Le suggestive illustrazioni sono di Giorgio Bacchin.
lunedì 4 agosto 2014
RACCONTI COMICI E FANTASTICI
Un progetto con RCS, otto racconti che accompagnano il libro di esercizi di italiano, storia e geografia per le vacanze, scuola secondaria di primo grado. Chi è interessato lo trova anche online. Questo è il link di Amazon:
giovedì 24 luglio 2014
ACHILLE SULL'ISOLA DEI SERPENTI
Aquilino
Achille sull’isola dei
serpenti
Nell’ “Etiopide” (poema greco del VII sec. A.C. di cui rimangono solo frammenti e riassunti) Achille
è posto ancora vivo sull’Isola dei Serpenti, alle foci del Danubio. L’isola
esiste e ha mantenuto il nome; si trova nel Mar Nero a circa 45 chilometri
dalle coste della Romania e dell’Ucraina; è poco più di uno scoglio e ospita un
solo abitante, il guardiano del faro; è comunque ricca di petrolio e gas
naturale. Esiodo pone invece gli eroi sulle Isole fortunate o isole dei Beati,
corrispondenti alle attuali Canarie. Secondo Apollonio Rodio Achille finì
invece sull’isola di Leuce, dove fece coppia con Medea.
L’isola dei serpenti che intitola l’opera corrisponde a un
luogo mitico comune a più mitologie, nel quale gli dei pongono gli eroi
premiati con l’immortalità (es. il Valhalla).
MEMO Al
crepuscolo la malinconia stringe Achille alla gola e lo zittisce. Io che sono
al suo servizio lo ignoro, non gli rivolgo domande indiscrete. Ma poi è lui che
fa domande a me, per indagare la propria inquietudine. I guerrieri che
alloggiano sull’isola per il tempo infinito della morte non si danno ragione di
un eroe che piange su se stesso e non si esalta per le imprese compiute in
battaglia: e lo ignorano.
Noi
siamo qui, al crepuscolo, di fronte al dorso increspato del mare, un drago nero
che sputa schiuma e fa sconquasso di voci diverse, sibili e schianti. Dietro di
noi gli schiamazzi del vino e il clangore delle armi nei tornei. Al fuoco delle
torce i combattenti, alla cenere della luna noi.
Achille
è fisso a una visione cupa fra terra e cielo dove l’orizzonte accoglie i
desideri più impossibili. Un muro di nebbia strangola l’isola, oltre il quale
le navi da crociera passano con le tolde illuminate. A volte ho l’impressione
di ascoltare il chiasso dei turisti che
folleggiano.
La localizzazione è stata il punto di partenza, ma il nome
non è stato occasione di suggestioni letterarie come invece mi aspettavo. Nel
testo non si parla mai di serpenti, nemmeno a livello metaforico. Immaginavo
Achille con una specie di scudiero (trattamento da privilegiato), scontento
della sistemazione, indifferente ai richiami degli eroi, con in testa solo
Patroclo relegato nel Tartaro, tale e quale a un adolescente innamorato.
Sembrava una storia di diversità e di amore impossibile; e
soprattutto all’inizio il protagonista era lui, Achille. Poi le cose si sono
complicate. Come al solito, mi sono lasciato condurre dai personaggi. Essi hanno
il compito non solo di generare se stessi, ma di manifestare le proprie
necessità inerenti all’ambiente e ai compagni d’avventura. L’isola si è subito
spaccata in due: da una parte la riva ghiaiosa sulla quale si strugge Achille
(eroe romantico), dall’altra il villaggio vacanze nel quale se la spassano gli
eroi (epica omerica). Achille è un poco Don Chisciotte, un poco Orfeo, un poco
Amleto, e un poco anche Dorian Gray, ma la sua sfaccettatura non ha mai profondità.
Uccide perché deve, ama perché lo spinge la natura, ma le sue scelte… le sue
scelte sono egocentriche, impulsive e superficiali come quelle di un bambino.
Piano piano, emerge invece la ricchezza interiore di Memo,
il suo servitore. Una ricchezza che non gli dà alcun vantaggio e che anzi va a
suo discapito. L’onestà e la coerenza lo renderanno vittima degli eroi.
La scrittura parte a velocità ridotta e poi addirittura
rallenta. Si presenta il solito rischio di risolvere l’opera come se fosse un
romanzo o un film, spingendo la mente a rielaborare trame avvincenti e colpi di
scena. Giunge presto il momento dell’angoscia: come andare avanti? Se non si
vuole risolvere la vicenda come una narrazione (per quanto emozionante possa
essere), ma come l’ambito di vita dei personaggi, assecondandone la natura
misteriosa, allora bisogna lasciar fare a loro. Li si invita a farsi sogno e li
si libera di ogni costrizione, aprendo davanti a loro i mille sentieri dei
possibili sviluppi e lasciando che si avviino, trainandosi l’un l’altro.
Documentandomi sulla biografia di Achille (ricchissima come
d’altronde quelle di Perseo, di Teseo, di Elena…) due episodi mi avevano
colpito: i nove anni in abiti femminili e la necrofilia su Pentesilea.
Pentesilea! Era come se Achille la chiamasse a sé, come se ne avesse bisogno
per giungere alla fine dell’opera.
PENT. Bella
io? Sono belle le mie cicatrici? I muscoli guizzanti? L’espressione di pietra?
