lunedì 25 aprile 2016

UN ARTICOLO SU MIO ZIO AQUILINO, PARTIGIANO

GianPaolo Cisotto

TRADATE-RESCALDINA SOLO ANDATA

(articolo pubblicato su "La Concordia", mensile parrocchiale di Tradate)


Per compiere questo percorso in treno bisogna andare fino a Saronno e prendere poi quello per Novara: oggi come nel 1944, solo che i nostri protagonisti hanno usato altri mezzi. Nel titolo si parla di “solo andata” non perché il ritorno avvenne in altro modo, ma perché là finì la loro breve vita: si sta parlando quindi o di partigiani o di aderenti al partito Fascista. Le prossime celebrazioni del 25 Aprile fanno propendere per la prima opzione. Ai nostri tre protagonisti sono state intitolate altrettante vie di Tradate (due in zona Ceppine e una ad Abbiate) in seguito alle vicende narrate qui, e che una parte dei lettori conoscerà già.

A Tradate la presenza di esponenti della Repubblica di Salò era marcata in quanto il castello Stroppa (in quel periodo di proprietà comunale) dal 1 dicembre 1943 era stato requisito per alloggiarvi i Paracadutisti, con l’intento di riunificare i vari reparti di questa specialità, che utilizzavano l’aeroporto di Venegono per i loro lanci addestrativi. Reparti di alleati tedeschi  si trovavano  in altri edifici della cittadina, del resto la pulizia etnica perpetrata a scapito degli Ebrei non sarebbe stata possibile senza di loro. Era inevitabile quindi che i partigiani cercassero di contrastarli e trovare persone adatte a questo compito non era certamente facile: il gruppo che si formò, non limitato ai tre presi in considerazione, era composto da tradatesi e immigrati. I comandi partigiani della brigata “Marcobi”stabilirono di compiere un atto di sabotaggio, non è ben chiaro quale fosse l’obbiettivo, e da Tradate partirono i sei che dovevano raggiungere Rescaldina, che forse non era la meta finale, perché non c’erano particolari punti sensibili, a meno che si trattasse di un convoglio ferroviario. Il giorno prescelto fu giovedì 14 dicembre, di buon mattino i sei partirono armati il minimo indispensabile, a loro disposizione mezzi di trasporto veramente minimi, ovvero biciclette, si presume; scelsero di attraversare i boschi seguendo il corso del torrente Fontanile e in alcuni tratti avrebbero potuto sfruttare il suo letto in quanto asciutto in dicembre. Pur attraversando una zona boschiva dovettero comunque stare all’erta perché in quegli anni gli alberi erano stati per la maggior parte abbattuti in quanto servivano come combustibile, lo si nota dalle fotografie aeree scattate dalla RAF e dalla cartografia preparata dall’esercito degli USA in scala 1:50000, entrambi risalenti proprio al 1944. Non si sa con quanta esperienza il gruppo affrontò l’impresa inserita in quella che è stata considerata una guerra civile.

Dei sei partigiani seguiamo le vicende di Aquilino Bresolin in quanto la sorella Gina ci ha lasciato testimonianze dirette raccolte dal nipote del partigiano, anche lui col medesimo nome: costui ha poi scritto un testo teatrale che ha ricevuto il premio <>. La famiglia Bresolin era originaria di Riese in provincia di Treviso, è il paese dove nacque Giuseppe Sarto divenuto papa nel 1903 col nome di Pio X. Nonostante ciò il paese non offriva molte occasioni di lavoro per cui il capofamiglia decise di trasferirsi con alcuni famigliari in Libia, dove il regime prometteva grandi cose, ma non fu così. Dovettero quindi tornare in Italia e si stabilirono a Camerlata di Como dove c’era un fratello del padre e la famiglia si ricompose, ma lasciarono anche questa città e approdare infine a Tradate.  Gina trovò lavoro nella tessitura Castellanza & Borri (erede della Lonati spa), ma soprattutto fu a servizio  dai Crosti, tra i maggiori possidenti terrieri, per i quali lavorarono le terre in Vignalunga il padre e il fratello maggiore. In modo più o meno convinto i Crosti avevano contatti con il regime e Gina incontrava alcuni loro esponenti durante le feste di ballo che si svolgevano nel palazzo di fianco alla parrocchiale, organizzate dai proprietari, Giuseppe Crosti, detto Peppino, grande appassionato di caccia (concluderà la sua vita terrena nel 1945) e la moglie Brunelli (si risposerà qualche anno dopo).  Qui di seguito alcuni brani del testo teatrale.

