martedì 18 gennaio 2011

CANICANI, GLI ATTORI DELL'AUTORE: MARTA


Marta Comerio-Canbett, canecane. La saggia. Sa che spetta a lei prendersi cura dei canicani. Non è solo sorella, è madre, ma soprattutto è l’unica che vagheggia l’idea di un cambiamento. C’è un futuro diverso, da qualche parte.

Sul pavimento, si lascia andare ai giochi con i canicani, senza ritrosie come Canfil, ma anche senza lasciarsi andare del tutto come Cancion. Ama Cancion perché si è mantenuto innocente, mentre Canfil è andato via via assomigliando sempre più ai loro aguzzini. Gioca, ma rimane sempre vigile. Non perde mai i contatti con l’ambiente. È consapevole in ogni situazione. Vigila alla ricerca di occasioni, che sembrano non venire mai. Vive il presente in quanto preludio del futuro. Anche lei è vittima, ma ha preservato dalle devastazioni della violenza un angolo incontaminato di coscienza, del quale vuole avvalersi per cercare una vita migliore.

Eccola correre angosciata da un lato all’altro della casa-mattatoio. I canicani sono soli in casa e lei chiama “mamma!” come se chiamasse sé stessa, come se si cercasse. E poi eccola fare di nuovo branco. Non se ne andrà mai da sola. Una vittima rimane vittima se si lascia alle spalle i compagni di sventura. Lei è capobranco. Annusa l’aria. Cerca l’odore della salvezza.

CANICANI, GLI ATTORI DELL'AUTORE: MATTEO


Matteo Barbé è Cancion, un canecane. Quando si rotola a terra improvvisandosi cane, lo vedo corpo dall’anima molteplice. Potrebbe essere volpe, o cinciallegra, o radice che scava nella terra, o torrente, o suono di vento tra le fronde. Ma ora è canecane e gioca con i fratelli.

La reciprocità degli spunti rende l’azione continua e l’idea dell’uno si fa subito corale e diventa comunicazione ininterrotta. Esplorazione dell’ambiente, lotta, riposo, coccole, scherzi, solidarietà… e soprattutto gioco. Si vede la vita nella sua elementarità. Il corpo umano che aderisce al corpo terrestre, di terra e di aria. Un corpo che cerca altri corpi, pelle su pelle per comunicare lo stare vicini, lo stare insieme senza aggressività. La ricerca del calore nel contatto, o anche solo in uno sguardo.

Corpo bambino, voglia di abbracci. Ma poi lo vedo strattonato da Chicce, la madre. In un attimo l’orrore cancella il gioco. A grandi passi si fanno avanti la paura e il dolore e Matteo-canecane che sembrava avere trovato rifugio nella rassegnazione eccolo invece dibattersi e urlare, terrorizzato. La vittima. Con lo stupore che prova sempre qualunque essere vivente quando si trova di fronte all’abisso in cui il cuore smette di battere per sempre, e la mente si spegne, Matteo-canecane bambino è ora lo scandalo esistenziale dell’innocenza brutalizzata. Si toglie la maglia, la carne nuda grida la propria impotenza, non c’è strillo che possa fermare l’orco. Lui è solo carne, gliela si può strappare, la si può mettere in vendita.

L’anima che giocava non ha valore, non interessa a nessuno.

CANICANI, GLI ATTORI DELL'AUTORE: TOMMASO


Tommaso Banfi è Lo, fratello di Chicce, cognato di Tatù. Controlla i canicani, mantiene l’ordine. Lo vedo arrivare con un passo da trampoliere nella stagione degli amori. Sì, la sua è una danza di conquista. Ma anche di morte. Le movenze ora sono quelle di un ballerino di tango ora di un cobra incantatore. La giravolta può preludere all’attacco inatteso: uno scatto, e la vittima si accascia.

Sadismo da intenditore, esteta edonista per paradisi artificiali, cocainomane erotomane, curioso indagatore della sofferenza e della morte. Uccide con il tocco dell’artista, distaccato e appassionato nello stesso tempo. Supplisce alla mancanza di sentimenti con un eros senza confini, la cui immoralità è solo un dongiovannismo bisessuale eppure asessuato. Non cerca il piacere in sé, ma la sottomissione del partner a un piacere mai appagante, che finge solo per portare avanti un gioco di dominio.

Crea la complicità della vittima, portandola a uno stato di quiescenza assoluta. È il suo modo di amare: essere adorato perché temuto, essere idolatrato perché onnipotente. Distaccato, perfino annoiato, ha bisogno di stimoli continui.

E di vittime a non finire.

CANICANI, GLI ATTORI DELL'AUTORE: ENRICO


Quello che ho visto durante l'improvvisazione, primissime prove, alla ricerca delle interpretazioni.