Le mie mani, sono belle, capaci di strangolarti senza sforzo? E la mia voce di
tuono è bella? Quando mi specchio vedo una belva a due zampe, non una bella
femmina. Ma questa è la mia natura e l’accetto. Sono bella quanto lo è la
morte.
AIACE A
lui le donne piacciono proprio così, morte.
PENT. A
te ancora vive, ma durano poco.
AIACE Achille…
PENT. Non
ha mai saputo che cosa gli piace.
AIACE Sembri
conoscerlo meglio di quanto lo conosciamo noi.
PENT. Siamo
entrambi stranieri in patria.
AIACE Vieni,
appartiamoci. Ti spiego i dettagli della missione.
PENT. Sono in missione? Per voi e per l’Olimpo? Ma
agli uni e agli altri ficcherei una spada nel cuore.
E non potevo fare a meno della madre, Teti, che avrebbe
contribuito a fare luce sulla personalità del figlio e avrebbe avuto la
funzione di spingere i personaggi in una direzione. Ho invece scartato Afrodite
e altri dei. Degli eroi me ne sarebbe bastato uno, quello che tanto aveva
desiderato l’armatura di Achille (e tanto aveva desiderato sostituirlo): Aiace.
MEMO Ehi,
tu! Non sei una delle bambole che Efesto fabbrica per gli eroi. Non sai che
infrangi la legge di Zeus? A nessuna femmina è consentito l’approdo. Come hai
potuto superare la nebbia?
TETI Poseidone
mi protegge.
MEMO Tu
non sei umana.
TETI Sono
Teti, la madre di Achille.
MEMO Perdonami,
divina.
TETI Sei
Memo, il suo compagno?
MEMO Il
suo servo.
TETI Dov’è
Achille?
MEMO Perdonami
due volte, ma non vuole che riveli l’eremo del suo isolamento.
TETI Pensa
ancora a lui?
MEMO A
te posso dirlo. Giorno e notte. S’illude di scorgere imbarcazioni, aerei,
perfino elicotteri da guerra in missione di pace, venuti a portare il premio
all’eroe. Recita cento e più volte la scena di quando disarmato accorse a onorare
il cadavere dell’amico, mettendo in fuga i nemici con la sola presenza,
disperato e terribile, vendicativo e votato alla morte. Lo sento fare le voci
di Patroclo, Ettore, Sarpedonte, Menelao… e perfino della madre scesa a
consolarlo.
TETI Tanto
lo ama.
Mentre portavo avanti la questione dello sviluppo di una
storia, mi ponevo la questione della forma. Ho ripreso la modalità di “Andromaca
deve morire” di trattare una vicenda mitica come se fosse cronaca
contemporanea, ma ho molto limitato gli accenni al mondo reale odierno: navi da
crociera, videogiochi… Mi sono posto la questione del rischio di uno stile “alto”,
che apparisse letterario. Penso di avere trovato, con la sintesi sintattica e
semantica, un tono classico senza scadere nella retorica; o perlomeno lo spero.
Questa è la quinta opera di un progetto di rielaborazione
della tragedia greca, che procede per vie d’arte e non per studi specialistici.
Dalla tragedia prendo quello che mi serve per intuizione, non per un piano
steso a tavolino. Ho cominciato con l’inserimento di sticomitie e monologhi
lirici, avvertendo poi l’esigenza di dare maggiore equilibrio con uno schema.
Uno schema non rigido. Esso è nato dalla spontaneità della scrittura, che ha
poi ingabbiato senza forzature. Si è costituita un’architettura flessibile e
non invasiva di questi elementi: monologo in prosa, monologo in prosa a dodecasillabi
o endecasillabi o settenari, monologo in versi, sticomitia, dialogo in versi, dialoghi
liberi.
Ai due terzi, ho suddivisa l’opera in parti, che sono: parodo
(senza coro), Memo, Aiace, Teti, onda, Pentesilea, esodo.
La qualità formale nasce dal consueto metodo di rileggere a
ogni riapertura di file. Il ritocco del dettaglio si riverbera sulla scrittura
in fieri e ogni intervento è una riedizione. Con questo continuo prendere
coscienza del vissuto, si illumina la strada ancora da percorrere. Rileggo, rifinisco
e riscrivo, proseguo, torno indietro, vado avanti.
Giunto in prossimità del traguardo, Achille mi si svela nella
sua verità. Sono soprattutto le ultime parole di Memo a raccontarne l’egoismo
di fondo, quello che non fa di lui un eroe diverso, ma che lo accumuna al
bisogno spasmodico di gratificazione dei camerati. Lui e l’amazzone sembrano
staccarsi da uno sfondo di conformismo, ma lui non fa altro che rinchiudere la
vita in un rapporto limitante e lei non può fare a meno dell’autoesaltazione. A
questo punto, è il conformismo di Memo, personaggio di piccolo calibro, a
svelare il vero eroe di una tragedia che vede da una parte il privilegio e dall’altra
la fatica di vivere.
MEMO Ma
io laggiù non troverò nessuno.
Mia moglie e i figli altrove, ancora vivi,
ma vivi come?
Siamo servi, da un giorno
all’altro senza
lavoro e in un attimo senza niente.
Pochi si accorgono
di quanto siano grandi
l’ansia e il dolore della gente piccola.
