venerdì 10 ottobre 2014

"ERACLE" di Euripide, un commento.

Aquilino
“Eracle” di Euripide. Commento in occasione di una lettura pubblica drammatizzata.




Il prologo in Eschilo era spesso affidato al coro. Esso serve a fornire allo spettatore le informazioni necessarie per orientarsi nella vicenda. Quasi sempre si espongono cronache remote e miti, dato che il presente è sempre figlio del passato. Con Sofocle e con Euripide il prologo è affidato a un personaggio, il cui monologo iniziale diviene poi dialogo. In questo caso Anfitrione espone la sua lunga rhesis (discorso, spesso resoconto, tipico del messaggero) e dopo poche battute con Megara, la moglie di Eracle, cede la scena al coro dei vecchi tebani.

Si presenta al pubblico come “Anfitrione di Argo, che condivise il letto nuziale con Zeus”. Mentre lui è in guerra, Zeus assume le sue sembianze e inganna Alcmena, la moglie, con una dettagliata cronaca delle battaglie. Sosta nella sua camera tre giorni e tre notti e dall’amplesso nasce Eracle. L’informazione fornita da Anfitrione precede una genealogia di tutto rispetto: è figlio di Alceo, a sua volte figlio di Perseo generato da Zeus. Non a caso Euripide mette in rilievo l’episodio, motivo di vanto per un mortale. Fa parte dell’ironia tragica: ti vanti di essere con-padre di un semidio, ma quella che credi una benedizione sarà invece la rovina della tua casa. Inoltre, Perseo è l’uccisore della Gorgone Medusa. Nella tragedia, Euripide scrive che Eracle e i figli hanno uno sguardo da Gorgone. I mostri che Eracle e i suoi antenati hanno ucciso dimorano negli uccisori.
Esiliato da Argo per avere ucciso in un incidente il cognato Elettrione, Anfitrione si è rifugiato a Tebe, la terribile città dalle sette torri con sette porte, i cui fondatori sono gli Sparti, i cinque guerrieri nati dai denti del drago di Ares seminati da Cadmo. In loro onore, Cadmea si chiama la rocca di Tebe e Spartiati o Cadmei gli abitanti. Ares lancia una maledizione contro Cadmo e i suoi discendenti. Tebe è la città di Eracle e a Tebe nasce anche Dioniso, il dio delle baccanti. Quando il re Penteo ne vieta il culto, lo fa uccidere dalla madre Agave, invasata come lo sarà Eracle. A Tebe si svolge la vicenda di Edipo, come Eracle assassino innocente, anche lui ospitato dal re di Atene Teseo. Tebe assiste alla battaglia tra i due figli di Edipo, Polinice ed Eteocle. E alle vicissitudini di Andromaca che sfida il potere di Creonte pur di seppellire il fratello Polinice.

Eracle, nella versione di Euripide (che stravolge il succedersi degli avvenimenti, anticipando le fatiche e posticipando la morte di Anfitrione), rimane a vivere ad Argo e stringe un accordo con il re Euristeo: libererà la sua terra dai mostri e in cambio Anfitrione potrà tornare in patria.
Egli è quindi partito per compiere dodici imprese, o fatiche: leone di Nemea, Idra di Lerna, cerva di Cerinea, cinghiale di Erimanto, stalle di Augia, uccelli del lago Stinfalo, toro di Creta, cavalle di Diomede, regina delle Amazzoni, buoi di Gerione, giardino delle Esperidi, Cerbero. Si noti che le Amazzoni sono nell’elenco dei più pericolosi mostri dell’antichità. Eracle ha appena portato Cerbero a Euristeo (che ogni volta che l’eroe si ripresenta ad Argo si fa calare in un bunker, al sicuro dai mostri) ed è in viaggio per Tebe, ma i suoi familiari non lo sanno e temono che sia morto.
Il re di Tebe era Creonte, padre di Megara. Lico l’ha ucciso approfittando dell’assenza di Eracle e diventa il tiranno della città. Egli intende uccidere tutti i familiari dell’eroe, per evitare che possano in seguito vendicarsi.

Anfitrione è stato incaricato da Eracle di proteggere la moglie e i figli e svolge l’incarico con dedizione e con coraggio.
Si tratta di una figura minore, in una tragedia che vede come unico protagonista Eracle, presente anche nell’assenza, dato che tutto gira intorno a lui. Lico non farebbe una strage se i bambini non fossero figli suoi; e la sua ambizione è comunque di distruggere nello spirito e nella fama un eroe che invidia. Inoltre, i discorsi di Anfitrione e Megara sono tutti legati all’assenza dell’eroe e a un suo prodigioso ritorno. Il coro ne ricorda le imprese. Sul finale, al protagonista si affianca Teseo, un deus ex machina non divino. Tocca a lui mettere un coperchio sulla pentola in ebollizione e tranciare la catena di avvenimenti inspiegabili che tiene avvinto Eracle a uno stato di scoramento.
Anfitrione è il fil rouge che lega Megara e i bambini alla speranza, per poi consegnarli alla pietà del rito funebre, e fronteggia Lico e gli dei, e assiste al massacro, e poi sostiene il figlio, e solo alla fine dice: a me chi pensa? Perché tanta morte se la sente addosso e il pensiero di seppellire i nipoti e la nuora e di rimanere solo nella città travolta dalla guerra civile lo annienta. Con sollievo sente promettere da Eracle che manderà a prenderlo per portarlo ad Atene.

Una figura minore, ma l’unica che vive la tragedia in modo equilibrato. Megara è presa da un fanatismo funebre che costringe i figli a interpretare con decoro l’ultima scena della loro vita. Eracle, dopo la breve scena iniziale in cui si mostra padre affettuoso, non fa che uccidere, prima il tiranno e poi i familiari. Quando esce da una forma di “entusiasmo” che non gli provoca un contatto creativo con la divinità, ma lo rende indemoniato e furioso, perde la spavalderia dell’eroe e barcolla tra la figura tragica e quella comica, come già nell’ “Alcesti”. Appare distrutto, più che dal dolore, dalla perdita dell’onore, della timè. Vuole quindi suicidarsi, ma ci ripensa; abbandonare le armi, ma le riprende; e il suo pensiero va alla ricompensa non ancora riscossa per la cattura di Cerbero; e probabilmente ai beni e agli onori che lo attendono ad Atene.
Anfitrione si ritrova fuori dal sistema, bandito da Argo, coinvolto nella lotta civile a Tebe, emarginato insieme agli altri vecchi, ridotto a fare da becchino, solo con il proprio dolore. Eracle, invece, sceglie di mantenere il proprio ruolo di aristocratico eroe e va ad Atene a riscuotere il premio della propria fama. L’odio di Era, tuttavia, lo segue e lo annienta.  Sposa Deianira, ha altri figli, ma non scampa a una morte orribile.
L’umanizzazione dell’eroe giunge così al suo estremo, con la sua dissoluzione sul rogo. Ma dobbiamo rivolgerci a Sofocle per conoscere la fine di Eracle, raccontata nella tragedia “Trachinie”.
L’impotenza e la solitudine di Anfitrione, questo “eroe in ombra”, sono le medesime dei vecchi del coro (“Vecchio, fa’ da scorta a un altro vecchio”). Essi cantano: “La vecchiaia è un peso, sempre, che mi schiaccia”.
Eppure fa o dice più cose sensate Anfitrione che Eracle, la cui unica opzione rimane la violenza.
Nel finale deittico del monologo sottolinea la propria condizione di esule perenne. Cacciato da Argo, è stato cacciato anche dalla casa di Tebe. E anticipa quello che in seguito sviluppa in modo più ampio: nella sventura, gli amici si eclissano.

Ci si offre un quadro significativo: raccolta attorno all’altare, cercando nella religione l’estremo rifugio, la parte più debole e maltrattata dell’umanità: un vecchio, una donna, tre bambini. Sono le vittime predestinate dei conflitti sociali e delle guerre.
Anfitrione è preciso e oggettivo nel presentare al pubblico la situazione. Ma Euripide è un artista e il registro dal narrativo vira di colpo al patetico. Se il vecchio mostra fierezza e combattività (“Mi piace vivere e amo la speranza”), sua nuora si è già arresa. Non vede via d’uscita e concentra le proprie energie nel tranquillizzare i figli, per condurli verso una buona morte. È una figura acquerellata, l’opposto della sanguigna Medea, un’Alcesti che si rassegna a un destino visto come ineluttabile che comunque la santifica. Euripide non sembra prendersi molta cura della sua arrendevolezza e la tratteggia senza passione.

Ora che a tutti è chiaro che cosa sta succedendo e con quali stati d’animo i personaggi vivono la vicenda, il coro può fare il proprio ingresso danzato e cantato. È la parodo. Il termine significa “la via vicina” e si riferisce al duplice corridoio sui lati della scena. Indica anche l’ingresso del coro. 
Il coro dei vecchi è lo specchio della precarietà della situazione umana, evidenziata dalla situazione. Com’è la loro vita? Segnata dagli incubi, dalla paura di non farcela, dai ricordi tristi delle glorie del passato, dall’amarezza di avere dato tanto e di trovarsi ora nel bisogno. Che cosa li soccorre? Solo la solidarietà. Eschilo avrebbe predicato la fede in Zeus, ma il laico Euripide invita gli uomini a contare solo su se stessi. L’invito alla fratellanza umana assume un colore politico, quando l’autore rimprovera la Grecia di perdere preziosi alleati, uccidendo i figli di Eracle. Sembra un riferimento alla guerra del Peloponneso, devastante e insensata. La solidarietà tra gli anziani anticipa quella tra Teseo ed Eracle nel finale. Gli uomini, se vogliono superare i momenti difficili, non devono aspettare l’aiuto del cielo, ma soccorrersi a vicenda.

