I primi risultati,
scaturiti soprattutto dalla spontaneità del bambino, possono dare una falsa rassicurazione.
In realtà, nel bambino non ci sarà una traccia sicura e stabile e la volta
successiva non saprà ripetere la performance. Per stabilizzare l’esecuzione, il
bambino può procedere in due modi: con la memorizzazione precisa di movimenti e
parole, oppure con la comprensione delle regole del palcoscenico, delle proprie
risorse e del modo più efficace di sfruttarle.
La prima via è fattibile,
il bambino è abituato ad apprendere per ripetizione. La seconda via tuttavia
assicura una consapevolezza di sé e un’acquisizione sia di tecnica sia di
cultura di più alto valore.
Il metodo più esaustivo? Percorrere
le due vie, mostrando al piccolo attore come fare e spiegando il perché. Per l’animatore
è faticoso, dato che deve fare da modello per la voce (registro, sonorità,
espressività), per l’emozione espressa, per la gestualità, per il movimento.
Trovare le parole giuste per spiegare concetti astratti rappresenta a volte una
difficoltà, ma le cose fondamentali sono apprese in fretta (no spalle al
pubblico, intensità della voce, la valenza dello sguardo, la chiarezza dell’eloquio,
la duttilità del corpo…).
Ogni ripetizione
consolida e fa scoprire; i bambini arrivano al risultato con i loro tempi
personali e la capacità di apprendimento è così diversa sia in qualità sia in
tempistica che l’animatore non deve stupirsi se uno sembra già un piccolo
attore alla prima prova e un altro ci arriva alla quinta.
Quali difficoltà incontra
il bambino che incomincia un corso di teatro?
Anzitutto, deve
rivoluzionare la propria visione di sé e le modalità di interazione con l’ambiente
e con i compagni. Una bambina riservata, per esempio, si ritrova a dover
sbraitare ordini a un compagno sicuro di sé; un bambino abile a muoversi tra telecomandi,
joystick e tastiere, vede il proprio spazio d’interazione allargarsi e
strutturarsi, costringendolo a una programmazione di movimenti ampi e sensati
che di solito non pratica; una bambina con scarsa capacità di concentrazione
scopre il vuoto nell’attimo in cui non ricorda la parte o la coreografia e deve
quindi apprendere strategie per diventare parte attiva del gruppo e non un
intralcio; un bambino iperattivo si rende presto conto che deve inserirsi in un
meccanismo nel quale contano precisione, sincronia, interazione ordinata e
autocontrollo. E così via.
Prima di cominciare le
prove vere e proprie, si svolgono esercizi per stabilire un rapporto
consapevole e creativo con lo spazio,
il corpo, i compagni. Il luogo del teatro deve diventare un luogo amico, la
libertà d’espressione dev’essere assicurata nel rispetto di quella altrui, le
dinamiche di gruppo devono essere stimolate in modo che s’instauri fiducia e
affiatamento.
Giochi di utilizzo dello
spazio e degli oggetti. Le posizioni sul palcoscenico, rispetto ai compagni e
al pubblico; la distribuzione sull’area; gli spostamenti; con una sedia che
cosa posso fare? Che cosa può diventare?
Molti bambini tendono a
fare sempre cucciolata. Si raggruppano, lasciando ampi spazi vuoti. Se devono
distanziarsi dai compagni, tentano sempre di accorciare le distanze e di
tornare al più presto nella posizione di partenza. Allontanarsi, esprimere
qualcosa al pubblico o al partner, tornare… è sempre metafora di un abbandono.
Fin da subito, infatti, funzionano molto bene le attività di gruppo: una
filastrocca recitata insieme, lo spostamento di tutti, una pantomima… L’interprete
singolo vede la conquista e il controllo dello spazio come una proposta di
autonomia, per la quale non si sente ancora pronto.
Diventa quindi importante
ripetere e ripetere uno schema di spostamenti, operazione che rassicura e
migliora la recitazione. Un po’ come il bambino che per la prima volta affronta
il traffico sulla bicicletta. Fare da solo è eccitante, ma pericoloso. Eppure è
il solo modo per crescere.
Nessun commento:
Posta un commento