L’attenzione del mondo va ai signori
che ci rubano l’aria,
l’acqua e il sangue.
La gente adora i propri vessatori,
brama in segreto di prenderne il posto.
Io che non voglio opprimere nessuno
soccombo, è destino.
Chissà se anche qui Pentesilea e Achille
mi dedicheranno qualche attenzione?
Li vedo assorbiti dalle passioni,
l’una di soddisfare l’ambizione
l’altro di vedere avverati i sogni
attinenti sempre e solo a se stesso.
Mi vedono appena, ombra silenziosa
e già non mi riconoscono più.
Quando ho cominciato a scrivere, una decina di giorni fa,
non avevo certo in mente un finale simile, incentrato su una figura secondaria;
non avevo in mente niente, se non la suggestione vaga di un eroe morto, sordo
agli allettamenti di una vita edonistica. Sono soddisfatto di quello che hanno
fatto i miei personaggi. Mi hanno preso per mano e mi hanno indotto a
completare l’abbozzo in modo convincente.
Quali le tematiche sviluppate? La diversità sessuale, il
diritto all’autodeterminazione, il diritto di morire, la stratificazione
sociale, la società edonistica, il potere…
E ora? La sesta opera, nella quale voglio un coro. Sto
rileggendo l’Orestea. Penso che Clitennestra abbia molto da dire sulla sentenza
dell’aeropago.
lunedì 7 luglio 2014
LA GRANDE SOLITUDINE
Una volta il mondo invadeva le persone. Curiosità, esplorazione,
stupore, abbandono alla bellezza. Ora le persone invadono il mondo. Non perché
abbiano curiosità (uccisa dalle mode e dalla televisione), non per esplorarlo (se
non entro i villaggi vacanze), non con stupore (tutto diventa un deja vu) e
nemmeno per attrazione verso la bellezza (assassinata dal mercato). Le persone usurpano
ogni angolo di mondo alla ricerca di emozioni e sensazioni da condividere nei
più diversi modi: la chiacchiera, la documentazione fotografica e video, i
social network. Le persone cercano cose da consumare per averne rassicurazione,
sollievo e piacere; e lo stesso trattamento riservano alle altre persone, equiparate
a cose destinate a uso personale.
Cinquant’anni fa si usava ancora la solitudine.
La donna in casa aveva i tempi lunghi della
solitudine per le faccende domestiche e l’allevamento dei figli. Socializzava
quando usciva per fare la spesa. I suoi figli avevano occasioni di solitudine: il
maltempo, i compiti, la malattia. Anche gli uomini, a tutte le età, avevano più
che adesso momenti in cui stare soli con se stessi. E i ragazzi e le ragazze
quanto tempo trascorrevano con i sogni a occhi aperti?
Solitudine, sogni, progetti, meditazioni, dialoghi
con se stessi, rapporti muti con il mondo.
Ora non c’è momento in cui non ci sia la compresenza
di radio, televisione, computer, telefono. Non basta. Il concetto di presenza singola
è aberrante. Con sempre maggiore prepotenza i massmedia spingono l’uomo a non
ritrovarsi mai da solo con se stesso, ma a cercare la compagnia di un altro o
di un gruppo, siano reali o virtuali, perché ogni momento di vita non deve
essere autoreferenziale, ma condiviso.
Attività come il sogno da svegli, lo stato alterato di
coscienza, la lettura , la contemplazione non utilitaristica, la riflessione
senza concettualizzazione, la sensazione di disintegrazione nel mondo… insomma,
quel modo di rapportarsi con se stessi esclusivo e intenso, privato e profondo,
ampio e onnivoro appare sempre più labile, se non in via di estinzione.
Le persone hanno paura, prima ancora che degli altri,
di se stesse. Non vogliono affrontare tutta una serie di questioni spinose che
le pone di fronte a dubbi, scelte da operare, chiarimenti urgenti. Non vuole
conoscersi per come è davvero, si piace per come appare agli altri.
Lo stare da sole diventa qualcosa di temibile e da
evitare con ostinazione. Sono le persone della socializzazione spinta.
Quando s’impegnano nel sociale, quando si sbattono
per la gioia dei figli, quando organizzano eventi, quando partecipano a manifestazioni,
quando si mettono in viaggio, quando intervengono per nobili scopi, quando
scelgono i divertimenti, una delle motivazioni importanti è eludere i momenti
di solitudine, scansare se stessi, cercare abbracci consolatori in un rapporto ininterrotto
con gli altri.
Ma chi sono gli altri? Sono i compaesani o i vicini
di quartiere, ma anche i compagni di vacanza o i coassociati, addirittura gli
animali domestici, e spesso sono folla, una “società vicina” di interessi e
atteggiamenti simili; e sono gli amici del social network e la moltitudine di
internet: è sufficiente un nickname per conferire un’identità rassicurante e
consolatoria.
La fuga dalla solitudine non è priva di conseguenze:
un sistema psichico più fragile, una consistenza sociale aleatoria, una
maggiore dipendenza, un sistema di valori inconsistente, un narcisismo
accentuato, una scala di valori confusa, un’emotività artefatta.
Bisogna trovare il coraggio di riaffermare la positività
della solitudine, e di sapersi anche ritirare dalle comunità sia reali sia
virtuali, per non esserne travolti come individui e riciclati come cloni.