Abbiamo ascoltato il racconto equilibrato delle sventure, elaborato su registri diversi: la fierezza, l’irremovibilità, la solidarietà, la remissività, la nostalgia, l’indignazione… Ai toni patetici si contrappone la prepotenza del tiranno. Lico è lucido, risoluto, cinico. L’emblema del conquistatore che va dritto all’obiettivo, indifferente al costo in vite umane.
Euripide ce lo presenta disumanizzato, un robot programmato nei cui circuiti la pietà non ha significato. Non è forse l’altra faccia di Eracle? Ambedue hanno compiti da svolgere e li conseguono con la massima efficienza, facendo ricorso alla violenza. Violenza e guerra sono pane quotidiano nella società micenea, ma Euripide afferma che è tempo di staccarsi dalle origini. Tempo di revisionare la mitologia e la qualità dei rapporti tra gli uomini, tra gli uomini e gli dei e tra le comunità e gli stati. Violenti, sia Lico sia Eracle trovano una morte violenta.

La forza di Lico è comunque venata di debolezza, dato che non può fare a meno di manifestare invidia e paura per Eracle, che in un modo goffo tenta di sminuire. Il confronto con lui è inevitabile. Scontro animalesco tra due maschi dominanti. Lico lo attacca nel punto debole dei maschi: la virilità. Non è un uomo, afferma, chi combatte con l’arco e non con la lancia. Comincia, qui, il gioco di disintegrazione del semidio. Ma è proprio vero che abbia ucciso tutti quei mostri? Erano davvero mostri? Le sue imprese si sono svolte lontano, impossibile verificarne l’autenticità. Non saranno anche queste “invenzioni dei poeti” come dirà più avanti Euripide? E non è un vigliacco, chi scaglia la freccia tenendosi nascosto?
Euripide tesse le lodi della falange greca, la phalanx di opliti costituita da un muro di scudi, ma le sue parole suonano sinistre e ricordano la carne da macello di tutte le epoche.

Nel primo episodio, Lico è sbrigativo e terrificante nelle sue esagerazioni. Euripide gli fa mandare soldati sull’Elicona e sul Parnaso, lontani decine di chilometri, per riportarne tronchi da ammassare intorno all’altare di Zeus. Una sparata improbabile al di fuori di ogni logica di corrispondenza spaziale e temporale. Una pira gigantesca per bruciare vivi i nemici. L’ansia di distruzione del tiranno megalomane.
Ai suoi piani smisurati di puro orrore si oppongono i gemiti misurati e le maledizioni impotenti di Anfitrione e dei vecchi, qui fusi in un medesimo stato d’animo: pietà per le piccole vittime, sdegno per la loro sorte, riprovazione per la mancanza di soccorsi. Tutti sfidano il tiranno, ma nessuno è in grado di fare una concreta opposizione. Non fa quindi parte anche Lico di ananke, la necessità che governa la vita, il Fato contro il quale è impossibile ribellarsi? Com’era inarrestabile Eracle nella distruzione dei mostri, così lo è il tiranno nel sottomettere e nel trucidare. D’altronde, i familiari di Eracle sono i suoi mostri, gli incubi di una possibile vendetta futura che egli deve eliminare.

Megara, sottomessa alla necessità, chiede una grazia: che non vengano uccisi dal fuoco, ma dalla spada. E che possano rientrare nel palazzo per indossare gli abiti funebri.
Ecco Ananke, evocata da Megara. La sua adesione allo stato di necessità dell’umanità, per cui si deve accettare il destino come si presenta, suona come un rimprovero ad Anfitrione e al coro di vecchi. Sono stupidi, se non si arrendono al destino, contro il quale nemmeno gli dei possono fare qualcosa. Ma insinua anche il dubbio che il suocero abbia paura, quando dice: Abbi il coraggio di morire insieme a noi. Megara analizza freddamente la situazione e anche qui riscontriamo la duplice anima di Euripide, poetica e filosofica. I suoi personaggi esprimono emozioni, ma anche interrogano, indagano, cercano risposte. Megara esamina tre possibili vie di salvezza: il ritorno di Eracle, il pentimento di Lico, l’esilio. Nega la praticabilità di tutte e tre le vie. La più concreta è l’esilio, ma la morte è meglio di una sopravvivenza misera. Non si ribella, non cerca vane speranze, ma si adopra per salvare il salvabile. Se devono morire, che avvenga in modo dignitoso. Sembra avere un animo freddo, rispetto a quello più turbolento di Anfitrione. Le sue preoccupazioni sono formali: morire non arsi vivi, ma sgozzati come vittime sacrificali, e agghindati con le vesti nere. Anfitrione si arrende. Non impreca più, non si rifugia nella speranza. Fa però una strana richiesta, che vengano uccisi per primi lui e Megara, per evitare lo strazio di assistere alla fine dei bambini. Non pensa che per loro è sorte peggiore vedere prima uccidere madre e nonno e capire che cosa li aspetta. Forse la dinamica è coerente con i valori sociali del tempo: prima gli uomini, poi le donne, ultimi i bambini, i più sacrificabili. 

Anfitrione non regge a fare la parte del rassegnato e il suo ultimo grido è un’accusa lucida e disperata. Com’è possibile, dice, che l’uomo sia migliore degli dei? Zeus è stato disonesto e ora si mostra cinico e irriconoscente. Io invece sono qui, pronto a morire insieme a coloro che proteggo. Zeus non capisce, è lontano da noi, oppure è ingiusto. E così crolla tutto il sistema olimpico. Siamo lontanissimi dalle esortazioni di Eschilo a rivolgersi sempre e comunque a Zeus.

Giungiamo al primo stasimo. Il coro esprime un threnos, un lamento funebre che è anche celebrazione dell’eroe ormai dato per morto. Il canto è lungo in modo inconsueto, dato che rievoca una per una tutte le dodici fatiche di Eracle. Àilinos, il grido con cui si apre, è il nome di un figlio di Apollo morto sbranato dai cani. In sua memoria, Apollo ha istituito un culto e “ailinos” è diventata un’invocazione.

Nel secondo episodio, Megara commemora la grandezza della propria famiglia. Eracle aveva promesso ai figli di renderli re di Argo, di Tebe e di Ecalia. È significativo che  Euripide abbia posto in elenco proprio Ecalia, la città conquistata da Eracle per vendicarsi di un torto e soprattutto per prendersi la ragazza di cui si è invaghito. Il re di Ecalia, Eurito, promette di dare in sposa la figlia Iole a chi lo batte nel tiro con l’arco, nel quale si ritiene invincibile grazie all’arco ricevuto da Apollo. Eracle, che pure è stato suo allievo, lo batte, ma Eurito gli nega Iole, avendo saputo che l’eroe ha ucciso la moglie Megara e i propri figli. Eracle se ne va meditando vendetta. Dapprima uccide il figlio di Eurito, Ifito, suo ospite, buttandolo giù dalle mura di Corinto. Poi, quando ha già sposato Deianira, assalta Ecalia con un esercito, la distrugge, ne uccide gli abitanti e si porta via Iole come concubina. È la gelosia di Deianira, in un onesto tentativo di recuperare l’amore del marito donandogli una tunica impregnata del sangue del centauro Nesso, a far morire Eracle in modo atroce.
Ecco, quindi, l’eredità che Eracle lascia ai figli: rapacità, tradimento, distruzione, violenza. Megara celebra l’eccellenza aristocratica del mito, ma inconsapevolmente ne porta alla luce la sostanza fatta di maschilismo e sopraffazione.
Più dimesso è il tono di Anfitrione. Non celebra, ma compiange il comune destino umano, di soggiacere al tempo e alle sue devastazioni. Il suo invito edonistico al carpe diem è amaro, perché si presenta come una disfatta.

Arriva Eracle, come un’apparizione divina. Evocato da Megara, che si sarebbe accontentata di un’ombra o di un sogno, egli si concede nella realtà, vivo. Un passaggio quasi da commedia. L’invocazione disperata e subito dopo, meraviglia del soprannaturale, il miracolo. Quasi comica è anche la sollecitazione della madre: svelti, bambini, correte ad aggrapparvi a lui, non lasciatelo scappare via! D’altronde, Eracle è uno che torna solo per ripartire. Euripide sembra dirci che il confine tra la tragedia e la commedia, il patetico e il comico, il drammatico e il ridicolo è labile. Il colpo di scena è tipico delle commedie cosiddette di tiche, la fortuna: agnizioni, ribaltamenti, inatteso lieto fine.

La scena che si presenta all’eroe è scioccante. Viene dall’Ade e si ritrova davanti i familiari in abiti funebri, simili ai morti che ha incontrato giù all’inferno. Lo stupore è dato anche dal fatto che scorge la moglie fuori casa, in mezzo agli uomini: situazione inappropriata per una donna sposata. Megara compie poi un’altra infrazione, di cui si scusa: invece di lasciar parlare l’uomo, Anfitrione, prende l’iniziativa ed espone lei i fatti, giustificandosi con il detto che la donna è più emotiva dell’uomo e che si trova in uno stato d’animo di agitazione e paura.
La sticomitia tra lei ed Eracle mette del tutto in ombra Anfitrione: la vecchiaia deve soccombere anche all’esuberanza femminile.

