianche per l’atletica.
Sono proprio due nonnini, sorridono  -Pinocchiooo, vieni qui da noi ! -
Saltello e piroetto, ma allo spettacolino non verranno , ci sono lì i parenti che sono passati a trovarli. E’ domenica.
- Siamo qui da 100 giorni, 100, non si sa quando si andrà via.-

Arriva anche Orlando truccato da gattino.
Mi immagino se crollasse casa mia.
Penso a Orlando che quando ha visto il baretto lì vicino,
tutto di paglia,
ha detto che era proprio come la casa di uno dei tre porcellini,
di quel porcellino che non l'aveva fatta di mattoni,
e che poi il lupo ha tirato giù con un soffio solo.
Quella favola , ho pensato, è meglio che qui non la raccontiamo.


Marta 9 settembre 2012.



mercoledì 5 settembre 2012

FAMIGLIA RICCI



















In un post precedente avevo segnalato la presenza di un riccio nel mio giardino. Era bello tondo e avevo sospettato che potesse trattarsi di una femmina. Le avevo messo a disposizione cibo e acqua, che aveva gradito. Dopo alcuni giorni, però, non aveva più dato segno di trovarsi ancora tra i lamponi, dove l'avevo visto infrattarsi. Colpa dei gatti, avevo pensato, l'hanno fatto scappare.
Oggi ho sistemato un mucchio di legna vecchia, in parte marcia e... sorpresa! faccio per raccogliere una palla di erba secca e scorgo alcuni dorsi aculeati. Sono quelli di mamma riccia e dei suoi piccoli (ne ho visti due, per ora). Accatasto di nuovo alcuni ceppi per dare loro protezione, mi lavo e pedalo da Marzia per rifornirmi di crocchette di pollo e bocconcini golosi (ne avevo in casa, ma li avevo dati a Betti perché anche lei ha un riccio; e ce l'ha anche Marzia; e io mi dicevo: possibile che solo dal mio giardino scappino via?).
Uno dei riccetti, il più scapestrato e avventuroso, non ha avuto alcun timore a farsi fotografare.
Ed eccolo qui.

venerdì 10 agosto 2012

SE MUORE UN ARLECCHINO - LE POESIE


"Se muore un Arlecchino" contiene anche tredici poesie, in coda ai capitoli. Albino Guidi... "scriveva solo quando un improvviso solletico mentale gli faceva trattenere il respiro, nell’attesa di trasformare in parole l’impressione prepotente, visione sfocata di un paesaggio inesplorato." 


Questo canto è in un giardino
breve:
uno sguardo per guardare,
il silenzio da ascoltare.
Tanto incanto in questo lieve
spiumare di fronda in fronda,
meteora il lucherino.
L’estensione dell’esistente
è così grande in questo
niente:
di stagione in stagione,
vi si perde la ragione.

Ièra on omo, on omo basso,
co la testa no pì alta del so casso.
El voleva comandare tuti quanti,
par decreto del Signor e tuti i santi.
Ièra on om providenziale,
on crociato contro el male,
e la zente l’ha gridà:
questo sì che ben ci va!
Xe vegnuo in la mia casa
e go dito: oh che tu fasa
che ‘l padrone qua son io?
M’ha svardato come un dio
svarda bieco na criatura,
po’ m’ha fatto portar via
da’ sui sbirri e casa mia
n’han butato giù le mura.