Enrico Ballardini è Tatù, il padre.

Enrico è una maschera che ruggisce, ma non ha l’alterigia cinica del leone, bensì la ridondanza paesana del macho da bettola, di volgarità melmosa, odore di sudore, barba mal rasata, muscoli ansiosi di spaccare, ma non di affrontare il più forte; spavaldo, se appena tira vento è già in fuga; ama picchiare le femmine tanto stupide da farsi picchiare, e se ne vanta con i complici di bevute (vino rosso scadente); i froci lo fanno vomitare e per questo s’inventa di menarli, così cazzo magari dallo spavento gli viene a piacere la figa; è religioso anche se sparla dei preti bastardi che fanno la bella vita e va a messa perché ha paura della morte; inchiodato sulla poltrona-trono, Enrico è un corpo flatulento che lancia braccia e gambe nello spazio per afferrare qualcuno da maltrattare, ragno-polpo che divora il mondo; lo vedo che brontola cupo, Enrico, che impreca e insulta, e sbava e s’illude di dominare; invece, è solo; invece, Lo se la fa con sua moglie; invece, Burgo lo sfrutta; invece, è solo un tipico essere umano meschino e mediocre, mai protagonista, a meno che qualcuno non gli offra la possibilità di fare stragi, massacri, eccidi, magari legali. Tipo da guerra etnica, Enrico-Tatù; da crociata; da fascismo; da famiglia in cui chi comanda è l’uomo, e gli altri tutti zitti.

TRILOGIA DELLA FAMIGLIA O DEL LUOGO CHIUSO


Si deve all’intuizione di Stefano de Luca, il regista, se la messa in scena della Trilogia (da lui fortemente identificata e voluta rovistando tra i miei testi) non è legata solo ai personaggi (la madre assassina, lo zio stupratore, il padre sfruttatore), ma anche e soprattutto allo spazio.

In ogni opera si fa riferimento a uno spazio chiuso, un luogo delimitato di volta in volta da parametri diversi, che alla fine si configura come il luogo dove si compiono i crimini: il luogo del dominio dell’uomo sull’uomo.

In “Mamma mammazza”, quasi per fornire un elemento che guidi lo spettatore della trilogia, i personaggi tracciano il quadrato dentro il quale si svolgono le loro vite. Avevo scritto, al riguardo, una filastrocca: “Dentro il quadrato / Piero ci è nato / grida sei pazza / mamma mammazza. / Tra quattro mura / mamma tortura / Piero adorato / muore ammazzato. / Chiara il quadrato / l’ha cancellato / anche se piove / va non sa dove. / Dentro le mura / c’è la paura / l’orco ti chiama / questa è la trama”.

Un luogo chiuso identificabile con l’abitazione, la tana della famiglia, nel quale si nasce e si muore, si vive nell’incoerenza e nel conflitto, si trema di paura e si è torturati. Lo spazio dell’annientamento fisico. La madre afferma: “L’unica strada è qui, dalla cucina al salotto, dal bagno alla camera da letto”. Per lei il mondo non esiste, tutto ciò di cui ha esperienza è all’interno della famiglia-spaziochiuso. E vorrebbe che per i figli fosse lo stesso. Ma per fortuna i figli sanno anche scappare di casa e cercare strade vere, strade che portano a luoghi diversi.

In “Verginella” lo spazio si frantuma, viene annullato e reinventato, si moltiplica grazie allo spostamento di alcune panche: casa, prigione, istituto, metropolitana, parco giochi, chiesa. Diventa lo spazio del disordine mentale, della confusione, dell’impossibilità di costruire i pensieri con logica e verità. Lo spazio chiuso si trasferisce nella mente. Impedisce a Verginella di vedere al di là dei rapporti familiari, alle cui perversioni è incatenata. Ignora che ci sono altri spazi, altre possibilità di vita: lei stessa ha gettato la chiave della propria prigione. Uno spazio chiuso mentale e psicologico. La madre segue lo stesso processo. Si avviluppa nella menzogna e nella paura, esclude dal ristretto ambito del proprio opportunismo concetti come affetto, pietà, verità. E lo zio si costruisce un’armatura per difendere fino in fondo la propria passione illecita e violenta. Nel suo piccolo spazio mentale giustifica sé stesso e anzi si esalta, come salvatore della famiglia. Il proprio egocentrismo dominatore diventa espressione di generosità e altruismo. Lo spazio dell’annientamento psichico.