Megara torna nell’ombra e non replica più ai successivi propositi di vendetta di Eracle, come se tanta virulenza non facesse che aumentare la sua angoscia. Con l’amarezza, e l’astio, di essere rimasta senza amici, si chiude la sua parte nella tragedia. Che cosa rimane di Megara? Ci si presenta nel dialogo iniziale con Anfitrione informandoci che i figli chiedono del padre, come se sulla madre sapessero di non potere fare affidamento. Infatti, Megara non ha certo l’animo dell’eroina. Non si oppone a Lico e non tenta vie estreme, tipo il suicidio. Si rassegna, e nessuna eroina lo farebbe. Nel dialogo successivo implora Lico di dare loro una morte formalmente onorevole, abbigliati secondo l’uso e sgozzati, e non urlanti nelle fiamme, cosa che farebbe ridere i nemici. Ricorda poi a quali onori erano destinati i figli, futuri re di Argo, Tebe ed Ecalia (senza interrogarsi sull’effettiva realizzabilità di un progetto così folle), valorizzando i figli per il ruolo più che per se stessi.
Infine, quando giunge Eracle, la sua è una lamentazione quasi isterica, tanto da rubare la scena ad Anfitrione. Enumera le disgrazie delegando al marito ogni iniziativa. A questo punto, non ha più niente da dire. Come se pensasse: il mio dovere l’ho fatto, ora tocca a lui.

L’ira di Eracle è delirante, ricorda quella di Achille e di Aiace. È la rabbia incontrollata di un bambino. Giunge addirittura a rinnegare le imprese compiute, in nome di questa più alta: salvare i propri figli. Si può anche sottolineare l’esternazione affettuosa del padre, ma Eracle gestisce i figli come investimento per il futuro, dato che a loro spetterà di tenere alto l’onore della famiglia. Moglie e figli sono una sua proprietà. L’atteggiamento è simile a quello di tanti mariti-padri padroni, che per “amore” giungono a fare una strage familiare.
Anfitrione esce dall’ombra e frena l’impulsivo genero. Espone addirittura un’analisi della situazione politica, addebitando la colpa del disordine sociale di cui si è approfittato Lico agli spiantati che si fanno credere ricchi e che fanno di tutto per conseguire l’agiatezza di cui hanno un disperato bisogno. Una questione di immagine pubblica e di società disgregata molto attuale. Il consiglio di Anfitrione appare cinico e vile: un agguato per uccidere Lico. Ma l’alternativa è la guerra civile o un Eracle scatenato per le vie della città, quindi una mente razionale la definirebbe un’opzione sensata. La tirata finale sull’amore per i figli appare retorica.
In una breve sticomitia, Eracle racconta la cattura di Cerbero. È l’occasione per introdurre Teseo, protagonista della parte finale. Egli e il suo amico Piritoo hanno rapito Elena sorteggiata in moglie per Teseo, rimasto vedovo dopo il suicidio di Fedra. Anche Piritoo vuole una moglie e scendono insieme nel Tartaro per rapire Persefone. Ade, però, li immobilizza su due troni di pietra. Eracle riesce a liberare Teseo, ma non Piritoo.

Nel secondo stasimo, Il coro ritorna sul tema della giovinezza, suggerito dalla esuberanza di Eracle contrapposta all’impotenza senile. La sua voce è anche quella del sessantenne Euripide. Lo stile è quello sofistico, riflette il gusto di ragionare intorno all’utopia. L’esito è amaro: la ricchezza è il tratto distintivo più riconosciuto; e infatti l’aretè aveva tra i suoi requisiti proprio la ricchezza. Euripide si sta confrontando, lui artista, con il mondo fatto più di beni materiali che di poesia.
Eccolo quindi portare un esempio alternativo di vita, quando è governata dalle Cariti e dalle Muse, sotto il segno di Bromio, Dioniso. L’accenno a Dioniso è importante. La follia omicida di Eracle ricorda quella di Agave nelle “Baccanti”. E si può riscontrare, come suggeriscono le numerose citazioni, un senso binario dell’esistenza, regolata da due forze contrapposte, quelle di Apollo (ordine, disciplina, armonia, pensiero…) e di Dioniso (caos, anarchia, ritmo sfrenato, intuizione…), in una prefigurazione nietzschiana. 
I vecchi del coro si paragonano ancora al cigno, bianco come le loro barbe, sacro ad Apollo: il suo canto più bello lo intona in punto di morte. Anche qui Euripide esprime se stesso, nella misantropia che gli ha alienato le simpatie di un popolo che della socialità faceva il basamento della propria identità. Poco più di un decennio dopo, se ne va a morire in Macedonia, dove esprime con le “Baccanti” il turbamento di fronte a un mondo irrazionale e imprevedibile, nel quale la violenza è un tragico abbaglio; mentre le istituzioni che dovrebbero renderlo pacifico e sereno si dimostrano incapaci di regolare gli istinti di morte dei suoi abitanti. E gli dei non danno alcun conforto.

Il terzo episodio è breve. Sulla morte di Lico non ci sono altre parole da sprecare. L’attenzione di Euripide è concentrata su altre dinamiche. Per le modalità espressive, è stata rimarcata una simmetria con l’Elettra. Ma il dialogo tra Anfitrione e Lico ricorda molto quello tra Dioniso e Penteo, quando il dio convince il re a rendersi vittima di se stesso, scegliendo di recarsi sul monte a spiare le baccanti. Il severo e apollineo Anfitrione come Dioniso, dunque, disposto a mentire pur di eliminare il tiranno senza ulteriori spargimenti di sangue.

Nel terzo stasimo, il coro riprende il concetto di Anfitrione, sul giusto piacere di un atto di giustizia. Enfatizza il concetto per dare a intendere che il disordine causato da Lico sta per avere fine. Eracle riprende il proprio posto nel mondo dei vivi e continua l’opera di distruzione dei mostri. I familiari sono salvi, il tiranno eliminato. Insomma, un lieto fine. Il coro rimprovera chi non crede nel potere degli dei di riportare la giustizia tra gli uomini. Ma il lieto fine è solo un’illusione. Come lo sono gli dei consolatori e garanti di giustizia.

I vecchi hanno celebrato Eracle, la giustizia divina, la bellezza e la prosperità di Tebe. L’episodio dell’uccisione di Lico ha le caratteristiche di un finale. Ma, con un forte contrasto drammaturgico, la vicenda tragica prosegue nel modo più inatteso e sconvolgente. Sul tetto della casa appaiono due figure divine inquietanti. Euripide, dopo un falso finale, introduce un secondo prologo, per consentire a Iride di orientare gli spettatori. La vicenda della follia di Eracle porta a un massacro ed è un secondo finale, caratterizzato dallo sconforto impotente dell’eroe. Ma a quel punto, come un deus ex machina, compare Teseo che conduce verso il terzo finale definitivo.

Siamo al quarto episodio. Iride è la personificazione dell’arcobaleno, ma è sorella delle Arpie e il suo compito di messaggera è di portare solo messaggi funesti. Lissa è la dea della rabbia e del furore cieco, ha un aspetto terribile, con serpenti al posto dei capelli. Si presentano in disaccordo: Lissa commemora le imprese di Eracle e invita gli dei a non infierire su di lui. Ma il dissidio è di breve durata e Lissa si conforma subito alla volontà di Era. Euripide ci dice: anche se sanno di fare una cosa ingiusta, gli dei la fanno, guidati da capricci o cattivi sentimenti.

La furia che si impadronisce di Eracle è un demone taurino. Come è stato osservato (Antonietta Provenza, Eracle e l’odio di Era. L’immagine del toro nell’Eracle di Euripide), “La perdita dei tratti umani di Eracle, culminante nell’immagine del toro, è conseguente nel dramma ad una follia che si presenta come sovvertimento dannoso dell’enthousiasmos dionisiaco a opera di Lissa, il demone che incarna la follia stessa come sconvolgimento rabbioso dalle conseguenze incontrollabili.”
L’associazione Dioniso-toro è ampiamente attestata nella letteratura greca. Ma il toro è anche l’animale più pregiato per i sacrifici, di solito riservato a Zeus. Eracle-Dioniso-Zeus esprime il peccato di hybris, che come al solito nasconde l’assurdo della condizione umana. Lo stesso Zeus ha generato il supereroe e l’ha benedetto nella sua funzione civilizzatrice di uccisore di mostri. Ma la sua fama lo innalza a livello olimpico, facendone un altro mostro che, pur essendo umano, assume caratteristiche simili a quelle degli dei. Il toro divino va quindi sacrificato. Eracle mantiene ancora il ruolo di giustiziere, ma in questo caso uccide se stesso nei propri affetti. Egli sacrifica agli dei moglie e figli, annienta la propria vita. Come Edipo, può dire: “Per la legge sono innocente, dato che non ero consapevole di quello che facevo”. E il coro può ripetere: “Egli è un uomo perbene”.