Fidati di me, disse l’uomo, ti fidi di me?
Dici cose strane, cose terribili.
Fidati di me, come io mi sono fidato di lui
così tu fidati di noi, d’altronde tu sai chi è lui.
Dici cose terribili, che mi spaventano.
Fidati, lo dice lui.
Devo mentire anche a mio figlio?
Sempre, se ne trai vantaggio, anche a te stesso.
Devo dunque ingannare mia moglie?
Tutti ingannano tutti, tu fallo per primo, e ne trai
vantaggio.
Fingermi amico e solidale? Fingermi comprensivo e promettere
tutto il mio aiuto?
Sempre, prometti sempre, qualunque cosa.
Cose terribili.
Fidati di lui.
Accusare mio figlio? Svergognare mia moglie?
Chiunque, se ti è d’ostacolo. Tu bada solo
alla tua convenienza.
Pugnalare alle spalle è terribile.
Fidati.
Devo odiare? Considerare gli altri burattini
da manovrare a mio piacimento? Disprezzare? E tagliare la testa a chi
a chi si oppone? E vedere me stesso lassù, in cima al mondo, un dio?
Fidati di lui, che già sta lassù.
E comandare isterico se cade una foglia che io non voglia? Così
così devo diventare, un dio folle?
Fidati di noi.
E poi io, tu, lui… che cosa faremo lassù, ci sbraneremo? E loro
quaggiù, loro…
Fidati, loro non contano niente.


Ci vuole un vento forte, di tempesta
che sibili sconquasso, fragoroso.
I suoi artigli con moto vorticoso
afferrino costoro di cui basta,
non si tollera più la guasta casta:
il limite han passato, sia finita.
Li portino lassù tra terra e cielo,
dove l’aria non ha miasmi, è pulita,
e di colpo dagli occhi strappi il velo
che li ha resi ottimati vincitori
e non sono che feccia truffatori.
Stan nudi sulle nubi e impenitenti
si proclamano già santi e innocenti
e allora dopo il vento una bufera
dalla voce fatale, forte e fiera
li porti via per sempre, e poi sia festa.


Ripongo la legna. A quella stagionata cade la corteccia,
l’abitano cimici e ragni, secca e polverosa la solcano
gallerie di piccole creature scomparse chissà dove.
Di mezza stagione, il tepore del camino è svelto
e più intenso l’aroma che mi segue in casa,
come aprire la porta sui boschi di abeti. La
ripongo sotto la tettoia “ci verranno i topini” mi dice il vicino
generale in pensione, e io: “c’è posto per tutti”.
Tornano verdoni cinciallegre pettirossi
a spiare se ho messo acqua e becchime
contro l’inverno di fame di gelo.
Saremo di nuovo insieme: loro folletti di rami e d’aria,
io sguardo alla finestra, nel mio nido assediato dal mondo.


Ho visto ed era buio
on omo nero, on omo bruto.
E d’intorno, ed eran mute,
cento e mille v’eran d’ombre,
le sue anime perdute.
Lalalà lalalà,
cento e mille et una lama
son brillate alla mia gola.
La mia vita, ch’era sola,
s’è piovuta via col sangue
a fare on lago, ‘l sangue mio.
Così è morto on senza dio.


Siedi accanto a me, sorella
volto esangue,
nati insieme e da quel giorno
mi segui passo passo, ombra
cui non serve il sole.
Raccontami di te e del tuo potere
di annichilire mondi in lenti autunni,
schiantare i fili d’erba dei respiri
e fare i mondi desolati
in cui cerchiamo pace.


Marinar che vai a vela,
cosa vedi che ti sgela?
È ‘l mio cor, era ghiacciato,
mò lo sento innamorato.
La sirena co ‘l suo pianto
m’ha robbato in on incanto.
Or mi porta in fondo al mare
a morire, e questo è amore.


Una gazza mi zampetta in petto,
là dove dicono cuore
faccia rima con amore.
Tronfia, crudele occhietto,
a beccate scava un vuoto
di dolore.
E il giorno muore.


L’Arlechin perde i colori, a uno a uno
glieli strappano dal cuore.
Li vedi là alla deriva
dove l’onda muore,
sulla chiglia rugginosa
di una nave incagliata,
nell’acqua fangosa.
Marinai ebbri
berciano una canzone sbracata, uno sbraita
spara ai pesci! spara ai pesci!
e così fa il compare.
Ta ta ta ta ta!
Spara al mare e al cielo,
spara ai sogni sulle nubi e sotto l’onda:
colpisce l’Arlechin
che affonda.
Oh, l’Arlechin ferito!
Non ha più nemmeno voce,
non ha più nemmeno vita: la sua
commedia è finita.