Anche in “Canicani” ci sono diversi luoghi, ma essi sono strutturati ai fini produttivi. Tutti insieme, diventano fabbrica. La casa, la strada, il ristorante… sono i reparti del business. I canicani escono di casa, vanno a prostituirsi o a drogarsi, rientrano per essere macellati; nascono, vivono e muoiono solo per fornire materia prima, solo per arricchire gli sfruttatori. Com’è possibile che non fuggano, che non si rivoltino, che non cerchino una via d’uscita? Lo spazio, abbiamo visto, è all’inizio quello di una casa, poi diventa spazio psichico, ora si è trasformato nello spazio globale in cui tutto è materia prima, tutto può diventare fonte di guadagno, tutto è mercificabile, anche la carne.

Siamo nello spazio sociale. Lo spazio del capitalismo, dei contratti firmati con l’uomo-macchina, dei doveri senza diritti, del lavoro senza contratto, dello sfruttamento dei tanti per il benessere di pochi. Si può fuggire da uno spazio simile? Sì, con le idee. Contrapponendo alla logica aziendale la logica umanistica, mettendo l’uomo e non il profitto al centro del processo produttivo, facendo nascere una speranza di società diversa. Andando alla ricerca dello spazio aperto, lo spazio dell’armonia e della verità, dove sono assicurate giustizia e solidarietà. Uno spazio di rapporti e affetti veri, nel rispetto reciproco.

Chissà quando questa quarta opera sarà scritta!

lunedì 17 gennaio 2011

Pig Island: Paul McCarthy in mostra a Milano | Bonsai TV

Su suggerimento dell'amico Mario Garofalo, un artista statunitense che secondo lui è in sintonia con il lavoro di Lupusagnus.

Dal "Corriere della sera" (maggio 2010):
"Allo stesso modo il volto di George W. Bush, colato nel silicone mentre copula con un maiale, diventa quello più generico di un personaggio qualsiasi che passa nei serial televisivi. Insomma, le orge e i baccanali messi in scena da Paul McCarthy (anche nel video dove alcune persone si rotolano nel cioccolato che sembra liquame, o in quello dove dei ragazzi tedeschi vestiti da soldati nordisti inscenano volgari gogliardie nel museo di Monaco costruito dall’architetto di Hitler) sono performance parodistiche della contemporaneità filtrata attraverso il tritacarne dei media per cui nulla è più serio, nemmeno il tema del nazismo come lo era invece stato nelle performance di Joseph Beuys negli anni Settanta. Dagli scantinati dl palazzo Citterio salgono fin su via Brera le grida dei festini erotici e immondi messi in scena dagli attori di McCarthy. Ma non bisogna inquietarsi: è una tragicità finta, colorata di rosa, popolata di maschere di Walt Disney e morbida come il silicone. Una farsa della tragedia, come nei reality show della televisione «che io», rivela con sincerità McCarthy, «guardo religiosamente». (...) Paul McCarthy, classe 1945, vive a Los Angeles. Le sue opere (video, sculture, installazioni) sono state esposte nei più prestigiosi musei del mondo, dal Whitney museum di New York alla Tate Modern di Londra alla Biennale di Venezia.

domenica 16 gennaio 2011

CANICANI








Ieri a Milano con Betti. Giro veloce al Libraccio, trovati: "Grande atlante del Rinascimento", di Zuffi; "Palazzi e cattedrali", ed. Gribaudo; "Cristiani in armi", di Fumagalli-Brocchieri; "Il capitan Fracassa" di Gautier. Poi sosta al bar in via Dante con le brioche più fresche e buone della città (ne ho mangiate tre!): con crema, cocco, miele, frutti di bosco, nocciole... E infine di corsa al Teatro Strehler, secondo piano, sala Fortunato, dove Lupusagnus prova. Baci e abbracci, ci sono anche Marta Osti e Giorgia Senesi. Stefano arriva poco dopo, è andato a Cornaredo a recuperare la poltrona per Tatù. I presenti si buttano sui due sacchetti di brioche che abbiamo portato.
Dapprima un confronto tra me e Stefano sul finale dell'opera, una bella discussione animata.
Poi Stefano invita gli attori a pasticciarsi un poco la faccia e a improvvisare sulle indicazioni che lui fornisce. Siamo ancora in una fase preparatoria (è il terzo incontro, finora hanno solo letto il copione). Vediamo così la famiglia dei canicani presentarsi e interagire, assistiamo alla furia volgare di Tatù, ai balletti di Chicce, al tango perfido di Lo... e vediamo i tre canicani soli in casa, giocare tra di loro, farsi prendere dalla paura e dall'angoscia.
Insomma, assaggi di messa in scena.
Comprese alcune canzoni di Marco Mojana, cantate a spezzoni, inserite in un gioco di tragedia che viene accentuato-sfumato da gingle di sapore horror.
Lupusagnus mette in campo Paolo Bufalino (Andrea Pellegrino di Camera Cafè) in "Mamma mammazza" ed Enrico Ballardini (attore e musicista, curricolo lunghissimo), Carlo Ponta (teatro, televisione, cinema), Fabio Zulli (Filodrammatici) e Matteo Barbé (tanto teatro anche per bambini, pubblicità) in "Canicani".
Febbraio intenso, indimenticabile.