Gli dei giudicano gli uomini secondo l’hamartia, ossia gli errori inconsapevoli o i giudizi errati che portano a conseguenze tragiche. Qual è l’hamartia di Eracle? Solo di essersi elevato al di sopra dell’uomo, oppure di avere accettato il proprio destino di sterminatore senza alcuna valutazione etica? Non ha mai avuto dubbi, sulla propria missione di eliminatore di mostri. Non si è mai fatto scrupolo di usare la violenza in modo eccessivo, uccidendo innocenti e distruggendo città. Forse è questo il debito che ha con gli uomini e con gli dei. Violenza chiama violenza. Occorre un sacrificio di decontaminazione. Un sacrificio totale: la punizione di sé con l’uccisione non di mostri, ma di una donna e di bambini, la sua donna e i suoi bambini. Tanto ha tolto agli altri, tanto toglie a se stesso. 

Nel quarto stasimo, il coro sottolinea l’associazione tra la furia di Eracle e l’invasamento delle baccanti. In questo caso, però, mancano la musica e il vino, sostituiti dal fracasso e dal sangue. Manca, soprattutto, la colpa da attribuire a Eracle, come nel caso di Penteo che ha proibito il culto di Dioniso. L’unica colpa che gli si addebita è di essere figlio di Zeus. Era vuole impedire che dei e uomini si uniscano per generare una nuova razza di semidei, una minaccia per l’Olimpo. Tra l’uomo e il dio si deve mantenere una distanza insuperabile.

Alle esclamazioni di orrore del coro segue la rhesis del messaggero (quinto episodio), che fa una cronaca cruda di quanto è successo lontano dagli sguardi degli spettatori. Un terremoto fa crollare i muri, Anfitrione urla tentando un’impossibile opposizione, appare la dea Atena che finalmente ferma il folle. I sintomi di Eracle sono impressionanti. Euripide è ben documentato, conosce la dottrina di Ippocrate, allievo di Protagora e dei sofisti: rigidità, schiuma alla bocca, occhi iniettati di sangue, riso isterico, allucinazioni… la rabbia, l’epilessia, la follia.

Dove avviene la strage? Proprio intorno a un altro altare di Zeus: uno all’esterno per dare inizio alla vicenda e uno in casa per darle conclusione. Zeus, l’Olimpo, è testimone dall’inizio alla fine e a lui si appellano invano le vittime. Eracle si sta lavando le mani per purificarsi dell’uccisione di Lico (come ci si purifica dopo un sacrificio cruento), ma per lui non esiste purificazione divina, e riprende a uccidere. Come Aiace, è preda di allucinazioni, convinto di trovarsi nella reggia di Euristeo.

Quinto stasimo. Mediante l’ekkyklema, la piattaforma mobile, i cadaveri vengono mostrati al pubblico e ai vecchi del coro. Ma si può anche immaginare che la parete frontale crolli (venga rimossa) in seguito al terremoto, rivelando l’interno. Domina il silenzio. Quello dei morti, quello di Eracle tramortito, quello che invoca Anfitrione, come se non ci fosse più niente da dire. A lui non rimane che piangere, sia per le vittime sia per il figlio che dorme “un sonno dannato”. È a lui che è riservata la pietà più profonda e straziante. Al coro non rimane che ribadire l’assoluta incapacità dell’essere umano di dare un senso ai casi della vita. Si rivolge al secondo padre di Eracle, quello divino, e l’invocazione suona come un rimprovero.

Esodo. Al risveglio, Eracle paragona se stesso a una nave ormeggiata scampata a una tempesta. Poco prima, trascinando i figli nella casa dell’orrore, aveva parlato di un rimorchiatore. Si tratta, insomma, di un naufragio. Tocca sempre ad Anfitrione affrontare la realtà con coraggio e realismo. Nonostante sia stato testimone dell’eccidio, non maledice Eracle (“O figlio, sei mio figlio anche nella sventura!”) e parola dopo parola, con la cautela necessaria per capire se Eracle sia davvero rinsavito, affronta insieme a lui la terribile verità. “Tutto per te è sventura”, gli dice. Il ritorno dell’eroe salvifico si è trasformato in un episodio di guerra di sterminio.

Eracle non indugia in lamentazioni che non rientrano nel suo carattere. Pensa ad agire, che è nella sua natura. L’unica azione possibile gli appare quella del suicidio. Ma non fa in tempo a esporre la sua fin troppo dialettica determinazione (mi butto dalla rupe? mi conficco una spada nel fegato? mi do fuoco?) che arriva Teseo a vanificare i suoi piani.
Sembra che il dolore per il lutto e il senso di colpa vengano affrontati, più che con un’azione semplice e immediata, con un tergiversare che però assicura la sopravvivenza. Fresco di mattanza, Eracle è impuro. Nessuno deve posare lo sguardo su di lui, pena la contaminazione, che era causata da vista, udito, tatto. Si accovaccia e nasconde la testa sotto il mantello, spinto anche dalla vergogna per quello che ha fatto. Un’immagine che stride con quella dell’eroe trionfatore ritornato dall’inferno!
Teseo è suo cugino, sia per parte di madre (Alcmena e Etra erano sorelle) sia per parte di padre (Zeus e Poseidone fratelli) e gli è affezionato, oltre che riconoscente per averlo portato via dal Tartaro.

Lico un tiranno odioso, i Tebani dei vili che hanno abbandonato la famiglia di Eracle, i coristi e Anfitrione troppo vecchi per fare qualcosa, Megara una rinunciataria… su questo sfondo di impotenza spicca il re di Atene, glorificazione della polis del quinto secolo.
Teseo giunge con un esercito (di giovani!) in soccorso di Eracle e si presenta come l’eroe puro, onesto, forte e compassionevole. È il Teseo delle “Supplici”, quando all’araldo tebano dice: “Ad Atene non comanda uno solo, libera è la città: comanda il popolo con i deputati, a turno eletti anno per anno; i ricchi non hanno privilegi, i poveri uguali diritti.”
A seguire un duetto in cui Anfitrione canta e Teseo recita: una scena ricca di pathos.

Quando Teseo toglie la coperta che nasconde Eracle, scopre un Eracle arrendevole, stupito perché Teseo non teme la contaminazione. Ma Teseo-Euripide espone una dottrina nuova che va contro la tradizione, anche questa acquisita con la frequentazione di Protagora: l’amore e l’amicizia impediscono ogni contaminazione. Teseo espone un’altra novità: non si deve ricorrere al suicidio per sfuggire al disonore o all’umiliazione. Il ricorso al suicido è molto più facile in Sofocle, che rispecchia la cultura dell’onore a tutti i costi. Per completare un quadro tutto filosofico, Euripide fa esporre a Teseo una critica esplicita al comportamento degli dei, che infrangono le leggi civili e sono dispotici. Non vanno presi ad esempio, se non per il fatto che accettano i propri limiti senza vergogna, come dovrebbero fare gli uomini. Un’altra osservazione riguarda i reietti della società, i nullatenenti e gli schiavi, o quelli nati penalizzati a livello fisico o psichico. Loro, afferma Euripide, non soffrono quanto uno che è fortunato e felice e precipita nella disgrazia. Un ragionamento piuttosto aristocratico, ma tipico della mentalità antica.
A questo punto, Teseo si rivela davvero un deus ex machina, dato che ha in tasca la soluzione.

Di fronte a lui Eracle inscena un vero e proprio processo. Non condanna se stesso per quello che ha fatto, ormai del tutto convinto che è solo opera di Era, ma presenta la giuria inesorabile della comunità. È la gente a condannarlo, impedendogli di accedere ai templi e di partecipare alle riunioni pubbliche: gli viene negata la socialità. Anche lui fa parte dei mostri che ha combattuto e deve lasciare i luoghi civili per rifugiarsi in quelli selvaggi. Senza alcuna remora, si autocelebra come il più grande eroe della Grecia e si autoassolve da ogni colpa.
Eracle-Euripide, contraddicendo Teseo, pronuncia una difesa degli dei che richiederebbe di essere approfondita, esposta così com’è in pochi versi. Gli dei non sono così infami come raccontano vecchie storie, i miti. Sono invenzioni dei poeti, poiché gli dei non hanno bisogno di nulla. Si fa strada una concezione nuova dell’universo olimpico, riveduto in chiave sofistica e soprattutto influenzata dal pensiero dell’empio Anassagora, che sostituiva gli dei con il Nous. Euripide, insomma, intende fare piazza pulita di tutte le superstizioni e le invenzioni letterarie e recuperare un senso di divinità puro e alto.

Eracle continua a operare cambiamenti repentini di atteggiamento. Non cambia però l’alta opinione che ha di sé, tanto da considerare unica e smisurata la propria disgrazia, sminuendo così i doni generosi che gli fa Teseo. Non bastano ricchezze e onori e nemmeno santificazioni per consolarlo. Comunque, accetta tutto. E cambia idea sul suicidio, pensando che è un atto da vigliacco, e non sopporterebbe di essere ricordato così. La sua sembra una fine misera: ho pianto… devo assoggettarmi al destino… vado in esilio… Ma si tratta di un esilio dorato. Lascia moglie e figli incaricando Anfitrione di provvedere ai riti funebri, ma per l’ennesima volta celebra se stesso come autore di “magnifiche imprese”, e rimarca che lui ai figli aveva approntato un futuro di gloria, lasciando loro una “splendida eredità”. Insomma, lui è stato un padre perfetto.