È piombato giù dal cielo
on puer bellissim, da mirare,
che m’implora, gli occhi boni:
“Famme entrare,
ch’el mio pare me vol morto.”
Io allora apro la porta.
Tutti i zorni e anco le notti
bussa e bussa e bussa ancora,
el Signor che me rintrona:
“Damme l’agnolo a morir!”.
E io canto ‘sta canzon
del parón, e del patir.


Vola in alto, sopra i miasmi,
sopra gli esseri striscianti,
sopra quelli che si uccidono:
stanno in basso i servitori,
tra i padroni e i loro complici.
Vola sopra le parole,
che di buone non ce n’è,
sopra i traffici e i commerci,
vola in mezzo a chi ha ali buone:
l’aria è limpida e lo sguardo
va lontano.
Vola in aurea solitudine:
tutto illumina.


Il giardino si spegne alla sera,
ma l’uccello non smette di cantare.
Ha le ali e potrebbe volare,
ma non vola e non smette di cantare.
Non c’è niente
di più tragico e triste.
Dalla foglia che annera
l’uccello canta, insiste, si dispera e,
solo, si confonde alla sera. Grumo di buio
che canta, sono chiuse tutte le porte.
Forse lo ascolta la luna,
che ha solo mari asciutti e valli morte.





mercoledì 1 agosto 2012

IL TEATRO INTELLIGENTE


Ho visto “Carnage”, film del 2011 diretto da Polański, basato sull’opera teatrale “Il dio del massacro” di Yasmina Reza. La drammaturga è francese, ex attrice, ora anche romanziera e sceneggiatrice. I suoi testi hanno riscosso ovunque un successo straordinario. La produzione di Broadway ha chiuso il 6 giugno 2010 dopo 24 anteprime e 452 repliche regolari. Tutte le critiche trasudano entusiasmo, comprese quelle italiane.
Ho visto il film a colpi di telecomando, in accelerata. Da Repubblica: “Quel salotto diventato un campo di battaglia del vivere pacifico benestante e civile, ne ha svelato la miseria, infelicità e solitudine”.
A me, della miseria, dell’infelicità e della solitudine della borghesia non importa proprio niente. Il benestante borghese ha risorse per consolarsi e può sempre cambiare vita. C’è gente che non solo non trova consolazioni (a parte le illusioni religiose), ma non ha possibilità di cambiare nulla della propria esistenza.
Ho visto il film in velocità perché tutto mi sembrava scontato e soprattutto costruito con abilità a tavolino. Basta con questo teatro intelligente che piace tanto soprattutto a chi fa uso di un’intelligenza addomesticata o in parte assopita!
Testi di analisi, messa a fuoco, studio dettagliato, scomposizione e ricomposizione, tutti concentrati sul dettaglio, sul singolo caso, sul salotto e sull’individuo. Noia. Come ascoltare i pettegolezzi, gli sfoghi, le malignità, le accuse e i piagnistei, le invettive e le maledizioni della gente di piazza, che trascorre la vita a parlare e sparlare, senza vivere.
Il teatro intelligente è pur sempre catartico. Sono cose che capitano agli altri. Il pubblico gode. Esercita la propria intelligenza da manuale e applaude convinto la rovina altrui e la propria integrità.
Il teatro intelligente è piccolo. Quanto il salotto. Le due coppie di Polanski arrivano all’ascensore e non vanno oltre, chiuse come sono in una scatola di luoghi comuni, atteggiamenti massificati, prevenzioni banali… tutto, però, espresso con intelligenza. Infatti, sono persone acculturate. Persone superiori. Che si meritano quello che hanno: un teatro intelligente quanto loro.
Ah, che voglia di spazi aperti ti mette uno spettacolo così! Di verità più ariose! Di visuali più profonde e più ampie!
Noia e fastidio. Detesto veder litigare le persone in modo “civile”. Non ha senso. O si cercano modi per sviluppare un dialogo o si va ognuno per la propria strada o si fa un macello. Invece, nel teatro intelligente, si riversano secchiate di parole in faccia allo spettatore. Da affogarlo. Parole tanto importanti che lo spettacolo lo si può seguire con il tasto avanti del telecomando sempre premuto.
Grandi prove di recitazione? Ma sì. Comunque, di attori bravi in giro ce n’è una caterva. 