Tutto questo per dire che intendo rivedere “Andromaca
non canta” in questa prospettiva, di una donna che ha scoperto nella propria
solitudine la forza e la visione chiara del mondo.
sabato 5 luglio 2014
LETTURE E SCRITTURE PER L'ESTATE
Alcuni dei libri in lettura: “Atena nera” di Martin
Bernal (sulla scia di altri saggi brevi che sto leggendo, la tesi opposta all’eurocentrismo
degli ultimi due secoli; non siamo eredi della cultura greca, ma dobbiamo spingerci
in Africa e in Asia per trovare le radici del politeismo olimpico e della
nascita del teatro).
Nicole Loraux, “La voce addolorata” (la tragedia
greca come espressione dell’antipolitica e quindi del dissenso costruttivo;
siamo nell’ambito delle tesi sociologiche della scuola di Manchester e parliamo
del “dramma sociale” come è presentato da Turner e Gluckman).
Mary Lefkowitz, “Dei greci, vite umane” (una lettura
scorrevole della presenza degli dei nel mito, nelle opere omeriche, nelle
tragedie e nella poesia lirica, con un’esposizione metodica degli avvenimenti e
i commenti dell’autrice). Jean Pierre Vernant, “Le origini del pensiero
greco” (dai regni micenei alla polis, dal mito alla filosofia, dalla faida
alla polis e al suo ordinamento giuridico).

Umberto Curi, “Meglio non essere nati” (un docente universitario
di filosofia ci presenta il pessimismo metafisico dall’antichità ai nostri
giorni). Jean Pierre Vernant, “Mito e società nell’antica Grecia”
(raccolta di saggi). Giuseppe Micunco, “Euripide” (riflessioni sulle sue
tragedie).
Ho iniziato la rilettura delle commedie di Aristofane, in
prospettiva di un ipotetico terzo “assaggio di teatro”, ma non scattano né entusiasmo
né interesse. Per il momento sospendo.


Mi sono ripromesso, durante l’estate, di scrivere nuove
opere di teatro a partire dalla tragedia greca. Dalla fine di maggio ne ho
scritte quattro. La prima è “Elena in esilio”. In una famiglia rappresentativa
della situazione attuale (madre con due figli e lavori saltuari; la figlia
sottoccupata e il figlio disoccupato) si presenta Elena in fuga da Achille che
la vuole riportare sull’isola di Leuce dove vivono come ombre. Elena si lamenta
di una condizione di perenne profuga alla quale sono state addossate colpe non
vere (la guerra). Vorrebbe una vita tranquilla, è disposta a lavorare e a fare
a meno di ogni privilegio. L’idea è di inserire elementi del mito nella vita quotidiana
di personaggi del giorno d’oggi. Il mito innesca una serie di avvenimenti “tragici”,
mettendo a fuoco la verità al di là di ogni finzione e fraintendimento. L’arrivo
di Achille (tra i personaggi ci sono anche Era e Zeus) mette il fratello contro
la sorella fa esplodere la sua rabbia. Non c’è il coro.
L’opera è piuttosto lunga (quaranta cartelle), e alcuni
monologhi sono forse da ridurre, ma è stato un primo passo importante che mi ha
rivelato la fattibilità del progetto.
AGAVE Urla, la mia povera bambina. Chissà
quali incubi spaventosi.
ERA Non può liberarsene, fin che
Elena è qui.
AGAVE Che cosa devo fare?
ERA Mandala via. Al più presto. Se
vuoi salvare i figli, cacciala. Se resta, sarà la rovina della casa.
AGAVE Ma come faccio?
ERA C’è solo un modo. Devi
consegnarla ad Achille.
AGAVE E lui dove lo trovo?
ERA Dentro tuo figlio.
AGAVE Dentro mio figlio? Che significa?
ERA Lo scoprirai.
AGAVE Come faccio a consegnare Elena a uno
spettro?
ERA Devi ucciderla.
AGAVE Dici spropositi. Io non posso
ucciderla. Non si toglie la vita, il comandamento è chiaro.
ERA Pensa a chi uccidi. Non è un
essere umano. Elena è vissuta migliaia di anni fa. Tu ne uccidi solo l’ostinata
e scellerata persistenza nel mondo. Compi un atto di giustizia, se lo fai.
Riporti l’equilibrio nell’universo.
AGAVE Come posso fidarmi di te? Anche tu sei
inesistente. Io credo nel Dio cristiano.
ERA Questo non t’impedisce di dare
ascolto alla voce dentro di te, poiché io questo sono, una delle voci della tua
anima.
Ho subito scritto una seconda opera, “Tirso”. Lo spunto me l’ha offerto
un concorso: oggetti di scena e scenografie devono stare in una valigia.
Una famiglia diversa, alto borghese, il padre in prigione
per illeciti amministrativi, la madre disperata perché teme di perdere il
patrimonio. Due figli, anaffettivi ed egocentrici. Lei è reduce da una fuga
durata un anno, in giro per il mondo, a vuoto. Lui si droga ed è alla ricerca
del modo di fare soldi facili. Muore il nonno che lascia a loro due in eredità
una valigia. Dentro ci sono: miele, vino, nebride, mitra, tirso, maschera, cembalo
e tamburello… gli oggetti sacri di Dioniso. È lo stesso dio a spiegarlo ai
ragazzi. Tra ricordi del liceo, esaltazioni orgiastiche, illusioni e litigi, i
due compiono una specie di sacrificio che li allontana definitivamente dalla
madre, senza però che possano seguire il dio. Nemmeno in quest’opera c’è il
coro, ma ho inserito tra una scena e l’altra una didascalia poetica che commenta
e approfondisce l’azione teatrale (la mia drammaturgia non prevede le solite
didascalie inerenti a movimenti, motivazioni ed espressioni, proprio come
risulta nella tragedia greca; ma questo da sempre, non per imitazione).