L’addio alle vittime è declamatorio, ma poco interiorizzato. Sembra la recita di un dolore, più che il dolore in sé. L’addio ai familiari è presto sostituito da un frettoloso addio alle armi. Dovrebbero ispirargli orrore, ma le armi sono ormai una propaggine del proprio corpo, sono una parte di sé inscindibile. Il pretesto è che ha ancora dei nemici e che ha il dovere di difendersi e di non soccombere, sempre per via della vergogna, della timè da difendere a tutti i costi.
Infine, chiede a Teseo di accompagnarlo ad Argo per riscuotere il compenso della cattura di Cerbero. Strana conclusione di una lamentazione! Eracle, in conclusione, sembra avere più a cuore sé come grande eroe, sé come padre amorevole, sé come vittima del destino, sé come mercante di morte. Saluta il popolo di Tebe, invitandolo a onorare i morti e anche lui vivo, ugualmente disgraziato. Anche qui una nota stonata: i morti sono morti e lui continua la propria vita tra gli onori.

Dopo tanti sfoghi, tante commemorazioni e autoesaltazioni, dopo le rosee e inattese prospettive per il futuro, Eracle è svuotato. Sembra colpito da una paralisi. Deve appoggiarsi a Teseo. Si ripulisce dal sangue, ma l’atto di purificazione non basta a ridargli la forza di avviarsi con l’amico. Esita, vuole dare un ultimo saluto ai figli e al padre. Irrita Teseo che lo vede trasformato da eroe in uomo comune. Ecco, proprio un uomo comune diventa Eracle. E invano Teseo lo provoca dandogli della femminuccia. Raccomanda di nuovo al padre la sepoltura e gli promette che tornerà a prenderlo per portarlo ad Atene. Eracle e il vecchio padre, i due sopravvissuti. Ora Eracle condivide non più le promesse per il futuro e la vigoria del rapporto coniugale, ma la depressione di un vecchio che ha perso tutto: il proprio paese, la propria casa, i propri familiari. Dall’Olimpo e dall’empireo degli eroi siamo scesi a livello degli uomini mortali e gravidi di disgrazie. Eracle avrà terre e santuari, come promesso da Teseo, ma il suo animo è umano e “Stolto, chi preferisce la ricchezza o la forza ai buoni amici.”

Tutta l’opera viene riposizionata secondo questa prospettiva: i conti non si fanno con gli dei, ma con gli uomini. L’eroe semidio è un uomo, con tutte le sue debolezze. Incentrato su di sé e capace di compiere crimini. Anche Omero ci presenta Ettore come buon padre di famiglia e in preda al terrore davanti ad Achille.
Solo in una comunità democratica e affettiva si può trovare sollievo e soccorso nelle traversie quotidiane. Amicizia e buona società, ecco la ricetta di Euripide. Non per niente le ultime battute sono fra tre personaggi, struttura rara in Euripide, quasi un simposio.

Nella traduzione di Angelo Tonelli.










lunedì 8 settembre 2014

ACCADEMIA OMKARA

Una serata ancora estiva, a Varallo Pombia. A un capo della via chiusa al traffico, disseminata di bancarelle, è stato steso un tappeto rosso sull’asfalto. A fianco, il gazebo dell’associazione “Omkara”. Gerardo Destino suona le tabla, i tamburi indiani di ceramica che al centro hanno un cerchio di pasta nera composta di manganese, riso bollito e succo di tamarindo, grazie alla quale si ottiene una sonorità particolarmente armonica.

Monica Gallarate, con Ketty Parachini, Elena Caligara e Myla, che viene dalle Filippine, con Antonella Ravani, ritornano dalla parata che ha attraversato il paese. I bambini si tolgono le scarpe e fanno cerchio sul tappeto. Monica assume pose, i bambini la imitano. Racconta storie mai sentite, di personaggi strani (uno ha la faccia da elefante!), animali, frutti, fatti strabilianti. I bambini non sanno che sono l’equivalente orientale dei miti mediterranei, e che le storie si intersecano tra di loro per facilitare la comprensione del mondo e per dare agli uomini una religione complessa, articolata e contraddittoria come le altre. Una religione colorata e vivace, nella quale la danza ha un’importanza fondamentale: l’ha inventata uno degli dei più potenti! Monica racconta e i bambini ascoltano e si atteggiano, alzano le braccia e saltellano come lei. Nomi strani: Ganesh, Shiva… Ma i bambini non si fanno domande, e i genitori meno di loro. Il piacere è immediato e tutti sono rapiti dai colori, dai ritmi riguardosi e suggestivi, dalle movenze evocative. Come stare in un acquario.
Quando nella stanza l’aria è stantia, si prova sollievo nell’aprire le finestre. Fuori ci sono i colori, i suoni, i movimenti. Nella stanza una routine che può diventare asfissiante. I bambini dovrebbero sapere che la loro vita può svolgersi anche fuori dalla stanza in cui di solito li recludono: una cultura, una religione, una mentalità, un etnocentrismo, un’ignoranza, un’occasione persa, una piccineria, una meschinità, una prospettiva corta, un respiro affannoso, un odio, una mancanza di libertà.
Villaggio globale? Forse se n’è intravista la possibilità e a molti è bastata un’occhiata per spaventarsi. Convinti della propria esclusiva verità. Convinti che gli altri siano pericolosi, violenti, portatori di malattie, stupidi, lazzaroni, incapaci, falsi. Convinti che il paese-quartiere sia l’ombelico del mondo. Che la società non sia un’opportunità, ma un campo di battaglia. Che l’opinione personale valga una guerra. E che il dio reinventato a proprio uso e  consumo sia l’unico esistente, il più potente. E che sia lui stesso a ordinare: odia, disprezza, combatti.

Danze indiane, suoni esotici, colori squillanti nel grigiore dei centri urbani. Per qualche tempo, l’illusione che la gente possa aprirsi ad altre visioni. Che davvero voglia comprensione, tolleranza, pace e giustizia. 

lunedì 4 agosto 2014

RACCONTI COMICI E FANTASTICI

Un progetto con RCS, otto racconti che accompagnano il libro di esercizi di italiano, storia e geografia per le vacanze, scuola secondaria di primo grado. Chi è interessato lo trova anche online. Questo è il link di Amazon:

Le suggestive illustrazioni sono di Giorgio Bacchin.











giovedì 24 luglio 2014

ACHILLE SULL'ISOLA DEI SERPENTI

Aquilino
Achille sull’isola dei serpenti



Nell’ “Etiopide” (poema greco del VII sec. A.C.  di cui rimangono solo frammenti e riassunti) Achille è posto ancora vivo sull’Isola dei Serpenti, alle foci del Danubio. L’isola esiste e ha mantenuto il nome; si trova nel Mar Nero a circa 45 chilometri dalle coste della Romania e dell’Ucraina; è poco più di uno scoglio e ospita un solo abitante, il guardiano del faro; è comunque ricca di petrolio e gas naturale. Esiodo pone invece gli eroi sulle Isole fortunate o isole dei Beati, corrispondenti alle attuali Canarie. Secondo Apollonio Rodio Achille finì invece sull’isola di Leuce, dove fece coppia con Medea.
L’isola dei serpenti che intitola l’opera corrisponde a un luogo mitico comune a più mitologie, nel quale gli dei pongono gli eroi premiati con l’immortalità (es. il Valhalla).

MEMO            Al crepuscolo la malinconia stringe Achille alla gola e lo zittisce. Io che sono al suo servizio lo ignoro, non gli rivolgo domande indiscrete. Ma poi è lui che fa domande a me, per indagare la propria inquietudine. I guerrieri che alloggiano sull’isola per il tempo infinito della morte non si danno ragione di un eroe che piange su se stesso e non si esalta per le imprese compiute in battaglia: e lo ignorano.
                        Noi siamo qui, al crepuscolo, di fronte al dorso increspato del mare, un drago nero che sputa schiuma e fa sconquasso di voci diverse, sibili e schianti. Dietro di noi gli schiamazzi del vino e il clangore delle armi nei tornei. Al fuoco delle torce i combattenti, alla cenere della luna noi.
                        Achille è fisso a una visione cupa fra terra e cielo dove l’orizzonte accoglie i desideri più impossibili. Un muro di nebbia strangola l’isola, oltre il quale le navi da crociera passano con le tolde illuminate. A volte ho l’impressione di ascoltare il chiasso dei turisti che folleggiano.