venerdì 27 luglio 2012

SE MUORE UN ARLECCHINO


Il libro è stampato, a giorni mi arrivano le prime copie, a breve sarà in vendita online e prenotabile nelle librerie. “Se muore un Arlecchino”, Robin Edizioni, è il terzo volume della serie di Albino Guidi. Sto scrivendo il quarto, “I piaceri dello Scudo e del Porpora”, una specie di giallo su una ragazza sacrificata all’edonismo cinico della politica e della religione.

Mi chiedo in continuazione chi sia Albino Guidi. Non sono io, è impossibile. Non ho mai avuto una struttura unitaria granitica, non sono mai stato un monumento a me stesso. Mi sono sempre sentito un essere in costante evoluzione (non so se in meglio o in peggio; considero sempre positivo il cambiamento), libero di cambiare atteggiamenti, amicizie e interessi. Sono cambiato io, è cambiata anche la mia scrittura, ma essa, insieme al teatro, è stata la costante intorno alla quale si sono articolate le vicende della vita.
Non esiste un Io in cui possa riconoscermi, se non rinnegando il passato; e il presente è sempre già passato.

Albino Guidi è, quindi, più che un alter-ego, un ego alla ricerca della propria definizione. Egli mi aiuta a fare chiarezza, a distillare gli avvenimenti, a vedere al di là del contingente e ad assumere una visione di vita più ampia, che non fa il conto dei giorni di vita, che non fa conto nemmeno della vita in quanto cronachistica spicciola di parole e piccoli fatti senza storia.
Albino Guidi è l’invito a inquadrare l’esistenza nella storia; e a inquadrare la storia nel mistero laico e scientifico dell’universo. Non per niente egli dialoga e convive con gli dei.
Io gli devo molto.
Penso, con desiderio ingordo, a quali altri libri potrei scrivere, fonti di avventure nello spazio e nel tempo: fantasy, storici, a sfondo sociale, con vicende drammatiche… (per ragazzi no; non voglio più scrivere per ragazzi; è come prendersi a martellate sulle dita).
Ma poi ci ricasco. Le storie con Albino Guidi sono un porto conosciuto da cui salpare per scoprire nuove terre. E quindi… il prossimo libro…
Non lo so ancora. Penso di sistemare il quarto episodio degli ORRENDI, che ho già scritto, se la Giunti non intende proseguire la serie (non so ancora niente); e poi me lo pubblico per conto mio.
Vorrei scrivere di teatro, dopo. E, insieme, cominciare un nuovo episodio con gli dei dell’Olimpo.

In questo terzo libro Albino fa di nuovo teatro. Teatro a Milano con Lupusagnus ("Canicani") e in paese con Il Teatro dei Passeri. Teatro libero, contro il quale si scatenano le forze infernali.

Ma chi si credeva? Che diritto aveva di porre fine alle vite e alle cose in un attimo, magari solo per un capriccio? Non era onnipotente! Nessuno lo era. L’avrebbe digitato sulla tastiera, l’avrebbe scritto nero su bianco, l’avrebbe gridato nel suo romanzo che Ade non era onnipotente, e che nella sua immaginazione poteva anche farsi beffe di lui. Che provasse a spegnergliela, la sua immaginazione libera!”