SCRITTURA


Ho finito e spedito “Messalina di brughiera”, storia di una signora di Milano che lascia il marito e viene a rintanarsi in provincia, in una casa in mezzo ai boschi. Il suo vicino è Beleno. Il dio dei Celti. L’ ho scritto con convinzione e passione, divertendomi. Altrimenti non è scrittura, è chiacchiera di salotto, o ecolalia, o delirio, o furberia di marketing. Mi piace scrivere di uomini e dei che interagiscono. Posso farlo bene dato che non credo in dio.
"Gli dei malevoli" (miti minori riscritti a mio gusto, aggiungendo situazioni e personaggi inventati) non sarà pubblicato da Robin a cui l'avevo spedito. Claudio Messina l'ha trovato difficile e commercialmente improponibile per una piccola-media casa editrice. A chi lo manderò? Non lo so. Nessuno vuole pubblicare cose così, di stampo intellettuale-letterario. Sarà pubblicato post-mortem (mi auguro).
Ora posso dedicarmi a “Se muore l’Arlecchino”, di cui ho scritto una ventina di cartelle. Come nasce un libro? Da un’idea vaga. Volevo mettere a confronto il teatro dei grandi con quello dei piccoli: adulti e bambini, professionisti e dilettanti, famosi e sconosciuti. Da una parte, quindi, il “Teatro dei Passeri”, ragazzini senza alcuna preparazione specifica; dall’altra “Lupusagnus”, con regista e attori professionisti (Piccolo Teatro e Filodrammatici).
Poi volevo che ci fosse continuità con il secondo volume della serie su Albino Guidi, “D’Armonia, di sangue”. Il raccordo l’ho ravvisato subito nel desiderio di vendetta di Ares. Sconfitto, umiliato ed esiliato, incarica Ade di… di fare qualcosa di terribile ad Albino.
Trovato l’antagonista, ci vuole un eroe. Lo portano le Cariti (le tre Grazie), un preadolescente vivace e malizioso il cui nome fa tremare i cuori degli uomini.
Queste le fondamenta. Come strutturare una storia? Anzitutto, dai miei ricordi personali. Cambio nomi e luoghi e considero le persone reali che ho conosciuto alla stregua di statue di argilla da modellare a mio piacimento. In questo modo realtà e immaginazione contribuiscono entrambe al risultato finale: il personaggio.
Poi mi lascio guidare dai personaggi. Alcuni scaturiscono dal mio tempo passato e presente, come ho detto; altri appartengono all’Olimpo, e sta a me scegliere quelli giusti.
Se metto in campo Ade, facile che intervenga anche Persefone. Se da una parte c’è l’alleanza dei maschi (Ares, Ade…), dall’altra ci sarà quella delle femmine (Atena, Cariti, Persefone, Afrodite…).
Ade, l’oltretomba. Se viene tra gli umani, viene per uccidere.
Qualcuno, quindi, è in pericolo.
Qualcuno che è un simbolo forte, la cui fine diventa metafora del degrado dell’umanità, che non ha più amore per l’arte e il teatro, e la poesia e la letteratura… ma si perde dietro televisione, cattivo gusto, volgarità, mediocrità eccetera.
Facendo il gioco degli dei, si scopre che potrebbero intervenire Cerbero (già incontrato nel secondo volume), le Erinni, le Moire, Minosse giudice infernale… Eh, sì, perché qualcuno da giudicare c’è, qualcuno tanto ipocrita da predicare l’amore e da volere la morte di un bambino che forse è figlio della provetta o di un trio lesbico o…
Uh, che guazzabuglio entusiasmante (enthusiasmòs, dal greco, avere il dio dentro, essere posseduti).
Tanti personaggi interessanti s'impossessano della storia e la portano chi di qua chi di là. Io intervengo per tracciare una strada comune, senza mai ignorare la potenzialità espressiva di ogni personaggio, la sua verità e coerenza, il suo equilibrio nello sviluppo della storia. Di sera, o al mattino nel dormiveglia, apro la gabbia dei personaggi e li lascio liberi di seminare episodi che sogno come se avessi un film nella testa.
A me, poi, non resta che fare il montaggio.
E il libro si fa (quasi) da solo, quando lo spunto iniziale è buono e i personaggi sono fecondi e vengono trattati con rispetto.
E come in “D’Armonia, di sangue”, ci sarà uno spettacolo… divino. Anzi, due.
Domani mattina mi metto a scrivere.