DORIANA Ora ci porti via con te, vero?
MICHELE È venuto per questo. Lui è la magia che ci
porta via.
DIONISO Io non sono un rapitore di bambini.
DORIANA Te l’ha chiesto il nonno. Ti ha detto:
portali via di qua, portali nel tuo mondo, da’ loro una possibilità, non
lasciarli qui a corrompersi giorno dopo giorno.
MICHELE Ti seguiamo ovunque. Qui non c’è niente
per noi. Beviamo vino in tuo onore. Danziamo e cantiamo giorno e notte. Che si
può pretendere di più dalla vita? Noi vogliamo l’estasi.
DORIANA Ci piace, abbiamo il diritto di essere
felici, vogliamo stare con te.
MICHELE Noi siamo il tiaso, ti seguiamo ovunque
vai.
DIONISO Non vengo a portare ebbrezza e
stordimento, ma dolore. Solo il dolore svela i sentieri della gioia. Nessuno mi
segue, chi vuole mi cerca. Io sono un dio vagabondo.
Sono certo che a una prossima rilettura, troverò accenti di
retorica e ridondanza, ma per il momento lo considero inevitabile, considerati
i riferimenti letterari. Queste scritture sono una ricerca di stile, di
registro e di struttura. Parto dalla tragedia greca come suggestione, non come
emulazione. Voglio trovare una forma originale, se ci riesco.
La terza opera è “Ganimede”, la più compatta, coerente e densa. L’ambientazione
è mitica, non contemporanea, ma il linguaggio non è alto e a tratti richiama
quello della commedia. Nemmeno qui c’è il coro. Due personaggi, Ganimede e
Zeus, sono solo voci.
Sull’Olimpo si presenta un vasaio di nome Supplice. Chiede udienza
a Zeus. Ha intenzione di chiedergli di restituire la verginità alla figlia sventata.
In realtà, è il padre di Ganimede venuto a reclamare il figlio. L’inizio è da
commedia, poi volge al patetico e nel finale assume un tono epico. Gli dei
assumono caratteri definiti e l’opera mette in luce una ricca gamma di reazioni
emotive e di sentimenti.
SUPPLICE Ho gridato: voglio mio figlio! E nessuno
mi ha ascoltato. Pregare e attendere per l’eternità? Non ha senso. Ganimede sa
che sono qui. Spera che io faccia qualcosa. E intendo farla.
ESTIA Che cosa?
SUPPLICE Ora me ne vado, sapendo di scatenare la
furia di Ebe, tanto giovane e tanto malvagia. E l’ira di Era, tanto potente da
uccidere i miei sudditi con un’epidemia. E farò arrabbiare anche Zeus, che
potrebbe lanciare il rimbombo del terremoto e sprofondare le mie città. Tutti
quanti gli dei saranno irritati e vorranno punire me, la mia stirpe, il mio
popolo.
ESTIA Stai prefigurando cose terribili.
SUPPLICE Sono io il primo a esserne spaventato. Ma
la paura di un re vive sottopelle, e non vede mai l’aria. La forza di fare
quello che medito mi viene da un fanciullo innocente che l’Olimpo vuole
schiavo.
ESTIA Che cosa hai in mente?
SUPPLICE Ora ti volgo le spalle e mi allontano e se
tenti di fermarmi mi lancio su di te come un lupo affamato e ti squarcio la
gola.
ESTIA Dei dell’Olimpo, mi minacci!
SUPPLICE Te e tutti i tuoi complici.
ESTIA Ma dillo, dillo: che intendi fare?
Ed eccoci alla quarta opera, “Andromaca non canta”. Lo spunto mi
viene da Euripide. La partenza è simile: Andromaca fa appello a Peleo per
difendere se stessa e il figlio dalla furia omicida di Menelao. Ho introdotto
nuovi personaggi, tra i quali Ecuba con l’aspetto della cagna nera. In Euripide
è presente un coro di donne di Ftia, qui un coro di serve. L’ambientazione non
è definita. Si legge che il territorio di Menelao è montuoso e che l’aggregazione
sociale è per clan. Non si sa di quale guerra si tratti e non si parla di
schiave, ma di serve.
Un’opera di contrapposizioni: sterilità e maternità,
matrimonio e concubinato, privilegio e servitù, maschilismo e rivendicazioni
femminili, vendetta e serenità interiore… Ne sono soddisfatto? La cosa
importante è l’impressione che gli elementi delle opere precedenti convergano
in una direzione, quella che mi porta sempre più vicino a definire le
problematiche per una struttura (elastica e adattabile) “tragica”, che
comprenda dialoghi, coro, prosa e poesia.
ANDROMACA Hai terrorizzato le donne che vivono qui.
ECUBA Serve. La gente del mio clan non vive da serva. Vorrei
che morissero tutte.