Ecco la presentazione:

“L’intromissione degli dei nella vita di Albino Guidi si fa sempre più pesante. Proprio quando si rifà vivo un  amico e regista milanese con una proposta entusiasmante, le Cariti gli organizzano un gruppo di ragazzi con i quali mettere in scena un’arlecchinata. La compagnia degli adulti deve fare i conti con Ade, risoluto a vendicare Ares umiliato ed esiliato; il gruppo di ragazzi deve vedersela con mostri spaventosi come l’Echidna e le Erinni. La battaglia finale vedrà schierati da una parte maschi spietati e tirannici e dall’altra femmine irriducibili sostenute dalla potenza di Eros. Nel mezzo, Albino. Una vera e propria discesa nel Tartaro, il suo teatro.”


mercoledì 18 luglio 2012

PREMIO MARIO TOBINO

Ogni tanto, su segnalazione, partecipo a un concorso, ma solo se privo di tassa e con invio dell'opera via email. L'atto unico "L'ultima fermata" ha vinto il Premio Biennale Letterario "Mario Tobino", sezione teatro, di Vezzano Ligure (SP), in collaborazione con la fondazione Mario Tobino. La giuria è presieduta da Giuseppe Benelli e composta da Giuliano Angeletti, Gianni De Nobili e Leonardo Moretti. 
"L'ultima fermata" mette in scena l'incontro di una profuga, Olga, con una giovane borghese in partenza per una vacanza con gli amici, Mara. Olga racconta della propria invisibilità. Dapprima i familiari, poi tutti gli altri non si accorgono della sua esistenza. Mara non le crede, ma sperimenta la stessa angoscia: un camionista a cui chiede un passaggio e i suoi stessi amici passano via senza vederla. Rese solidali dalla terribile condizione di invisibilità, se ne vanno oltre l'ultima fermata, alla ricerca di un luogo dove la gente è consapevole dell'esistenza degli altri e del loro stato di bisogno.

MARA - Certo che ti vedo. Sei di carne e di ossa, hai un cuore che batte. Pensieri che non sempre capisco.    e ora che ti fisso negli occhi... una tristezza profonda, così disperata, eppure mondata da ogni dolore. E' questa la tua serenità? 

Ringrazio l'assessore alla cultura Paola Baldini, la giuria e quanti hanno collaborato al premio.

martedì 17 luglio 2012

DIVI SEMIDEI DIVETTI

Scrivendo, prendo pause tra le news o in Facebook o con brevi incursioni tra i blog. Ah, Facebook. Una delle cose interessanti è seguire le immagini di profilo, come cambiano a seconda dei capricci e degli estri del momento. Tanto più cambiano tanto più testimoniano uno zoccolo duro narcisista, che cerca nell'autoritratto la consacrazione implicita, innata e di carattere semidivino. E' una caratteristica comune a uomini e donne. A volte, le donne finiscono con il mostrare il loro lato maschile: sport estremi, leaderismo, dominio. Gli uomini quello femminile: mistero e seduzione. La questione si fa quasi patologica per le persone che operano in politica o nel campo artistico. I politici dovrebbero parlare di questioni comuni, anteporre gli altri a se stessi. Perché allora insistono con l'esibire il proprio ritratto in mille salse diverse? Di solito privilegiano il volto. Scorcio espressivo, sguardo indagatore, bianco e nero, taglio volitivo. Gli artisti dovrebbero privilegiare le loro opere. Ma il loro Io è il sommo capolavoro e ce lo sbattono in faccia in ogni occasione. Da ogni immagine si nota quanto curino l'abbigliamento, la posa, l'espressione. Sono artisti anche nel vendere se stessi (difficile che si regalino). Alla fine, la ricerca del monumento in vita si rivela ridicola. 
L'aspetto più impressionante è che molti di questi Narcisi Profeti si pongono nell'area che una volta si definiva "di sinistra" e che adesso non si capisce più che cosa sia. Sorge allora spontanea la domanda cattiva: ma questi si danno davvero tanto da fare per il bene dell'umanità? Non è che prima dell'umanità ci siano comunque loro e la loro immagine e il loro egocentrismo? 
Insopportabili, arrivano a parlare di se stessi in terza persona. Di ambizioni smisurate, non si accorgono di essere comunque e sempre piccoli, nella storia. Ma a loro non interessa la storia vera. A loro basta diventare grandi nelle bugie e nelle apparenze, e questo non è difficile da ottenere nella storia dei massmedia, dei libri, del desiderio umano di procurarsi sempre degli idoli, dei santi, dei geni, dei grandi uomini che stornino dalla consapevolezza di quanto sia invece mediocre e meschino il mondo.    