GINA                 Io non mi faccio vedere che ho paura. I lavori li porto avanti lo stesso e la signora non si lamenta. Anzi, mi dice che sono brava e che è contenta di avermi preso. Io tengo la testa bassa e dico grazie, ma la voce mi esce appena. Mi mette in soggezione, la signora. È sempre elegante e sa parlare con tutti, con i contadini e con i fascisti che invita alle feste. I fascisti stanno su al castello, ma vengono qui quasi tutti i giorni. Alla sera ballano. Quando ballano, la signora vuole che mi fermo a servire la cena e a pulire in cucina.
MADRE             Là, sola, in mezzo a tutti i fascistoni. Ma che cosa poso fare? A noialtri tocca sempre abbassare la testa, sempre.
GINA                 Torno a casa che ormai è buio e…
MADRE             Corri, se te hai paura, corri!
GINA                 Sì che ho paura! I fascisti bevono e qualche volta ci sono anche i tedeschi. Mi guardano in un modo… Mi viene addosso un freddo... Allora scappo in cucina.
                            E se mi vengono dietro? Che cosa faccio, io? Come faccio a dire a un fascista di lasciarmi stare? Peggio ancora a un tedesco. Nemmeno mi capisce, quello. E i tedeschi lo sanno tutti che non puoi mica dirgli di no. Sono capaci di ammazzarti, loro, se gli dici di no.
                            Per fortuna la mia casa è vicina. Appena dietro la chiesa.  Corro lungo il muro della chiesa e mi sento protetta dalla Madonna e dai santi. Entro nella corte, sento i versi dei tacchini e delle vacche e mi sento meglio. In casa c’è il papà che beve il vino. I fratelli più piccoli dormono già. Tu, mamma, non sei ancora tornata. Appena fa scuro vai su nei boschi. Io non lo so come fai a fare la strada al buio, che se ti vedono ti portano in prigione.
MADRE             Bisogna pure che qualcuno pensi a chi si nasconde. Dormono sotto le frasche, o in qualche capanno. Qualcun bisogna che porti loro da mangiare.
GINA                 C’è anche suo figlio, con i partigiani. Il più piccolo, di due anni minore di me. Il più bello di tutti i fratelli. Ha i capelli lunghi e se li tiene pettinati indietro. Io gli dico che sembra un leone. Qualche volta lo incontro mentre vado in villa. Lui se ne sta lì, appoggiato al muro. Aspetta che qualcuno gli dia un lavoro. E magari invece dopo se ne va chissà dove a mettere una bomba insieme ai suoi compagni. Io lo so che prima o poi… che prima o poi… perché lui non ha mai paura di niente. Gli dico: basta, la guerra è quasi finita, devi smetterla, se no prima o poi ti prendono e allora… e allora lo ammazzano. Ma lui ride e dice che i fascisti sono troppo stupidi per prenderlo.
MADRE             E’ questa la paura più grande. Di perdere i figli. Peggio che morire, quando a morire è un  figliolo.


Invece il 14 dicembre 1944 capitò:

GINA                 Sono solo sogni, mamma. Torna a dormire.
                            Ma io ho un brutto presentimento. I sogni non sono mai solo sogni. Vado a lavorare in villa che non ci sto con la testa. Ombre sui pensieri. Il respiro che manca. La signora mi osserva e sospira. Pensa che sono innamorata e sorride. Dei partigiani non vuole nemmeno sentirne parlare. Pulisco l’argenteria. La signora si fida solo di me. Solo io la pulisco come piace a lei.
                            Si avvicina un fascista, è giovedì 14 dicembre.
                            È un ragazzo che ogni tanto mi guarda e io so che ha una simpatia. Ho vent’anni, ormai sono una donna. Già in tanti mi dicono che sono bella. A me non interessa. Penso solo a lavorare, io. Non voglio morosi. Ce l’ho già il moroso. Anche se quando penso a lui mi viene da disperarmi.
VOCE                 Se vuoi vedere tuo fratello, va’ a Rescaldina.
GINA                 Ma che cosa vuole? Quale mio fratello? I miei fratelli sono nei campi o in fabbrica. Che cosa ne sa lui dei miei fratelli? Continuo a pulire senza guardarlo in faccia.
VOCE                 Lo vuoi vedere, tuo fratello? Va’ a Rescaldina! 
GINA                 Io ho già capito. Ma certe cose si capiscono senza volerle capire. Io so già che cosa trovo, a Rescaldina. Una voce dentro di me grida e un’altra le sussurra: sta’ zitta, sta’ zitta, sta’ zitta. La voce che grida mi dice la verità, ma l’altra non la vuole sentire. Non riesco più a muovermi, non riesco nemmeno a parlare.
VOCE                 Corri, stupida!
GINA                 Me lo dice di nascosto dagli altri. Ha simpatia per me, lo so. Mi viene come un buio davanti      agli occhi. Con una scusa esco fuori nel giardino e riprendo a respirare. Oh, mamma, mamma!               
Omissis
GINA                 Corro via sulla bicicletta che sembro un vento di tempesta. Va’ giù per Gorla, ha detto Carlo. E dopo chiedi a un paesano. E quando arrivo e domando a due donne se sanno qualcosa dei giovani di Tradate una mi fa: là, al cimitero.
                            Là, al cimitero, di Rescaldina.
                            Me lo dice astiosa, con due occhi duri e cattivi.
                            Là, al cimitero.    
                            Me lo dice come se fosse contenta di mandarmi là, al cimitero.
                            Corro lungo il viale del cimitero. La ghiaia scricchiola. Scivolo. Cado. Mi tiro su con la voglia di piangere, ma non piango. Una donna si alza dalla tomba dove pregava e mi fa un segno… là, devo andare là?… e poi abbassa gli occhi e scappa via.
                            Mi guardo intorno. Ci sono solo io. Sono qua, tutta sola. Oh, mamma, mamma.
                            C’è buio, nella cappella mortuaria.
                            Ma i miei occhi vedono con il cuore. Lui è lì. Cado in ginocchio. Lui è qui, sotto le mie mani e sotto le mie lacrime. Vorrei morire come è morto lui, perché forse così ci incontriamo ancora e scoppiamo tutti e due a ridere e lui mi dice: bello scherzo che ti ho combinato!  
                            Guarda quanto sangue.
                            Che cosa gli hanno fatto, i maledetti? Che cosa gli hanno fatto? Me l’hanno ammazzato, me l’hanno ammazzato per sempre.
VOCE                 Va’ via. Hanno chiamato i fascisti.
GINA                 E lui? Qui da solo? Chi gli tiene la mano?
VOCE                 Stanotte il prete se lo porta in parrocchia. Adesso scappa che i fascisti vengono a prendere anche te.
GINA                 E lui lo lascio qui? Con i capelli sporchi di sangue? Ma prima gli chiudo gli occhi. Non deve più vedere. Ci sono anche i suoi amici. Uno lì, l’altro là. Buttati sul pavimento come roba vecchia che non serve più. Non deve vedere che li hanno ammazzati tutti.
Omissis
GINA                 Pedalo e piango e grido e maledico. E quando rientro in villa mi asciugo le lacrime e la signora mi chiede: Gina, ma dov’eri finita? Il fascista mi guarda forse con pietà, ma io gli caverei gli occhi. Quando torno a casa, non dico niente a nessuno. Non ho il coraggio di dirlo alla mamma. Mi tengo dentro la morte. Di notte sento sparare e gridare, ma è solo un sogno. Un altro brutto sogno. Il brutto sogno di lui e degli altri partigiani della brigata Marcobi. Traditi da un compagno anima nera. Sorpresi in un bar dai fascisti e dai tedeschi. Ammazzati tutti.


I sei partigiani partiti da Tradate quella mattina del 14 dicembre 1944 si erano fermati in una osteria situata tra la ferrovia e il centro di Rescaldina in attesa di compiere l’azione, oppure il traditore aveva scelto quel luogo che riteneva più adatto all’imboscata. Ernesto Restelli nel suo libro “Tradate, profilo storico” così descrive l’evento: <>. Aquilino aveva 18 anni, Ferdinando 23 e Carlo 19.
L’osteria dell’eccidio, in via Matteotti 85, non esiste più, però è stata posta una lapide a cura dell’ANPI e con il contributo dei comuni di Tradate e Rescaldina il 3 febbraio 1946.

Dida foto
1 – Aquilino Bresolin
2 mappa Tradate – I principali luoghi di Tradate correlati alle vicende narrate.
3 – Cortile dove hanno abitato i Bresolin. 
4 – Rescaldina, via Matteotti oggi.
5 – Particolare della lapide posta sul luogo dell’eccidio.
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