ANDROMACA Sono giovani, vogliono vivere.
ECUBA E tu?
ANDROMACA Io ho un figlio, vivo per lui. Muoio, anche,
per lui. E per lui patisco la servitù.
ECUBA Ha il sangue di Achille, è un seme di malerba.
ANDROMACA Il sangue è suo e solo suo. Quello di Achille
è polvere di un tempo remoto.
ECUBA Come fai a parlare così? Hai scelto di farti
ingravidare dall’assassino di tuo marito e di tuo figlio, come fai a non
vomitarti addosso ogni volta che ti specchi? E come fai a vivere, quando tutti
sono morti?
ANDROMACA Non l’ho voluta io, la guerra maledetta.
ECUBA Le guerre sono come i terremoti e le alluvioni, ci
piombano addosso contro la nostra volontà. E hanno la loro funzione, nel piano
degli dei.
ANDROMACA Tutti innocenti, gli assassini.
ECUBA Non infangare gli eroi, tu che tradisci il tuo sangue,
servendo il nemico.
ANDROMACA Non ho scelto di fare l’amore con Neottolemo,
mi ha presa come cosa sua, dato che sono prigioniera e serva, femmina spogliata
di ogni volontà. Ho scelto invece di rimanere viva per allevare mio figlio,
questo sì. Dal mio ventre è nato, non da quello di Neottolemo. La mia carne l’ha
nutrito, non quella di Neottolemo. Tu non odi solo lui, ma tutto ciò che è del
clan nemico. Odi le persone e la loro terra, le case che abitano e le bestie che
allevano. Se tu avessi armi chimiche, bombe, aerei… scaricheresti la devastazione,
condannando milioni di innocenti. Che senso ha tutto questo? Voi che comandate
avete voluto la guerra, e la volete infinita. Ma noi che non abbiamo il potere vogliamo
respirare la pace. E gli dei non esistono, se non nel tuo delirio di morte.
ECUBA Hai rinunciato all’onore. Per te provo solo disprezzo.
ANDROMACA Non ho servito allo stesso modo Ettore e il tuo
clan? Mi avete comprata e messa nel suo letto, ho avuto sul viso il fiato caldo
di tuo figlio e gli ho dato eredi, ho sofferto per la sua morte, ma in vita mia
non ho mai sparso lacrime d’amore, a me l’amore è stato vietato, come la
libertà. Ora sono serva, ma la mia vita non è cambiata.
ECUBA Ogni tua parola è un invito a uccidere te e il
bastardo. Hai fatto parte dei principi del clan, hai avuto ricchezze e onori,
ma quale sbaglio abbiamo fatto prendendo una donna di fuori! Tu sei rimasta una
straniera. Solo ora me ne rendo conto: tu non eri degna di mio figlio, il
combattente più valoroso, ucciso con il tradimento.
ANDROMACA Non voglio più ascoltarti. Vattene.
Pochi giorni fa ho cominciato “Achille sull’isola dei serpenti”.
In quest’opera dovrebbero confluire le scoperte fatte nelle altre. Dovrebbero
quindi esserci: dialoghi drammatici, monologhi lirici, coro, collegamenti
formali tra gli elementi, una struttura che faciliti la compattezza e l’equilibrio
delle parti e altro. Achille, dopo morto, non è finito al Tartaro ma sull’isola
dei Beati o Leuce o isola dei Serpenti, insieme ad altri eroi della guerra di
Troia, tra i quali Aiace. Se ne sta appartato, infelice. Gli manca qualcuno. L’arrivo
di Pentesilea, la regina delle Amazzoni, sua nemica, che ha amato dopo averla
uccisa, non riempie il vuoto che ha nel cuore. Ha bisogno di Patroclo. Ma può
uno votato alla guerra e alla morte tenersi vicina la persona amata? Solo
Afrodite conosce la risposta.
MEMO Al crepuscolo la malinconia stringe Achille alla gola e lo
zittisce. Io che sono al suo servizio e anche amico non gli rivolgo domande, lo
ignoro. Ma i guerrieri che alloggiano sull’isola per il tempo infinito della
morte non si danno ragione di un eroe che piange su se stesso e non si esalta
per le imprese compiute in battaglia: e lo ignorano.
Noi siamo qui, al crepuscolo, di fronte al dorso
increspato del mare, un drago nero che sputa schiuma e fa sconquasso di voci diverse,
sibili e schianti. Dietro di noi gli schiamazzi del vino e il clangore delle
armi nei tornei. Al fuoco delle torce i combattenti, alla cenere della luna
noi.
Achille è fisso a una visione nera tra terra
e cielo dove l’orizzonte accoglie i desideri impossibili. Suona il forminx e
canta, ecco i suoi versi.
Dall’infinito qui approda
l’onda e all’infinito va.
Il mio sogno all’infinito
si protende e qui ritorna.
Questa riva è una catena,
questo mare una prigione.
Non si parte e non si arriva,
sempre qui su questa riva.
ACHILLE Memo!
MEMO Comandami, signore.
ACHILLE Non ti pare di scorgere laggiù, molto
lontano, quasi sulla linea confusa dell’orizzonte, una luce danzante come se
una stella fosse precipitata e stesse per annegare?
MEMO Se strizzo gli occhi, ne vedo tante, ma la mia impressione
è che nuotino verso di noi.