La localizzazione è stata il punto di partenza, ma il nome non è stato occasione di suggestioni letterarie come invece mi aspettavo. Nel testo non si parla mai di serpenti, nemmeno a livello metaforico. Immaginavo Achille con una specie di scudiero (trattamento da privilegiato), scontento della sistemazione, indifferente ai richiami degli eroi, con in testa solo Patroclo relegato nel Tartaro, tale e quale a un adolescente innamorato.
Sembrava una storia di diversità e di amore impossibile; e soprattutto all’inizio il protagonista era lui, Achille. Poi le cose si sono complicate. Come al solito, mi sono lasciato condurre dai personaggi. Essi hanno il compito non solo di generare se stessi, ma di manifestare le proprie necessità inerenti all’ambiente e ai compagni d’avventura. L’isola si è subito spaccata in due: da una parte la riva ghiaiosa sulla quale si strugge Achille (eroe romantico), dall’altra il villaggio vacanze nel quale se la spassano gli eroi (epica omerica). Achille è un poco Don Chisciotte, un poco Orfeo, un poco Amleto, e un poco anche Dorian Gray, ma la sua sfaccettatura non ha mai profondità. Uccide perché deve, ama perché lo spinge la natura, ma le sue scelte… le sue scelte sono egocentriche, impulsive e superficiali come quelle di un bambino.
Piano piano, emerge invece la ricchezza interiore di Memo, il suo servitore. Una ricchezza che non gli dà alcun vantaggio e che anzi va a suo discapito. L’onestà e la coerenza lo renderanno vittima degli eroi.
La scrittura parte a velocità ridotta e poi addirittura rallenta. Si presenta il solito rischio di risolvere l’opera come se fosse un romanzo o un film, spingendo la mente a rielaborare trame avvincenti e colpi di scena. Giunge presto il momento dell’angoscia: come andare avanti? Se non si vuole risolvere la vicenda come una narrazione (per quanto emozionante possa essere), ma come l’ambito di vita dei personaggi, assecondandone la natura misteriosa, allora bisogna lasciar fare a loro. Li si invita a farsi sogno e li si libera di ogni costrizione, aprendo davanti a loro i mille sentieri dei possibili sviluppi e lasciando che si avviino, trainandosi l’un l’altro.
Documentandomi sulla biografia di Achille (ricchissima come d’altronde quelle di Perseo, di Teseo, di Elena…) due episodi mi avevano colpito: i nove anni in abiti femminili e la necrofilia su Pentesilea. Pentesilea! Era come se Achille la chiamasse a sé, come se ne avesse bisogno per giungere alla fine dell’opera.

PENT.             Bella io? Sono belle le mie cicatrici? I muscoli guizzanti? L’espressione di pietra? Le mie mani, sono belle, capaci di strangolarti senza sforzo? E la mia voce di tuono è bella? Quando mi specchio vedo una belva a due zampe, non una bella femmina. Ma questa è la mia natura e l’accetto. Sono bella quanto lo è la morte.
AIACE            A lui le donne piacciono proprio così, morte.
PENT.             A te ancora vive, ma durano poco.
AIACE            Achille…
PENT.             Non ha mai saputo che cosa gli piace.
AIACE            Sembri conoscerlo meglio di quanto lo conosciamo noi.
PENT.             Siamo entrambi stranieri in patria.
AIACE            Vieni, appartiamoci. Ti spiego i dettagli della missione.
PENT. Sono in missione? Per voi e per l’Olimpo? Ma agli uni e agli altri ficcherei una spada nel cuore.

E non potevo fare a meno della madre, Teti, che avrebbe contribuito a fare luce sulla personalità del figlio e avrebbe avuto la funzione di spingere i personaggi in una direzione. Ho invece scartato Afrodite e altri dei. Degli eroi me ne sarebbe bastato uno, quello che tanto aveva desiderato l’armatura di Achille (e tanto aveva desiderato sostituirlo): Aiace.

MEMO            Ehi, tu! Non sei una delle bambole che Efesto fabbrica per gli eroi. Non sai che infrangi la legge di Zeus? A nessuna femmina è consentito l’approdo. Come hai potuto superare la nebbia?
TETI               Poseidone mi protegge.
MEMO            Tu non sei umana.
TETI               Sono Teti, la madre di Achille.
MEMO            Perdonami, divina.
TETI               Sei Memo, il suo compagno?
MEMO            Il suo servo.
TETI               Dov’è Achille?
MEMO            Perdonami due volte, ma non vuole che riveli l’eremo del suo isolamento.
TETI               Pensa ancora a lui?
MEMO            A te posso dirlo. Giorno e notte. S’illude di scorgere imbarcazioni, aerei, perfino elicotteri da guerra in missione di pace, venuti a portare il premio all’eroe. Recita cento e più volte la scena di quando disarmato accorse a onorare il cadavere dell’amico, mettendo in fuga i nemici con la sola presenza, disperato e terribile, vendicativo e votato alla morte. Lo sento fare le voci di Patroclo, Ettore, Sarpedonte, Menelao… e perfino della madre scesa a consolarlo.
TETI               Tanto lo ama.

Mentre portavo avanti la questione dello sviluppo di una storia, mi ponevo la questione della forma. Ho ripreso la modalità di “Andromaca deve morire” di trattare una vicenda mitica come se fosse cronaca contemporanea, ma ho molto limitato gli accenni al mondo reale odierno: navi da crociera, videogiochi… Mi sono posto la questione del rischio di uno stile “alto”, che apparisse letterario. Penso di avere trovato, con la sintesi sintattica e semantica, un tono classico senza scadere nella retorica; o perlomeno lo spero.
Questa è la quinta opera di un progetto di rielaborazione della tragedia greca, che procede per vie d’arte e non per studi specialistici. Dalla tragedia prendo quello che mi serve per intuizione, non per un piano steso a tavolino. Ho cominciato con l’inserimento di sticomitie e monologhi lirici, avvertendo poi l’esigenza di dare maggiore equilibrio con uno schema. Uno schema non rigido. Esso è nato dalla spontaneità della scrittura, che ha poi ingabbiato senza forzature. Si è costituita un’architettura flessibile e non invasiva di questi elementi: monologo in prosa, monologo in prosa a dodecasillabi o endecasillabi o settenari, monologo in versi, sticomitia, dialogo in versi, dialoghi liberi.
Ai due terzi, ho suddivisa l’opera in parti, che sono: parodo (senza coro), Memo, Aiace, Teti, onda, Pentesilea, esodo.
La qualità formale nasce dal consueto metodo di rileggere a ogni riapertura di file. Il ritocco del dettaglio si riverbera sulla scrittura in fieri e ogni intervento è una riedizione. Con questo continuo prendere coscienza del vissuto, si illumina la strada ancora da percorrere. Rileggo, rifinisco e riscrivo, proseguo, torno indietro, vado avanti.   
Giunto in prossimità del traguardo, Achille mi si svela nella sua verità. Sono soprattutto le ultime parole di Memo a raccontarne l’egoismo di fondo, quello che non fa di lui un eroe diverso, ma che lo accumuna al bisogno spasmodico di gratificazione dei camerati. Lui e l’amazzone sembrano staccarsi da uno sfondo di conformismo, ma lui non fa altro che rinchiudere la vita in un rapporto limitante e lei non può fare a meno dell’autoesaltazione. A questo punto, è il conformismo di Memo, personaggio di piccolo calibro, a svelare il vero eroe di una tragedia che vede da una parte il privilegio e dall’altra la fatica di vivere.

MEMO            Ma io laggiù non troverò nessuno.
Mia moglie e i figli altrove, ancora vivi,
ma vivi come?
Siamo servi, da un  giorno all’altro senza
lavoro e in un attimo senza niente.
Pochi si accorgono
di quanto siano grandi
l’ansia e il dolore della gente piccola.
L’attenzione del mondo va ai signori
            che ci rubano l’aria, l’acqua e il sangue.
La gente adora i propri vessatori,
brama in segreto di prenderne il posto.
Io che non voglio opprimere nessuno
soccombo, è destino.
Chissà se anche qui Pentesilea e Achille
mi dedicheranno qualche attenzione?
Li vedo assorbiti dalle passioni,
l’una di soddisfare l’ambizione
l’altro di vedere avverati i sogni
attinenti sempre e solo a se stesso.
Mi vedono appena, ombra silenziosa
e già non mi riconoscono più.

Quando ho cominciato a scrivere, una decina di giorni fa, non avevo certo in mente un finale simile, incentrato su una figura secondaria; non avevo in mente niente, se non la suggestione vaga di un eroe morto, sordo agli allettamenti di una vita edonistica. Sono soddisfatto di quello che hanno fatto i miei personaggi. Mi hanno preso per mano e mi hanno indotto a completare l’abbozzo in modo convincente.
Quali le tematiche sviluppate? La diversità sessuale, il diritto all’autodeterminazione, il diritto di morire, la stratificazione sociale, la società edonistica, il potere…
E ora? La sesta opera, nella quale voglio un coro. Sto rileggendo l’Orestea. Penso che Clitennestra abbia molto da dire sulla sentenza dell’aeropago.