domenica 1 luglio 2012

SCRITTURA ESTIVA


Il nuovo piano di scrittura è vario e mi appassiona.
1)      Anzitutto, devo ultimare “I piaceri dello Scudo e del Porpora”, il quarto episodio con Albino Guidi, dopo “Un fauno in legnaia”, “D’Armonia, di sangue” e “Se muore un Arlecchino”. L’idea di partenza era di scrivere un giallo, forse perché non l’ho mai fatto e non ho mai desiderato farlo, non interessandomi il poliziesco. In questo caso, però,  le indagini su una ragazza uccisa vengono condotte da Ausia, moglie di Proteo, capace come lui di trasformarsi. L’affianca un gioviale Ermes. Lo Scudo e il Porpora, i due galantuomini dediti ai piaceri e allo strapotere, non sono di difficile identificazione. Hanno per alleate due divinità terrificanti: Eris, la signora del dolore, e Aracne, la mostruosa tessitrice. Come contorno, tanti ragazzi di paese, molti dei quali avrebbero bisogno di una raddrizzata. Ho scritto 180 cartelle e sto per affrontare la lunga scena finale, nelle viscere della terra, dove orrore e coraggio si scontrano sotto gli occhi degli dei  e secondo la misteriosa volontà del Fato. 
2)      Sono stato invitato da “Stratagemmi online”, una rivista di teatro, a scrivere un saggio sulla mia drammaturgia, di cui è già stato approvato il piano. Nella prima parte mostrerò quanto mi siano stati utili vent’anni di lavoro con bambini e ragazzi per elaborare quella che chiamo “drammaturgia della misura”. Dalla struttura all’equilibrio tra le parti, dal ricorso alla rima e alla filastrocca alle risorse dell’immaginario infantile: una drammaturgia che non perde di vista l’infanzia e il suo linguaggio. La seconda parte prevede l’analisi della conduzione laboratoriale del “Teatro dei passeri”, divenuto (per me) centro di ricerca dove sperimentare e approfondire forme drammaturgiche. La terza parte riguarda i tre spettacoli di “Lupusagnus”: i testi, i rapporti con il regista e la compagnia, le domande a la ricerca di risposte. Per me, questo saggio equivale alla pubblicazione dei quattro volumi di testi: fare il punto della situazione attuale, chiudere un’epoca, aprirne un’altra più consapevole e più profonda dal punto di vista artistico.   STRATAGEMMI

3)      Infine, ho accettato di mettere in scena anche quest’anno uno spettacolo con la Quinta elementare Verjus di Oleggio. Mi ero ripromesso, con  “Il Mangialibri”, di rifiutare impegni annuali per concentrarmi sulla scrittura sia di prosa sia di teatro, ma poi… Mi sono recato nella classe di 19 bambini. Ho fornito alcuni stimoli e le indicazioni per elaborare dei progetti realizzabili, e poi ho ascoltato le loro proposte. Sono uscite le seguenti idee: un alieno assaggia la Coca cola e ne è entusiasta… le creature dei fondali oceanici salgono in superficie per protestare contro i pescatori… invasione della Terra… i genitori lasciano i bambini soli in città… Le idee sono molte, ma quella dei bambini lasciati soli mi colpisce, anche perché alcuni giorni prima avevo già ideato un possibile testo, intitolato “Bambini pirati”, sulla loro potenzialità predatoria. Faccio riflettere la classe e all’unanimità (!) tutti scelgono. Ecco, è già nato “La città dei bambini pirati”.
Alcuni giorni dopo m’incontro con Gianna Cannaos, l’insegnante che realizzerà la scenografia. Le propongo di ispirarsi a Giorgio De Chirico. Mi sembra a misura di bambino, sia come riproduzione sia come modello di elaborazione. Bene, è molto contenta. Ora non resta che scrivere il testo. A metà ottobre tutti in Aula Teatro: comincia lo spettacolo!