ACHILLE Potrebbe trattarsi di una barca.
MEMO Caronte?
ACHILLE Se ci porta qualcuno, non può essere
qualcuno che conosco?
MEMO Signore, io non aprirei il cuore alla speranza, se fossi
in te.
ACHILLE Non sto pensando a nessuno in
particolare.
MEMO Meglio così.
ACHILLE Non vedo più niente.
MEMO Vedi quello che vedono tutti: il muro nero della notte.
ACHILLE Se gli dei volessero il mio bene, non mi
lascerebbero qui a struggermi. Meglio morto, che vivo senza vita.
Se qualcuno fosse interessato, sarei
lieto di mandargli le opere in lettura.
martedì 24 giugno 2014
UN ANNO (E MEZZO) DI TECNEKE
Un anno fa “Death watch” debutta
al Chiostro del Museo nell’ambito dell’Estate Oleggese e prende il via una
serie di repliche per le scuole. La collaborazione con Amnesty International dà
i suoi frutti: presentazione dello spettacolo e sensibilizzazione, un banco di
informazione, una raccolta di firme. I giovani spettatori seguono con emozione
e interesse, fanno domande, prendono opuscoli. Un’altra serie di repliche sul
territorio riguarda “L’ultima fermata”, atto unico sull’incontro tra
un’italiana e una profuga. Il problema dell’invisibilità della donna investe
tutte e due. Che significa diventare invisibili? Non avere relazioni profonde,
non avere accesso alla comunicazione, non avere potere decisionale, non contare
niente per gli altri. Il pubblico applaude convinto e la formula di Tecneke di
non adeguarsi al diffuso modo di operare dei gruppi (che presentano teatro
comico o perlomeno leggero), ma di diffondere problematiche e visioni
alternative è premiata e stimola a proseguire sulla strada dell’impegno
sociale. Anche il terzo spettacolo va in questa direzione. “Le oscure radici
del grido” presenta letture teatralizzate da opere di Eschilo, Euripide, Ford,
Shakespeare, Ibsen, Lorca. Tutte focalizzate sulla donna e sulla violenza
(fisica, psichica e sociale) che subisce.
In un anno e mezzo Tecneke ha
fatto tante cose, ho perso qualcuno, ha guadagnato nuovi protagonisti della
scena che nella passione per il teatro trovano la coesione, ha esplorato, ha cominciato
a mettere a fuoco la propria identità, ha stabilito collaborazioni sul
territorio, si è conquistato un pubblico di estimatori. Ecco la sua breve e
intensa cronistoria.
13 gennaio 2013, nasce l’associazione Tecneke.
21 marzo, partecipazione al Franco Agostino Teatro Festival
organizzato da Academy e Dimidimitri a Oleggio; targa della critica a “Death
watch”.
30 aprile, sala Enaip, presentazione dell’associazione
30 giugno, “Death watch” al Chiostro del Museo Civico nell’ambito dell”Estate
Oleggese”.
1 settembre, iniziano le prove di “Caligola” di Camus.
17 settembre, realizzazione del video “Senior team”, con la regia di
Enrico Omodeo Salè, a cura della Cooperativa Eurive.
23 settembre, lettura dei testi vincitori del concorso per bambini “Il
Mangialibri”.
Settembre, “Death watch” all’Enaip di Oleggio.
Novembre, “L’ultima fermata” a Mezzomerico.
17 dicembre, “Death watch” all’Enaip di Borgomanero.
20 dicembre, “Death watch” al liceo scientifico Carlo Alberto di
Novara.
14 febbraio, “Fermati a pensare, fermati a ballare”, per “One billion
rising for justice” a Mezzomerico.
7 marzo, “L’ultima fermata”a Castelletto Ticino.
8 marzo, “Sul filo degli incontri tra culture e generazioni”, lettura
di poesie a Palazzo Bellini.
14 marzo, “L’ultima fermata” a Casorate Sempione.
26 marzo, “Facebool” con la classe Terza B dell’I.C. Verjus di Oleggio,
sul cyberbullismo.
28 marzo, “L’ultima fermata” alla Casa Del Popolo di Arona.
5 aprile, “Ingiustizia nome comune femminile”, Sala “ del Teatro
Civico, dall’“Orestea” di Eschilo.
12 aprile, “Assaggi di teatro 1” (le origini del teatro), Aula Video dell’I.C.
Verjus di Oleggio.
15 aprile, “Death watch” al Teatro Civico per la Scuola Media nell’ambito
della Stagione Teatrale.
10 maggio. “Assaggi di teatro 2” (i tre tragediografi).
30 maggio. “Cappuccetto lupo” al Teatro Civico.
3 giugno, “Voci dal buio” con la classe Terza E dell’I.C. Verjus di
Oleggio, sul cyberbullismo.
13 giugno, “L’ultima fermata” a Cardano Al Campo.
6 luglio, lettura di poesie nella Domenica dei Popoli alo Free Tribe.
11 luglio, “L’ultima fermata” al Chiostro del Museo Civico nell’ambito
dell”Estate Oleggese”.
17 luglio, “Le oscure radici del grido” al Chiostro del Museo Civico
nell’ambito dell”Estate Oleggese”.
DEATH
WATCH. Con Lorenzo Crippa, Nicola Crippa, Gilberto Gerundini, Giovanni
Gerundini, Carlo Fanchini, Federica Fusco. Testo e regia di Aquilino.