lunedì 7 luglio 2014

LA GRANDE SOLITUDINE


Una volta il mondo invadeva le persone. Curiosità, esplorazione, stupore, abbandono alla bellezza. Ora le persone invadono il mondo. Non perché abbiano curiosità (uccisa dalle mode e dalla televisione), non per esplorarlo (se non entro i villaggi vacanze), non con stupore (tutto diventa un deja vu) e nemmeno per attrazione verso la bellezza (assassinata dal mercato). Le persone usurpano ogni angolo di mondo alla ricerca di emozioni e sensazioni da condividere nei più diversi modi: la chiacchiera, la documentazione fotografica e video, i social network. Le persone cercano cose da consumare per averne rassicurazione, sollievo e piacere; e lo stesso trattamento riservano alle altre persone, equiparate a cose destinate a uso personale.
Cinquant’anni fa si usava ancora la solitudine.
La donna in casa aveva i tempi lunghi della solitudine per le faccende domestiche e l’allevamento dei figli. Socializzava quando usciva per fare la spesa. I suoi figli avevano occasioni di solitudine: il maltempo, i compiti, la malattia. Anche gli uomini, a tutte le età, avevano più che adesso momenti in cui stare soli con se stessi. E i ragazzi e le ragazze quanto tempo trascorrevano con i sogni a occhi aperti?  
Solitudine, sogni, progetti, meditazioni, dialoghi con se stessi, rapporti muti con il mondo.
Ora non c’è momento in cui non ci sia la compresenza di radio, televisione, computer, telefono. Non basta. Il concetto di presenza singola è aberrante. Con sempre maggiore prepotenza i massmedia spingono l’uomo a non ritrovarsi mai da solo con se stesso, ma a cercare la compagnia di un altro o di un gruppo, siano reali o virtuali, perché ogni momento di vita non deve essere autoreferenziale, ma condiviso.
Attività come il sogno da svegli, lo stato alterato di coscienza, la lettura , la contemplazione non utilitaristica, la riflessione senza concettualizzazione, la sensazione di disintegrazione nel mondo… insomma, quel modo di rapportarsi con se stessi esclusivo e intenso, privato e profondo, ampio e onnivoro appare sempre più labile, se non in via di estinzione.
Le persone hanno paura, prima ancora che degli altri, di se stesse. Non vogliono affrontare tutta una serie di questioni spinose che le pone di fronte a dubbi, scelte da operare, chiarimenti urgenti. Non vuole conoscersi per come è davvero, si piace per come appare agli altri.
Lo stare da sole diventa qualcosa di temibile e da evitare con ostinazione. Sono le persone della socializzazione spinta.
Quando s’impegnano nel sociale, quando si sbattono per la gioia dei figli, quando organizzano eventi, quando partecipano a manifestazioni, quando si mettono in viaggio, quando intervengono per nobili scopi, quando scelgono i divertimenti, una delle motivazioni importanti è eludere i momenti di solitudine, scansare se stessi, cercare abbracci consolatori in un rapporto ininterrotto con gli altri.
Ma chi sono gli altri? Sono i compaesani o i vicini di quartiere, ma anche i compagni di vacanza o i coassociati, addirittura gli animali domestici, e spesso sono folla, una “società vicina” di interessi e atteggiamenti simili; e sono gli amici del social network e la moltitudine di internet: è sufficiente un nickname per conferire un’identità rassicurante e consolatoria.
La fuga dalla solitudine non è priva di conseguenze: un sistema psichico più fragile, una consistenza sociale aleatoria, una maggiore dipendenza, un sistema di valori inconsistente, un narcisismo accentuato, una scala di valori confusa, un’emotività artefatta.
Bisogna trovare il coraggio di riaffermare la positività della solitudine, e di sapersi anche ritirare dalle comunità sia reali sia virtuali, per non esserne travolti come individui e riciclati come cloni.
Tutto questo per dire che intendo rivedere “Andromaca non canta” in questa prospettiva, di una donna che ha scoperto nella propria solitudine la forza e la visione chiara del mondo.




sabato 5 luglio 2014

LETTURE E SCRITTURE PER L'ESTATE



Alcuni dei libri in lettura: “Atena nera” di Martin Bernal (sulla scia di altri saggi brevi che sto leggendo, la tesi opposta all’eurocentrismo degli ultimi due secoli; non siamo eredi della cultura greca, ma dobbiamo spingerci in Africa e in Asia per trovare le radici del politeismo olimpico e della nascita del teatro).
Nicole Loraux, “La voce addolorata” (la tragedia greca come espressione dell’antipolitica e quindi del dissenso costruttivo; siamo nell’ambito delle tesi sociologiche della scuola di Manchester e parliamo del “dramma sociale” come è presentato da Turner e Gluckman).
Mary Lefkowitz, “Dei greci, vite umane” (una lettura scorrevole della presenza degli dei nel mito, nelle opere omeriche, nelle tragedie e nella poesia lirica, con un’esposizione metodica degli avvenimenti e i commenti dell’autrice). Jean Pierre Vernant, “Le origini del pensiero greco” (dai regni micenei alla polis, dal mito alla filosofia, dalla faida alla polis e al suo ordinamento giuridico).


Umberto Curi, “Meglio non essere nati” (un docente universitario di filosofia ci presenta il pessimismo metafisico dall’antichità ai nostri giorni). Jean Pierre Vernant, “Mito e società nell’antica Grecia” (raccolta di saggi). Giuseppe Micunco, “Euripide” (riflessioni sulle sue tragedie).
Ho iniziato la rilettura delle commedie di Aristofane, in prospettiva di un ipotetico terzo “assaggio di teatro”, ma non scattano né entusiasmo né interesse. Per il momento sospendo.





Mi sono ripromesso, durante l’estate, di scrivere nuove opere di teatro a partire dalla tragedia greca. Dalla fine di maggio ne ho scritte quattro. La prima è “Elena in esilio”. In una famiglia rappresentativa della situazione attuale (madre con due figli e lavori saltuari; la figlia sottoccupata e il figlio disoccupato) si presenta Elena in fuga da Achille che la vuole riportare sull’isola di Leuce dove vivono come ombre. Elena si lamenta di una condizione di perenne profuga alla quale sono state addossate colpe non vere (la guerra). Vorrebbe una vita tranquilla, è disposta a lavorare e a fare a meno di ogni privilegio. L’idea è di inserire elementi del mito nella vita quotidiana di personaggi del giorno d’oggi. Il mito innesca una serie di avvenimenti “tragici”, mettendo a fuoco la verità al di là di ogni finzione e fraintendimento. L’arrivo di Achille (tra i personaggi ci sono anche Era e Zeus) mette il fratello contro la sorella fa esplodere la sua rabbia. Non c’è il coro.
L’opera è piuttosto lunga (quaranta cartelle), e alcuni monologhi sono forse da ridurre, ma è stato un primo passo importante che mi ha rivelato la fattibilità del progetto.



AGAVE          Urla, la mia povera bambina. Chissà quali incubi spaventosi.
ERA                Non può liberarsene, fin che Elena è qui.
AGAVE          Che cosa devo fare?
ERA                Mandala via. Al più presto. Se vuoi salvare i figli, cacciala. Se resta, sarà la rovina della casa.
AGAVE          Ma come faccio?
ERA                C’è solo un modo. Devi consegnarla ad Achille.
AGAVE          E lui dove lo trovo?
ERA                Dentro tuo figlio.
AGAVE          Dentro mio figlio? Che significa?
ERA                Lo scoprirai.
AGAVE          Come faccio a consegnare Elena a uno spettro?
ERA                Devi ucciderla.
AGAVE          Dici spropositi. Io non posso ucciderla. Non si toglie la vita, il comandamento è chiaro.
ERA                Pensa a chi uccidi. Non è un essere umano. Elena è vissuta migliaia di anni fa. Tu ne uccidi solo l’ostinata e scellerata persistenza nel mondo. Compi un atto di giustizia, se lo fai. Riporti l’equilibrio nell’universo. 
AGAVE          Come posso fidarmi di te? Anche tu sei inesistente. Io credo nel Dio cristiano.
ERA                Questo non t’impedisce di dare ascolto alla voce dentro di te, poiché io questo sono, una delle voci della tua anima.

Ho subito scritto una seconda opera, “Tirso”. Lo spunto me l’ha offerto un concorso: oggetti di scena e scenografie devono stare in una valigia.
Una famiglia diversa, alto borghese, il padre in prigione per illeciti amministrativi, la madre disperata perché teme di perdere il patrimonio. Due figli, anaffettivi ed egocentrici. Lei è reduce da una fuga durata un anno, in giro per il mondo, a vuoto. Lui si droga ed è alla ricerca del modo di fare soldi facili. Muore il nonno che lascia a loro due in eredità una valigia. Dentro ci sono: miele, vino, nebride, mitra, tirso, maschera, cembalo e tamburello… gli oggetti sacri di Dioniso. È lo stesso dio a spiegarlo ai ragazzi. Tra ricordi del liceo, esaltazioni orgiastiche, illusioni e litigi, i due compiono una specie di sacrificio che li allontana definitivamente dalla madre, senza però che possano seguire il dio. Nemmeno in quest’opera c’è il coro, ma ho inserito tra una scena e l’altra una didascalia poetica che commenta e approfondisce l’azione teatrale (la mia drammaturgia non prevede le solite didascalie inerenti a movimenti, motivazioni ed espressioni, proprio come risulta nella tragedia greca; ma questo da sempre, non per imitazione).   

DORIANA     Ora ci porti via con te, vero?
MICHELE      È venuto per questo. Lui è la magia che ci porta via.
DIONISO      Io non sono un rapitore di bambini.
DORIANA     Te l’ha chiesto il nonno. Ti ha detto: portali via di qua, portali nel tuo mondo, da’ loro una possibilità, non lasciarli qui a corrompersi giorno dopo giorno.
MICHELE      Ti seguiamo ovunque. Qui non c’è niente per noi. Beviamo vino in tuo onore. Danziamo e cantiamo giorno e notte. Che si può pretendere di più dalla vita? Noi vogliamo l’estasi.
DORIANA     Ci piace, abbiamo il diritto di essere felici, vogliamo stare con te.
MICHELE      Noi siamo il tiaso, ti seguiamo ovunque vai.
DIONISO      Non vengo a portare ebbrezza e stordimento, ma dolore. Solo il dolore svela i sentieri della gioia. Nessuno mi segue, chi vuole mi cerca. Io sono un dio vagabondo.