L’ULTIMA
FERMATA. Con Michela Criscuolo, Monica Ergotti, Alba Galbusera. Testo di
Aquilino. Regia di Benedetta Bonacina. Alle luci Alda Magni.
LE
OSCURE RADICI DEL GRIDO. Con Alessandro Bozzola, Elena Caligara, Nicola Crippa,
Michela Criscuolo, Gilberto Gerundini, Giovanni Gerundini, Federica Fusco.
Regia di Aquilino, Benedetta Bonacina, Lorenzo Crippa.
Con il supporto di: Marina Betti, Silvia Camera, Paolo Gatti, Pino Ferrario e altri.
Con il supporto di: Marina Betti, Silvia Camera, Paolo Gatti, Pino Ferrario e altri.
sabato 31 maggio 2014
IL TEATRO GRANDE DEGLI ATTORI PICCOLI
E anche "Cappucetto Lupo" è andato in scena. Al più presto il video e il servizio realizzato da "Novara Video". Al mattino una sala piena di alunni della scuola elementare. Una partecipazione perfetta. Tantissime risate, tantissimi applausi, ma anche momenti di attenzione forte, silenzi carichi di emozione, perfino qualche lacrimuccia. Al termine, il desiderio di rivederlo (e infatti molti bambini tornano la sera). Alla sera un pubblico entusiasta che non smette più di applaudire e poi di fare complimenti. Riccardo Fortina del WWF è venuto apposta da Torino per introdurre lo spettacolo parlando del lupo e del Pelobates fuscus insubricus, un piccolo rospo rarissimo presente quasi solo nel Parco del Ticino.
Lo spettacolo nasce da una collaborazione tra Comitato Genitori, Tecneke, WWF, Biblioteca e Museo di Oleggio. La tematica del lupo si allarga a quella della difesa della natura, rappresentata da Anima e Vegeta. Cappuccetto Lupo, con i mercenari Cuoio e Diserbo, intende sterminare i lupi (rappresentati da Dentino e Graffio con il loro padre Licos) e distruggere la foresta. Saranno i loro figli, Maela e Nicolò, a impedire lo scempio.
Un teatro che diverte, ho scritto, che fa ridere ed emoziona, ma un teatro come evento culturale. E per cultura intendo non l'assimilazione enciclopedica di dati, ma la capacità di porsi di fronte a se stessi e alla realtà in modo problematico. Cultura come farsi domande e cercare risposte, che possono essere diverse a seconda dei luoghi e del periodo storico.
I bambini che hanno assistito non hanno solo visto qualcosa che è meglio della televisione, ma se ne sono andati con un prezioso bagaglio di domande: ma il lupo è buono o cattivo? davvero la natura può morire? anche il lupo parla? lo posso capire?...
Non ci sono solo i libri, non c'è solo la scuola, il teatro può essere veicolo di cultura efficace, coinvolgente, appassionante.
Purtroppo, ancora troppi sono convinti della scarsa utilità delle "attività espressive". Purtroppo, ancora troppa gente è di visione ristretta, di animo chiuso, ha pregiudizi sciocchi, chiede cultura come investimento (per guadagni futuri) e non come strumento per incrementare la sensibilità e l'intelligenza nella comprensione di sé, degli altri, del mondo.
Viva il teatro.
giovedì 22 maggio 2014
NON GRIDARE AL LUPO
La mostra del WWF Piemonte "Non gridare al lupo" presso la Biblioteca Civica "E. Julitta" di Oleggio con la collaborazione del Museo Civico, in occasione dello spettacolo "Cappuccetto Lupo". Visite delle scuole e laboratori.
domenica 11 maggio 2014
ASSAGGI DI PAROLA E MUSICA
ASSAGGI DI TEATRO DUE. Obiettivi: la tragedia greca, i tre tragediografi, conoscenza di tre opere (Supplici di Eschilo, Trachinie di Sofocle e Baccanti di Euripide) con lettura di brani su improvvisazioni di Lorenzo Crippa, Carlo Fanchini e Michele Isoni; ha letto anche Gilberto Gerundini. Un'avventura. Ci siamo buttati in questa forma di lettura senza sapere a che cosa ci avrebbe condotti e senza alcuna preparazione. Ma era importante gettare la prima pietra. Ora sta a noi costruire qualcosa di valido. L'intenzione è di organizzare serate karaoke coinvolgendo il pubblico in letture di poesie, canzoni e opere teatrali affidando la parola alla musica e la musica alla parola. Un mondo tutto da scoprire. Definire gli strumenti. Come può la musica sostenere la comunicazione di una parola espressiva e magica, visionaria e illuminante; e come può la parola eccitare la musica, proporle misura e immagine, darle corpo letterario e visione. "Se scruti a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te" ha scritto Nietzsche, come ammonimento per chi lotta contro i mostri. I nostri mostri sono l'insondabile, il non sapere a che cosa si va incontro, la mancanza di regola e di esperienza. Ma questo non deve farci arretrare dall'abisso. A mio giudizio, è stato un inizio molto stimolante. Ci ha indicato limiti e rischi, vie da seguire e fantasie nuove. Ora si deve giocare. Con le parole e con le note. Lasciare che siano loro a dirci qualcosa. E a lottare contro i mostri.
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