Sono certo che a una prossima rilettura, troverò accenti di retorica e ridondanza, ma per il momento lo considero inevitabile, considerati i riferimenti letterari. Queste scritture sono una ricerca di stile, di registro e di struttura. Parto dalla tragedia greca come suggestione, non come emulazione. Voglio trovare una forma originale, se ci riesco.
La terza opera è “Ganimede”, la più compatta, coerente e densa. L’ambientazione è mitica, non contemporanea, ma il linguaggio non è alto e a tratti richiama quello della commedia. Nemmeno qui c’è il coro. Due personaggi, Ganimede e Zeus, sono solo voci.
Sull’Olimpo si presenta un vasaio di nome Supplice. Chiede udienza a Zeus. Ha intenzione di chiedergli di restituire la verginità alla figlia sventata. In realtà, è il padre di Ganimede venuto a reclamare il figlio. L’inizio è da commedia, poi volge al patetico e nel finale assume un tono epico. Gli dei assumono caratteri definiti e l’opera mette in luce una ricca gamma di reazioni emotive e di sentimenti.

SUPPLICE      Ho gridato: voglio mio figlio! E nessuno mi ha ascoltato. Pregare e attendere per l’eternità? Non ha senso. Ganimede sa che sono qui. Spera che io faccia qualcosa. E intendo farla.
ESTIA            Che cosa?
SUPPLICE      Ora me ne vado, sapendo di scatenare la furia di Ebe, tanto giovane e tanto malvagia. E l’ira di Era, tanto potente da uccidere i miei sudditi con un’epidemia. E farò arrabbiare anche Zeus, che potrebbe lanciare il rimbombo del terremoto e sprofondare le mie città. Tutti quanti gli dei saranno irritati e vorranno punire me, la mia stirpe, il mio popolo.
ESTIA            Stai prefigurando cose terribili.
SUPPLICE      Sono io il primo a esserne spaventato. Ma la paura di un re vive sottopelle, e non vede mai l’aria. La forza di fare quello che medito mi viene da un fanciullo innocente che l’Olimpo vuole schiavo.
ESTIA            Che cosa hai in mente?
SUPPLICE      Ora ti volgo le spalle e mi allontano e se tenti di fermarmi mi lancio su di te come un lupo affamato e ti squarcio la gola.
ESTIA            Dei dell’Olimpo, mi minacci!
SUPPLICE      Te e tutti i tuoi complici.
ESTIA            Ma dillo, dillo: che intendi fare?

Ed eccoci alla quarta opera, “Andromaca non canta”. Lo spunto mi viene da Euripide. La partenza è simile: Andromaca fa appello a Peleo per difendere se stessa e il figlio dalla furia omicida di Menelao. Ho introdotto nuovi personaggi, tra i quali Ecuba con l’aspetto della cagna nera. In Euripide è presente un coro di donne di Ftia, qui un coro di serve. L’ambientazione non è definita. Si legge che il territorio di Menelao è montuoso e che l’aggregazione sociale è per clan. Non si sa di quale guerra si tratti e non si parla di schiave, ma di serve.
Un’opera di contrapposizioni: sterilità e maternità, matrimonio e concubinato, privilegio e servitù, maschilismo e rivendicazioni femminili, vendetta e serenità interiore… Ne sono soddisfatto? La cosa importante è l’impressione che gli elementi delle opere precedenti convergano in una direzione, quella che mi porta sempre più vicino a definire le problematiche per una struttura (elastica e adattabile) “tragica”, che comprenda dialoghi, coro, prosa e poesia.

ANDROMACA   Hai terrorizzato le donne che vivono qui.
ECUBA               Serve. La gente del mio clan non vive da serva. Vorrei che morissero tutte.
ANDROMACA   Sono giovani, vogliono vivere.
ECUBA               E tu?
ANDROMACA   Io ho un figlio, vivo per lui. Muoio, anche, per lui. E per lui patisco la servitù.
ECUBA               Ha il sangue di Achille, è un seme di malerba.
ANDROMACA   Il sangue è suo e solo suo. Quello di Achille è polvere di un tempo remoto.
ECUBA               Come fai a parlare così? Hai scelto di farti ingravidare dall’assassino di tuo marito e di tuo figlio, come fai a non vomitarti addosso ogni volta che ti specchi? E come fai a vivere, quando tutti sono morti?
ANDROMACA   Non l’ho voluta io, la guerra maledetta.
ECUBA               Le guerre sono come i terremoti e le alluvioni, ci piombano addosso contro la nostra volontà. E hanno la loro funzione, nel piano degli dei.
ANDROMACA   Tutti innocenti, gli assassini.
ECUBA               Non infangare gli eroi, tu che tradisci il tuo sangue, servendo il nemico.           
ANDROMACA   Non ho scelto di fare l’amore con Neottolemo, mi ha presa come cosa sua, dato che sono prigioniera e serva, femmina spogliata di ogni volontà. Ho scelto invece di rimanere viva per allevare mio figlio, questo sì. Dal mio ventre è nato, non da quello di Neottolemo. La mia carne l’ha nutrito, non quella di Neottolemo. Tu non odi solo lui, ma tutto ciò che è del clan nemico. Odi le persone e la loro terra, le case che abitano e le bestie che allevano. Se tu avessi armi chimiche, bombe, aerei… scaricheresti la devastazione, condannando milioni di innocenti. Che senso ha tutto questo? Voi che comandate avete voluto la guerra, e la volete infinita. Ma noi che non abbiamo il potere vogliamo respirare la pace. E gli dei non esistono, se non nel tuo delirio di morte.
ECUBA               Hai rinunciato all’onore. Per te provo solo disprezzo.
ANDROMACA   Non ho servito allo stesso modo Ettore e il tuo clan? Mi avete comprata e messa nel suo letto, ho avuto sul viso il fiato caldo di tuo figlio e gli ho dato eredi, ho sofferto per la sua morte, ma in vita mia non ho mai sparso lacrime d’amore, a me l’amore è stato vietato, come la libertà. Ora sono serva, ma la mia vita non è cambiata.
ECUBA               Ogni tua parola è un invito a uccidere te e il bastardo. Hai fatto parte dei principi del clan, hai avuto ricchezze e onori, ma quale sbaglio abbiamo fatto prendendo una donna di fuori! Tu sei rimasta una straniera. Solo ora me ne rendo conto: tu non eri degna di mio figlio, il combattente più valoroso, ucciso con il tradimento.
ANDROMACA   Non voglio più ascoltarti. Vattene.

Pochi giorni fa ho cominciato “Achille sull’isola dei serpenti”. In quest’opera dovrebbero confluire le scoperte fatte nelle altre. Dovrebbero quindi esserci: dialoghi drammatici, monologhi lirici, coro, collegamenti formali tra gli elementi, una struttura che faciliti la compattezza e l’equilibrio delle parti e altro. Achille, dopo morto, non è finito al Tartaro ma sull’isola dei Beati o Leuce o isola dei Serpenti, insieme ad altri eroi della guerra di Troia, tra i quali Aiace. Se ne sta appartato, infelice. Gli manca qualcuno. L’arrivo di Pentesilea, la regina delle Amazzoni, sua nemica, che ha amato dopo averla uccisa, non riempie il vuoto che ha nel cuore. Ha bisogno di Patroclo. Ma può uno votato alla guerra e alla morte tenersi vicina la persona amata? Solo Afrodite conosce la risposta.

MEMO           Al crepuscolo la malinconia stringe Achille alla gola e lo zittisce. Io che sono al suo servizio e anche amico non gli rivolgo domande, lo ignoro. Ma i guerrieri che alloggiano sull’isola per il tempo infinito della morte non si danno ragione di un eroe che piange su se stesso e non si esalta per le imprese compiute in battaglia: e lo ignorano.
                        Noi siamo qui, al crepuscolo, di fronte al dorso increspato del mare, un drago nero che sputa schiuma e fa sconquasso di voci diverse, sibili e schianti. Dietro di noi gli schiamazzi del vino e il clangore delle armi nei tornei. Al fuoco delle torce i combattenti, alla cenere della luna noi.
                        Achille è fisso a una visione nera tra terra e cielo dove l’orizzonte accoglie i desideri impossibili. Suona il forminx e canta, ecco i suoi versi.
                        Dall’infinito qui approda
                        l’onda e all’infinito va.
                        Il mio sogno all’infinito
                        si protende e qui ritorna.
                        Questa riva è una catena,
                        questo mare una prigione.
                        Non si parte e non si arriva,
                        sempre qui su questa riva.
ACHILLE       Memo!
MEMO           Comandami, signore.
ACHILLE       Non ti pare di scorgere laggiù, molto lontano, quasi sulla linea confusa dell’orizzonte, una luce danzante come se una stella fosse precipitata e stesse per annegare?
MEMO           Se strizzo gli occhi, ne vedo tante, ma la mia impressione è che nuotino verso di noi.
ACHILLE       Potrebbe trattarsi di una barca.
MEMO           Caronte?
ACHILLE       Se ci porta qualcuno, non può essere qualcuno che conosco?
MEMO           Signore, io non aprirei il cuore alla speranza, se fossi in te.
ACHILLE       Non sto pensando a nessuno in particolare.
MEMO           Meglio così.
ACHILLE       Non vedo più niente.
MEMO           Vedi quello che vedono tutti: il muro nero della notte.
ACHILLE       Se gli dei volessero il mio bene, non mi lascerebbero qui a struggermi. Meglio morto, che vivo senza vita.


Se qualcuno fosse interessato, sarei lieto di mandargli le opere in lettura.